24 Maggio Mag 2016 1126 24 maggio 2016

Ora Al Qaeda approda in Siria e fa concorrenza all'Isis, grazie allo "scontro di civiltà"

La somma di errori e stupidità occidentali sta facendo il mondo che l'estremismo wahabita stia cercando (e trovando) una sponda siriana

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Joe Raedle/Getty Images

Era una voce che girava già da qualche settimana ma dal New York Times arriva ora la conferma: anche Al Qaeda vuole creare un proprio emirato in Siria. Una base territoriale dove accogliere e addestrare i militanti, organizzare gli attentati, fare la propaganda e, soprattutto, sfidare la concorrenza dell’Isis. Un’altra possibile fonte di problemi per un’Europa tormentata dalla paura del terrorismo, del jihadismo e delle montanti ondate migratorie, che sta pagando il prezzo di oltre un decennio di strabismo ideologico – soprattutto americano – nei confronti del Medio Oriente.
Lo scontro di civiltà, la contrapposizione Occidente cristiano contro Oriente islamico, la guerra al terrore e via dicendo, sono stati dei colossali abbagli che hanno spesso impedito di vedere la realtà e la complessità delle situazioni dove si andava a intervenire. Dando un’interpretazione marcatamente sbagliata del quadro politico e sociale mediorientale (in alcuni casi forse volutamente, per mascherare interessi economici particolari) gli Usa di George W. Bush – e l’Europa al seguito – hanno dato l’impressione di essere un bambino grosso e ottuso che gioca a guardie e ladri mentre gli altri bambini stanno giocando a nascondino, e ne sfruttano la forza e la stupidità per cercare di vincere la partita, trasformandola così in una rissa.
Gli Usa di Barack Obama poi, non cogliendo il sorgere di alcuni fenomeni (come la pericolosità potenziale dell’insorgenza jihadista in Iraq e il crescente settarismo nel Paese, il deterioramento della situazione in Afghanistan e l’imminente esplosione, a livello regionale, della faida tra sunniti e sciiti fomentata da Teheran e Riad) e male interpretandone altri (in particolare il dopo-Primavera Araba in diversi Paesi), non hanno fermato le violenze ma anzi le hanno aiutate a degenerare. Le conseguenze di questa lunga sequela di errori sono oggi sotto gli occhi di tutti.

La guerra in Iraq, e soprattutto la gestione del dopo-intervento, sono state sicuramente dei clamorosi fallimenti. Dall’insorgenza jihadista irachena – dove i fanatici islamici sono stati abilmente usati da ex ufficiali dei servizi segreti di Saddam - è nato lo Stato Islamico

Le radici dei problemi di oggi, storicamente, si possono rintracciare nel tradimento delle aspirazioni arabe dopo la Grande Guerra, coi trattati Sykes-Picot. O forse a metà secolo scorso, quando la paura del comunismo (unita agli interessi petroliferi) portò gli Stati Uniti a sterilizzare con un golpe le ambizioni democratiche dell’Iran di Mossadeq, imponendo il potere dittatoriale dello Scià di Persia, Reza Palhavi, che si sarebbe comunque sgretolato trent’anni dopo con la rivoluzione islamista di Kohmeini. O ancora quando negli anni Ottanta l’Iraq di Saddam Hussein fu armato dall’Occidente e dai Sauditi per invadere l’Iran e – quasi contemporaneamente – i mujaheddin afghani vennero armati e addestrati, sempre con l’assistenza economica di Riad, per combattere i sovietici. Ma volendo limitare il campo ai danni prodotti dalle teorie sullo scontro di civiltà, il punto di partenza è sicuramente l’11 settembre 2001.C

Che la guerra in Afghanistan iniziata lo stesso anno, per abbattere il regime dei Talebani (una fazione con cui in passato gli Usa avevano fatto accordi in funzione anti-sovietica) che dava ospitalità a Bin Laden, sia stata un successo è – alla luce della situazione attuale – almeno discutibile. Ma la guerra in Iraq, e soprattutto la gestione del dopo-intervento, sono state sicuramente dei clamorosi fallimenti. Dall’insorgenza jihadista irachena – dove i fanatici islamici sono stati abilmente usati da ex ufficiali dei servizi segreti di Saddam - è nato lo Stato Islamico, e se la potenza occupante americana non fosse stata tanto sbrigativa nello sciogliere gli apparati militare e di sicurezza del regime iracheno oltre dieci anni fa forse oggi non avremmo il Califfato in Iraq e Siria. Non solo. La guerra in Iraq e l’esportazione della democrazia nel Paese hanno avuto l’effetto di far prevalere nelle urne la maggioranza sciita della popolazione.
Un fenomeno questo sottovalutato da Washington e che è tra le cause del caos attuale. L’Iraq è infatti progressivamente stato attratto nell’orbita dell’Iran sciita, a suo tempo inserito da Bush nel “asse del male” (insieme al suo alleato siriano Assad), con grande disappunto dell’Arabia Saudita, ex sostenitrice di Saddam, e della minoranza sunnita del Paese (il cui malcontento oggi in parte alimenta l’Isis). Un’altra fascina che si accatastava sulla pira che – con l’esplosione della faida tra Iran e Saud - ha preso fuoco negli ultimi cinque anni.

Un’altra palese dimostrazione che la conflittualità era (ed è) interna al mondo islamico – Iran contro Arabia Saudita, che si traduce in una strumentale esasperazione dell’odio tra sciiti e sunniti

Un altro punto di svolta – di nuovo interpretato in modo lacunoso e interessato da Usa ed Europa – sono state le Primavere Arabe di inizio decennio e la loro degenerazione negli anni immediatamente successivi. Un’altra palese dimostrazione che la conflittualità era (ed è) interna al mondo islamico – Iran contro Arabia Saudita, che si traduce in una strumentale esasperazione dell’odio tra sciiti e sunniti; Fratellanza Musulmana, antimperialista e islamista, contro regimi (laici o no, filo-occidentali o meno); salafiti e jihadisti in generale contro laici e moderati; borghesia contro proletariato etc. –, e non del mondo islamico contro l’Occidente. Una situazione che avrebbe forse dovuto indurre a una maggior preparazione della trattativa sul nucleare con l’Iran (2014-16) che, pur avendo presupposti e obiettivi condivisibili, ha innegabilmente avuto il ruolo di detonatore di altre ulteriori violenze nello scontro tra Teheran e Riad in numerosi Paesi della regione.

Mentre l’Iraq e la Siria venivano menomati dalla proclamazione del Califfato, in Yemen esplodeva la rivolta degli sciiti Houthi cui seguiva la violenta repressione dei Sauditi, in Bahrein e in Libano si accendevano le violenze settarie, in Libia si scatenava la guerra civile – in cui si infilava l’Isis - e l’Afghanistan scivolava nuovamente nella guerra coi Talebani (anche qui con pericolose infiltrazioni dell’Isis), il dibattito e l’approfondimento in Europa e negli Usa erano incentrati sul terrorismo che ci colpiva a casa nostra (un fenomeno grave ma comunque residuale rispetto alla situazione nel suo complesso), di nuovo spesso portando argomentazioni sullo scontro di civiltà dimostratesi idiotiche semplificazioni e ignorando realtà e complessità delle altre situazioni.

Ora il 50% dei migranti che premono sui confini dell’Europa vengono da Siria, Iraq e Afghanistan; l’Arabia Saudita è furibonda con l’Occidente perché si sente tradita con l’Iran (sentimento condiviso con Israele), la guerra del prezzo del petrolio da lei scatenata si sta rivelando un boomerang, e la conflittualità in Medio Oriente non accenna a diminuire; lo Stato Islamico non è ancora stato sradicato – proprio perché entrato nelle dinamiche dello scontro tra Teheran e Riad (e tra Ankara e curdi, in questo caso) – e gli attentati in Europa hanno fatto un salto di qualità. Ora si rischia anche di avere un Emirato di Al Qaeda alle porte del Mediterraneo. Per reagire a queste crisi servirebbe in primo luogo comprendere che non siamo “noi” il problema del mondo islamico, e che una contrapposizione Occidente vs Oriente non esiste: esistono dinamiche molto più complesse. Solo allora, se vorremo, potremo giocare la partita.

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