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Oscar 2016
La recensione
15 Gennaio Gen 2016 1525 15 gennaio 2016

In Creed, Rocky è una spalla perfetta: ora dategli un Oscar

Nello spin-off della saga più famosa sul pugilato, Sylvester Stallone può finalmente prendersi la statuetta sfuggitagli con il primo Rocky: sarebbe il successo definitivo per un film che riesce a legarsi ai precedenti, pur rimanendo a sè stante

Creed

Quando sei un amante ai limiti della fissazione della saga di Rocky, non puoi fare a meno di pensare, mentre cammini a passo lento verso il cinema, all’attacco di una recensione che è diventata battuta molto citata: «Guardare questo film è una fruibile alternativa a fissare il sole ininterrottamente per cinque ore», scriveva la rivista horro Fangoria, a proposito del film Python II. Già, perché questo non è “Rocky”. Questo è “Creed”, uno spin-off da una delle serie più amate del cinema. Non ha prodotto seguaci alla Star Wars (non vai in giro vestito da pugile), eppure guardare uno di questi film – uno qualunque, a parte magari il capitolo 5, per cui vale l’affermazione di cui sopra – può farti alzare dalla sedia di scatto e mulinare pugni in aria. E succedeva perché il protagonista, lo Stallone Italiano, oltre ai muscoli aveva un cuore grande così. E allora pensi, mentre ti incammini a passo lento verso il cinema più confuso che persuaso, che se Rocky non è il protagonista, che senso ha? Che senso ha allungare il brodo di una serie che aveva trovato la chiusura perfetta con “Rocky Balboa” e lui che perde ai punti come nel primo film?

Ti siedi al cinema e aspetti l’orrore. Il figlio di Apollo Creed (per chi non lo sapesse: il nemico poi divenuto amico di Rocky) è un ragazzino problematico: case famiglia, riformatorio, risse. Vabbè. Poi il ragazzo diventa grande, lavora in un ufficio ma lui non è mica un white collar, lui è un combattente. Capirai. Adonis (si chiama davvero così!) è alla ricerca di qualcuno che lo alleni, magari Rocky. Vorresti andartene dal cinema, tornare a casa e guardarti un vero Rocky, magari il primo, prodotto con quattro soldi e arrivato fino agli Oscar (che Sly non vinse). E in effetti stai per alzarti dalla poltroncina, ma per un altro motivo. Adonis guarda un vecchio filmato in cui Rocky e il padre Apollo combattono: è il secondo incontro, in Rocky II, quello in cui il protagonista è una furia che secondo il monito del vecchio manager Mickey deve «mangiare fulmini e cacare saette». Rocky sta sfondando di colpi Apollo, il più grande, il campione del mondo. Adonis si alza, si mette davanti lo schermo, si sovrappone a Rocky e sferra colpi al padre. Una sovrapposizione esatta, perfetta, che spiega cosa c’è nell’animo del suo ragazzo, oltre che nei suoi muscoli. E allora, senti che stai per alzarti, ma per sovrapporti a loro.

Ok, il film ha una possibilità. Scena numero due: Adonis va a caccia di gente che possa allenarlo, prima di Rocky. Ha il fuoco dentro, vuole dimostrare qualcosa. L’allenatore lo rimbalza, lui sale sul ring per sfasciare il ragazzo che si sta allenando. L’inquadratura riprende subito un dettaglio: Adonis è di spalle e sta per colpire l’avversario. La postura e il modo in cui porta il mancino e lo stesso che Carl Weathers usò per interpretare Apollo. Lo stesso. Un dettaglio, un particolare che rivela uno studio attento per le parti, una voglia di legare il filo della continuità con la saga di Rocky, senza però diventarne una brutta fotocopia. Già, perché Creed riesce benissimo a camminare sul delicato equilibrio tra il contatto con il passato e le innovazione che lo rendono un film a sé stante.

Creed riesce benissimo a camminare sul delicato equilibrio tra il contatto con il passato e le innovazione che lo rendono un film a sé stante.

Ripartiamo dalla questione delle inquadrature, ad esempio. Quando Creed combatte, si focalizzano sullo sguardo, sul corpo, sono più ravvicinate e intense. Non hai mai la sensazione di non capirci nulla, come spesso può accadere in certi film d’azione dove intuisci che sia in atto uno scontro, ma cosa stia succedendo davvero chissà. Inoltre, a livello tecnico, il film riprende uno stile già sperimentato in Rocky Balboa, che è quello dell’integrazione tra storia e televisione. Già nel sesto capitolo della saga, l’incontro viene presentato in stile tv, con tanto di logo del canale e grafiche tipiche da grande evento sportivo. La tecnica viene usata come base in Creed, ma è ampliata e riflette perfettamente le logiche dello show business: dal documentario che Adonis vede sul suo avversario alla scelta del luogo dello scontro.

Ma ciò che riesce a mantenere il film allo stesso tempo legato a Rocky e indipendente dalla saga è proprio lo stesso Rocky. Che da protagonista assoluto diventa non-protagonista. Sylvester Stallone è una spalla perfetta, che non si mette mai davanti a Michael B. Jordan come magari ti aspetti possa accadere, per il diverso peso degli attori e della storia che i personaggi si portano dietro. Rocky, che è già personaggio dotato di una sua saggezza (nel primo film , il vero capolavoro della saga, si prende cura dei ragazzini del quartiere, per evitare prendano brutte strade), qui diventa il saggio per eccellenza. Allena Creed, lo plasma, sbaglia, si rialza come sempre. E cresce assieme al più giovane protagonista. Entrambi devono combattere sul ring e fuori. E se quarant’anni fa a Stallone furono negati Golden Globe e Oscar per Rocky come migliore attore protagonista, stavolta può fare la doppietta come non protagonista. Perché Stallone in questo film mette tutto sé stesso: c’è Rocky, ma c’è anche l’omaggio al figlio Sage (che interpretò anche il figlio di Rocky nel V) ritratto in una foto al muro del suo ristorante. C’è una carriera che somiglia molto alla parabola del pugile. E se Rocky può ottenere una statuetta da spalla dopo una vita da protagonista non è un paradosso. È il successo definitivo di questo film.

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