Dossier
La nostalgia
12 Dicembre Dic 2015 1815 12 dicembre 2015

L’Italia e il declino: i successi del passato non ci salveranno

Un nuovo libro analizza che cosa sta andando storto da quarant’anni e che cosa serve per un cambio di rotta

FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images
FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images

La storia economica dell’Argentina è unica al mondo. Nel 1913, grazie soprattutto alle sue esportazioni agricole e alimentari, il suo Prodotto interno lordo era più alto di quello della Francia e della Germania. Ancora alla fine degli anni Quaranta, quando l’epoca d’oro stava volgendo al termine, il Paese sudamericano era al decimo posto globale per reddito pro capite. Poi, per decenni, l’Argentina non ha visto altro che un lunghissimo e doloroso declino, che la rende l’unica grande nazione del mondo ad essere uscita dal novero dei Paesi cosiddetti sviluppati.

La lezione che insegna l’Argentina è che nessun progresso economico può essere dato per certo e assicurato per sempre. Ma anche l’Italia ha una particolarità: più volte nel corso della sua lunga storia – come durante l’Impero romano e poi ancora nel Rinascimento – la nostra è stata «l’economia più ricca e fiorente del mondo». Per quanto rimanga senza dubbio ancora nel novero dei Paesi più ricchi del mondo, resta che più o meno negli ultimi vent’anni la Penisola abbia perso molte posizioni.

Eppure abbiamo una storia di grande successo alle spalle ancora nel secondo dopoguerra. I numeri del boom economico italiano sono, a guardarli oggi, impressionanti: tra il 1958 e il 1963 il tasso medio di crescita del Pil è stato del 6,3 per cento, contro una media dell’Europa occidentale del 4,3. Per anni, nella nostra “rincorsa” - cominciata già ai tempi dell’Unità d’Italia - abbiamo raggiunto un record dietro l’altro.

In termini di crescita del Pil, tra il 2000 e il 2010 l’Italia ha avuto una delle performance peggiori in assoluto

Negli anni settanta, poi, c’è stato il vero “miracolo del benessere”, i dieci anni in cui la povertà diminuisce più sensibilmente e le politiche sociali e redistributive hanno gli effetti maggiori: tra il 1968 e il 1982 si passò da 11 milioni di persone povere a 2 milioni; nello stesso periodo l’indice Gini, che misura le diseguaglianze, perde oltre dieci punti. Ancora nel 1987, il reddito pro capite italiano superò quello britannico e l’Italia diventò la quinta economia del mondo, superata solo da Stati Uniti, Giappone, Germania e Francia.

Ma qualcosa stava già andando storto e da allora, si può dire, le cose non hanno fatto che peggiorare. Non tanto in termini assoluti, quanto nel confronto con gli altri Paesi sviluppati. Come è stato possibile?

È uscito da poco Ascesa e declino. Storia economica d’Italia (Il Mulino, 2015), un bel libro dello storico dell’economia Emanuele Felice, che contiene diverse risposte, o tentativi di risposta, a questa domanda. In breve: se da una ventina d’anni l’Italia non cresce più, o cresce meno dei Paesi con cui ci dovremmo confrontare, è perché il nostro assetto socio-istituzionale non è stato in grado di cambiare il modello di sviluppo – che già era unico tra i Paesi avanzati – alle mutate condizioni del mondo contemporaneo.

Il divario economico tra Nord e Sud è «forse il maggiore fallimento dello stato unitario»

Anche se dello spirito nazionale sembra far parte una certa tendenza all’autocommiserazione esagerata, è bene mettere in chiaro che il “declino” di cui stiamo parlando ha dimensioni ben misurabili. Se confrontiamo i tassi di crescita a livello globale, l’Italia è scesa sotto la media OCSE a partire dagli anni Novanta. Poi, tra il 2000 e il 2010, il nostro Paese ha avuto una delle performance peggiori in assoluto, tra tutti i Paesi del mondo con più di un milione di abitanti: peggio di noi ha fatto solo lo Zimbabwe.

Nel frattempo, la divisione tra Nord e Sud, «forse il maggiore fallimento dello stato unitario» secondo Felice, rimane ben visibile e ha compiuto un percorso particolare dall’Unità a oggi. Mentre nel 1871, ad esempio, la Campania aveva un reddito superiore alla media nazionale, e diverse regioni del Nord-Est e del Centro invece si trovavano sotto, oggi la divisione geografica è molto più netta, e nessuna regione meridionale è messa meglio di una settentrionale. «Nessun altro grande paese dell’Europa occidentale», scrive Felice, «né la Francia, né il Regno Unito, né la Germania e neppure la Spagna – presenta oggi al suo interno un divario regionale così netto e pronunciato».

