19 Maggio Mag 2016 1102 19 maggio 2016

34 anni per fare giustizia: chiuso il caso dell'omicidio di Simonetta Lamberti

Figlia del giudice Alfonso Lamberti, uccisa a undici anni nel 1982 mentre tornava da una gita al mare col padre. Dopo 34 anni la condanna di uno dei killer. Simonetta è una delle oltre mille vittime innocenti della mafia

Bambini Ombre
FUMIGRAPHIK/Ombre/Flickr (CC)

Trentaquattro anni dopo l’assassino della piccola Simonetta Lamberti ha un volto ed è quello del killer della nuova camorra organizzata Antonio Pignataro. Lo scorso venerdì la Cassazione ha confermato per lui la condanna a 30 anni di reclusione per l’omicidio della figlia del giudice Alfonso Lamberti, uccisa a undici anni a Cava de’ Tirreni mentre rincasava in auto dopo una giornata trascorsa al mare in compagnia del padre.

Il giudice Lamberti, procuratore a Sala Consilina e morto nel settembre del 2015, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 si è occupato di numerosi processi contro esponenti della camorra, diventando così bersaglio della criminalità organizzata campana. Quel 29 maggio del 1982 un auto affianca la vettura del giudice. Da lì partono numerosi colpi di arma da fuoco che ferirono il procuratore, ma uccisero Simonetta, centrata alla testa e morta sul colpo.

Partono le indagini e inizia una storia giudiziaria fatta di assoluzioni e rinvii per i presunti killer che mai vengono assicurati alla giustizia. Una storia processuale che nasce e muore nel 1987 con l’assoluzione di tre persone accusate di essere parte del commando che ha assaltato la vettura del procuratore a Cava de’ Tirreni. Passano dunque anni, «anni in cui mi ero rassegnata a non sapere mai la verità», racconta a Linkiesta Serena Lamberti, sorella di Simonetta, nata un anno dopo la morte della piccola.

29 maggio del 1982: un auto affianca la vettura del procuratore di Sala Consilina Alfonso Lamberti. Da lì partono numerosi colpi di arma da fuoco che ferirono il procuratore, ma uccisero la figlia Simonetta, centrata alla testa e morta sul colpo

Nel 2011 la notizia: caso riaperto. Angelo Moccia, nemico di Raffaele Cutolo, e “dissociato” dalla camorra racconta ai magistrati salernitani che il suo compagno di cella, Antonio Pignataro gli rivela di essere tra coloro che hanno preparato l’agguato al procuratore Lamberti. Pignataro conferma e dice di pentirsi raccontando della sua presenza nel commando composto da altre due persone. Due persone decedute. L’allora procuratore capo di Salerno Franco Roberti, oggi procuratore nazionale Antimafia e il pm Vicenzo Montemurro riaprono il fascicolo Lamberti.

Pignataro si pente e il 4 luglio 2015 arriva la sentenza di primo grado che condanna il killer a trent’anni. Nonostante il pentimento Pignataro fa ricorso prima in appello e poi in Cassazione. «Un comportamento che non ci aspettavamo quello dei due ricorsi visto il “pentimento” - spiega Serena Lamberti - e che ci ha consegnato anche un racconto comunque lacunoso che non ha chiarito i contorni dei mandanti di quell’agguato».

La sentenza è arrivata nella serata di venerdì. «Ero già tornata a Napoli - dice ancora Serena Lamberti - e alle undici arriva la telefonata. Una sentenza che di certo non riporta indietro Simonetta a me, mia madre e ai miei due fratelli, ma che rimane un passo importante che da speranza anche ad altri familiari vittime innocenti della mafia». Vittime di quella mafia che ha lasciato sull’asfalto 1120 innocenti tra cui almeno 85 minorenni. Perché il film che le mafie non toccano i bambini è un mito che piace solo ai mafiosi.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook