17 Maggio Mag 2018 0740 17 maggio 2018

Sorpresa, i redditi degli immigrati calano, quelli degli italiani salgono. E non è un bene per nessuno

Tra il 2009 e il 2016, i redditi degli italiani sono saliti, mentre quelli degli stranieri sono calati. Ma non si tratta di razzismo: gli immigrati sono giovani, fanno lavori a basso valore aggiunto e di conseguenza sono molto più a rischio povertà. L'ennesima diseguaglianza, dannosa per tutti

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L’Italia è uno dei Paesi d’Europa in cui vi è la maggiore differenza sia nel reddito che nelle performance dello stesso tra diversi gruppi di popolazione. Ma non stiamo parlando dell’ormai secolare disuguaglianza tra il Centro Nord ed il Sud.

Quanto di una più diffusa sul territorio nazionale, in ogni città e paese, quella tra gli italiani e coloro che sono invece nati in un altro Paese.

Prendendo come riferimento il reddito mediano il nostro Paese è l’unico in Europa ad avere registrato andamenti opposti tra il 2009 e il 2016 fra italiani e stranieri, ovvero una crescita per i primi e un calo per i secondi, sia che siano comunque provenienti dalla UE (in gran maggioranza rumeni), sia che siano extracomunitari.

Per gli italiani il reddito è aumentato del 7,05%, per tutti gli stranieri è diminuito del 7,71%, del 5,78% se calcolassimo solo la componente maggioritaria di chi è nato in Paesi extra UE.

Altrove vi è molta più omogeneità. Anzi, in media nella UE i redditi di chi è nato all’estero sono cresciuti leggermente più di quelli degli autoctoni. Questo è evidente soprattutto in Francia.

Il punto è che l’Italia non si distingue solo da Paesi che hanno vissuto meno difficoltà economiche, ma anche da realtà come Grecia, Spagna, Portogallo.

Negli altri vecchi PIGS infatti laddove ci sono stati dei crolli del reddito mediano, come in Spagna e Grecia, questo ha interessato sia locali che stranieri.

Solo in Italia i trend sono stati completamente discordi.

Come risultato di ciò oggi il gap tra i redditi mediani netti di italiani e stranieri è del 33,2% (dati di fine 2016), decisamente maggiore del 24,1% del 2009.

In alcuni Paesi, come Spagna, Grecia, Belgio, Austria, la disuguaglianza è anche maggiore, ma solo in Grecia tra questi si è ingrandita così tanto come nel nostro Paese.

Prendendo l’area euro per esempio la differenza è rimasta di fatto la stessa, 25,1% nel 2009, 25,8% nel 2016.

In Francia, Germania, Regno Unito al contrario le distanze sono diminuite.

Insomma, sezionando i dati si scopre che considerando il reddito mediano equivalente netto, quello ciò successivo a tasse o sussidi, per gli italiani la crisi ha colpito meno di quanto si pensava, e che di fatto in Italia c’è stata una componente che ha fatto come da cuscinetto, quella di origine straniera, che ha assorbito in modo più che proporzionale i colpi della recessione, soffrendo per esempio più degli italiani della perdita di posti di lavoro.

Attenzione, non si è trattato tanto di presunto razzismo, con datori di lavoro che hanno preferito licenziare un extra-comunitario, quanto dell’esito della particolare struttura socio-economica italiana.

In cui più che altrove hanno resistito bene, crescendo, i redditi degli anziani, dei pensionati, di quei segmenti di popolazione cioè tra cui gli stranieri sono ancora molto pochi.

Un vero welfare al di là della pensione non esiste, perlomeno non paragonabile a quello tedesco, francese, nordeuropeo, non vi sono trasferimenti ingenti per i 25-50enni (la fascia di età più rappresentativa tra gli immigrati).

Inoltre in Italia erano entrati in crisi proprio quei settori che avevano una grossa componente di stranieri tra la forza lavoro, l’industria, le costruzioni.

Il risultato è che il rischio di povertà (ovvero avere un reddito sotto il 60% di quello mediano) tra gli immigrati si è incrementato decisamente più di quello degli italiani, sia quello totale (+7,6% tra 2009 e 2016) sia quello “in work”, ovvero di quelle famiglie in cui pur entra un reddito da lavoro.

Lo scarto con quanto avviene in Europa si vede soprattutto nell’ultimo caso, quello della povertà di chi lavora.

Se quello degli italiani è simile a quello medio europeo (dello 0,6% più alto) nel caso degli stranieri (extracomunitari) questo è del 7% più alto rispetto a quello UE.

Il punto è sempre lo stesso. Una immigrazione più recente, fatta sostanzialmente ancora di giovani o persone al più di mezza età, che sono occupate in mansioni a basso valore aggiunto con retribuzioni che, se parametrate sui bisogni di famiglie mediamente più numerose di quelle italiane, non bastano a sollevarsi oltre la soglia di povertà. Tanto più con l’assenza di reali politiche sociali.

Come spesso capita siamo di fronte a una realtà dei fatti che trascende e in qualche caso contraddice il dibattito pubblico. Mentre si parla di asili e case popolari che vanno solo agli immigrati, di stranieri che verrebbero sussidiati, non emerge che il problema non sono le fette, ma quanto la torta a essere esigua, così esigua che nella guerra tra poveri stanno chiaramente soccombendo quelli naturalmente più deboli.

Non quelli arrivati con i barconi, ma che sono nel nostro Paese da 15 o anche 20 anni. E che ora vivono un maggiore divario con la popolazione locale.

Una disuguaglianza in più, oltre a quelle già presenti,a quella tra garantiti e non garantiti, tra Nord e Sud, che non fa bene al tessuto sociale italiano e non è nell’interesse non solo di coloro che sono da sempre per la solidarietà, ma anche e soprattutto di quelli che temono più di altri la loro presenza e che pensano che integrare gli immigrati sia maledettamente difficile.

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