La prima tesi di Felice che spiega queste nostre difficoltà è che la piccola e media imprese, che costituisce per certi aspetti la caratteristica peculiare italiana, «da sola non può fare la ricchezza di un grande paese avanzato».

I settori ad alta tecnologia, gli unici che possono davvero dare un vantaggio competitivo rispetto ai Paesi del mondo in ascesa grazie alle loro risorse naturali o ai loro grandi bacini di forza-lavoro, vedono l’Italia drammaticamente assente. Non ci sono grandi imprese italiane nel settore dei cellulari, dei computer, delle biotecnologie. Persino nelle energie rinnovabili, nonostante gli incentivi del passato recente, siamo indietro.

Negli anni novanta la spesa per ricerca e sviluppo è addirittura diminuita

Questo discende da un’altra peculiare mancanza italiana: gli scarsi investimenti in ricerca e sviluppo. In controtendenza rispetto a tutti gli altri Paesi avanzati, negli anni novanta la spesa per R&D (sia pubblica che privata) è addirittura diminuita, dopo anni in cui comunque non eravamo tra i casi più virtuosi: passando dall’1,3 per cento del Pil nel 1990 (contro una media Ocse dell’1,6 per cento) all’1 per cento del 1995 e risalendo leggermente all’1,3 nel 2010, quando però la media Ocse era ormai arrivata al 2 per cento. Oggi l’Italia ha anche la percentuale di laureati tra i 30 e i 34 anni più bassa d’Europa, poco sopra il 20 per cento.

Si tratta, purtroppo, di un circolo vizioso. Se gli investimenti nella ricerca e l’istruzione superiore sono così scarsi, scrive Felice, è perché «le produzioni leggere del made in Italy o dei servizi non richiedono molta istruzione formale, ragion per cui si va a scuola relativamente poco; ma allo stesso tempo, proprio i livelli di istruzione insoddisfacenti ostacolano quel miglioramento tecnologico che sarebbe proprio di un paese avanzato».

Servirebbero due elementi principali per rompere questo circolo vizioso, spiega Felice: una macchina dello stato funzionante e una classe politica lungimirante. Anche in questo caso, la storia recente mostra che caschiamo piuttosto male. È inutile riassumere qui tutti i limiti dell’apparato amministrativo e istituzionale italiano, dalle lungaggini della giustizia all’iperregolamentazione e alle mancanze infrastrutturali; mentre è più indicativo che il dibattito pubblico e politico sul “declino” sembri non mettere a fuoco i problemi, scrive Felice.

Molte energie sono state spese, negli ultimi anni, a discutere della liberalizzazione del lavoro, ma bisognerebbe tener conto del fatto che «il lavoro era già stato ampiamente flessibilizzato in entrata nella seconda metà degli anni novanta, dal ministro Treu, e da allora l’Italia non mostra livelli di protezione superiore a quelli degli altri grandi paesi europei».

Già negli anni Settanta la classe dirigente italiana aveva davanti a sé molti degli elementi che avrebbero reso possibile un cambiamento di rotta

Allo stesso tempo ci si è lasciati prendere dalla nostalgia del modello di sviluppo del passato, quello fondato sulle esportazioni sostenute da inflazione e svalutazione, tanto da essere attratti dalle sirene di chi vorrebbe abbandonare la moneta unica. Ma intorno a noi è il mondo ad essere cambiato, e quel modello oggi non può più funzionare.

Ben prima che la crisi economica globale servisse da brusco risveglio alla realtà, i segni del declino si erano fatti evidenti. Secondo Felice, già negli anni Settanta la classe dirigente italiana aveva davanti a sé molti degli elementi che avrebbero reso possibile un cambiamento di rotta. Oggi abbiamo davanti a noi tante analisi lucide e chiare di che cosa sia andato storto da allora.

Quello che sembra mancare è una vera lungimiranza nell’immaginare che cosa l’Italia debba diventare tra vent’anni: come pensare un’evoluzione del suo tessuto produttivo, davvero al passo con i tempi; come cambiare lo stato in modo da eliminare le sue inefficienze; come far sì che anche nei settori a più alta tecnologia l’Italia abbia qualcosa da dire. Altrimenti, davanti a noi si prospetta un altro esempio fornito dalla storia, il lento e malinconico declino dell’Argentina, il ritorno ad essere una vera eccezione mondiale, ma questa volta in peggio.

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