16 Maggio Mag 2015 1430 16 maggio 2015

Reddito di cittadinanza, gli incentivi sono importanti e vanno pensati bene

L’ANALISI

Reddito Cittadinanza Grillo

Altro che “Le parole sono importanti”, come urlava Nanni Moretti in Palombella Rossa di fronte a una sequenza di espressioni trite e di luoghi comuni: per un economista il vero grido di battaglia contro le analisi claudicanti e le proposte politiche sghembe è uno solo: “gli incentivi sono importanti!”. 

Prima che qualcuno si butti a pesce a credere che mi stia riferendo a un bonus fiscale per vendere più automobili, vorrei spiegarvi brevemente che cosa si intende con “incentivi” nel gergo dell’economista: il termine “incentivi” ha un uso amplissimo e indica in buona sostanza il fatto che un certo insieme di regole, o una certa situazione economico-sociale, induce (“incentiva”) gli individui a comportarsi in un certo modo invece che in un altro. Detto in altri termini: gli incentivi auto sono un incentivo, ma sono una goccia nell’oceano sterminato di incentivi che agiscono nel mondo. Per un economista ogni situazione deve essere studiata sotto il profilo degli incentivi che crea.

Gli incentivi sono importanti perché, nel progettare una riforma che abbia un certo fine ritenuto “buono”, è essenziale domandarsi se gli individui – una volta messi di fronte a un sistema di regole cambiato - di fatto trovino conveniente agire in una maniera che aiuta la realizzazione di quel fine, piuttosto che comportarsi in una maniera diametralmente opposta, oppure con conseguenze fortemente negative sotto altri aspetti.

Questo appello sull’importanza degli incentivi vale anche per il dibattito sull’introduzione di uno strumento anti-povertà che copra tutti i cittadini italiani, e che attualmente manca, benché già dal 1992 la Comunità Economica Europea (l’antecedente dell’Unione Europea) ci avesse raccomandato di introdurlo, così come racconta Francesco Cancellato qui. In queste ultime settimane il tema è tornato alla ribalta grazie al MoVimento 5 Stelle, che fa del cosiddetto “reddito di cittadinanza” uno dei suoi cavalli di battaglia nella sfera economica. In termini tecnici il reddito di cittadinanza proposto dal movimento grillino è più vicino al cosiddetto “reddito minimo garantito” in quanto non è un sussidio universale ma un importo che viene corrisposto solo a chi adempie ad alcuni obblighi connessi alla ricerca di un lavoro (non rifiuta più di tre offerte di lavoro, frequenta corsi di formazione ed è attivo in lavori socialmente utili per almeno otto ore settimanali, così come spiegato in dettaglio da Luciano Capone su Il Foglio).

Gli incentivi sono importanti perché, nel progettare una riforma che abbia un certo fine ritenuto “buono”, è essenziale domandarsi se gli individui di fatto trovino conveniente agire in una maniera che aiuta la realizzazione di quel fine

Il reddito di cittadinanza “alla grillina” è molto generoso, in quanto è pari a 780 euro mensili per una persona senza carichi famigliari, mentre l’importo unitario decresce se più persone all’interno dello stesso nucleo famigliare ne hanno diritto: siamo in ogni caso a un livello quasi doppio alla media europea, che è di 400 euro.

Il punto principale sotto il profilo degli incentivi è che il reddito di cittadinanza alla grillina garantisce 780 euro a chi ha un reddito inferiore a quella cifra, e non un euro di più: se io ho reddito pari a zero ricevo dallo stato 780 euro netti al mese, ma se comincio a guadagnare 100 euro, ricevo esattamente 100 euro in meno, perché devo arrivare esattamente a 780 euro. È vero che vi sono alcune condizioni che devono essere verificate perché tale sussidio venga effettivamente pagato (qui la spiegazione ancor più dettagliata della senatrice M5S Nunzia Catalfo), ma la grossa magagna dentro il sistema architettato dai grillini è quella già evidenziata dall’economista liberista Milton Friedman, che pure è stato uno dei primi propugnatori di un sistema simile al reddito minimo garantito: è molto probabile che mi passi la voglia di lavorare se 100 euro aggiuntivi di reddito guadagnato con il mio sudore della fronte hanno come conseguenza la perdita di 100 euro esatti di sussidio. Detto in termini tecnici: l’aliquota marginale sugli incrementi di reddito sotto i 780 euro complessivi è pari al 100 per cento.

Intendiamoci: si può anche ritenere che i cittadini si comportino in maniera diversa e badino poco a questa aliquota da esproprio, ma è molto rischioso basare una politica quasi esclusivamente sulle buone intenzioni quando gli incentivi vanno invece nella direzione opposta. Gli studi sul welfare, in particolare quello britannico, evidenziano il rischio connesso di una “trappola della povertà”, in quanto gli incentivi inducono a restare sotto la soglia fatidica dei 780 euro mensili.

Un’altra precisazione è d’obbligo: nessuno afferma che tutti si comporteranno “da fannulloni”; piuttosto, sto affermando che ci sono buone ragioni per aspettarsi un tale comportamento da una percentuale importante dei cittadini oggetto del provvedimento.

Gli studi sul welfare, in particolare quello britannico, evidenziano il rischio connesso di una “trappola della povertà”, in quanto gli incentivi inducono a restare sotto la soglia fatidica dei 780 euro mensili

Qual è dunque la soluzione a questo serio problema di incentivi? Banalmente – a parte le condizioni di cui sopra per l’ottenimento del sussidio che sono senz’altro sensate ma non sufficienti- la soluzione consiste nel prevedere che il sussidio decresca con il reddito autonomamente guadagnato dal cittadino, ma non uno ad uno, cosicché per ogni 100 euro guadagnati privatamente il sussidio diminuisca di un importo inferiore, ad esempio soltanto di 50. In questo modo il cittadino non ottiene gli interi 100 aggiuntivi, ma soltanto 50: certamente meglio dell’incasso netto di zero che si avrebbe se il sussidio calasse esattamente di 100.

Tutto risolto? Non proprio, perché in economia tutte le coperte sono corte: un sistema siffatto è in principio più costoso, perché è meno rapido nel “ripigliarsi il sussidio” se il reddito privato cresce.

In termini tecnici ci stiamo avvicinando molto alla cosiddetta “imposta negativa sul reddito” proposta da Milton Friedman: chi ha un reddito privato sotto una certa soglia riceve un sussidio che diminuisce a un tasso più vicino al 50% che al 100% della proposta grillina, mentre chi ha un reddito superiore a tale soglia paga imposte proporzionali o progressive, cioè il suo reddito netto è inferiore al reddito lordo. L’idea cruciale dell’imposta negativa sul reddito è che essa ha una natura universale, e incorpora dentro di sé –secondo il suggerimento di Friedman- la larga parte degli interventi di welfare che sono invece tipicamente –oggi come allora- dispersi in mille rivoli, eliminando la necessità di un apparato statale che amministra il sistema e nel mentre nutre più o meno lautamente se stesso.

Per concludere: è senz’altro un bene pensare di utilizzare risorse pubbliche scarse per una lotta decisa contro la povertà così come fa il MoVimento 5 Stelle. La scelta è a mio parere largamente migliore rispetto all’idea dissennata dello sgravio degli 80 euro, che ha un costo simile ma non va certamente a beneficiare gli strati della popolazione che più avrebbero bisogno di risorse aggiuntive.

Bene anche l’idea di pensare a un sistema universale di sostegno, che semplifichi la situazione attuale basata su trasferimenti mal coordinati che lasciano buchi (un esempio su tutti: la cassa integrazione guadagni, che è tutto tranne che un sistema universale).

Dall’altro lato il MoVimento 5 Stelle dovrebbe abbandonare un certo idealismo sinistrorso, che si adagia sull’illusione che gli individui si comportino come ci piacerebbe che si comportassero, per avvicinarsi piuttosto a un punto di vista liberale e attento agli incentivi anche - e soprattutto - quando si tratta di fare una sacrosanta opera di redistribuzione.

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