I lavoratori assunti dalle piattaforme digitali in Italia? Sono solo 2000

Le piattaforme digitali nel nostro Paese, da Google a Foodora, superano di poco i 2mila dipendenti, di cui oltre la metà impiegati solo nei magazzini di Amazon. Facebook in Italia conta solo 22 dipendenti. Deliveroo, Foodora e Just Eat non arrivano a 200 dipendenti. A fronte di profitti milionari

Foodora

(TOBIAS SCHWARZ / AFP)

15 Giugno Giu 2018 0750 15 giugno 2018 15 Giugno 2018 - 07:50

Ricavi a sei zeri, pochissimi lavoratori assunti, stipendi e tasse basse. È il modello di business delle grandi piattaforme digitali presenti in Italia, da Google ad Amazon, passando per Facebook, Foodora e Deliveroo. Le nove principali piattaforme nel nostro Paese superano di poco i 2mila lavoratori dipendenti, di cui oltre la metà impiegati solo nei magazzini di Amazon. Le tre big del food delivery, Foodora, Deliveroo e Just Eat, non arrivano nemmeno a 200 assunti. Ad avere l’ufficio più piccolo è Facebook, che da noi conta solo 22 dipendenti.

Una minuscola fetta di lavoro, per un mercato che invece solo per le vendite online nel nostro Paese supera i 25 miliardi di euro di fatturato (stima Accenture). E che si avvale per lo più di lavoratori non contrattualizzati e con scarse tutele. L’Inapp, Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche, per la prima volta ha realizzato uno studio basato su analisi dei bilanci, composizione del personale e avviamenti professionali di queste aziende che hanno messo radici in Italia, facendo emergere come la crescita delle Big del tech nel mercato nostrano non corrisponde affatto a una crescita dei posti di lavoro né delle tasse pagate.

«Guardando i dati, viene fuori una dinamica economica del tutto nuova: alti profitti e una grossa penetrazione di mercato, a cui corrisponde una bassa intensità occupazionale, il più delle volte con contratti non subordinati», spiega Dario Guarascio, ricercatore di Inapp.

Basti pensare, ad esempio, che due colossi come Google e Facebook nel 2016 avevano solo 195 e 22 dipendenti. Numeri bassi che si possono spiegare con la natura tecnologica di queste piattaforme, che offrono servizi immateriali replicabili senza costi aggiuntivi. «L’occupazione che questo tipo di piattaforme genera è circoscritta a profili manageriali e tecnici deputati alla cura della piattaforma e delle applicazioni», spiega Guarascio. E lo stesso discorso vale per le piattaforme di intermediazione per gli acquisti, come Casa.it, Subito.it e Booking, che contano rispettivamente 135, 111 e 239 dipendenti. Numeri spiccioli per le enormi fette di mercato che coprono.

Una sproporzione rispetto ai ricavi di queste aziende. Tanto più che la crescita dei profitti non è seguita affatto da una crescita proporzionale dei salari. Ad aumentare, sono per lo più quelli dei livelli più alti, relativi ai manager. Senza contare che in molte di queste piattaforme molte mansioni, soprattutto quelle meno qualificate, sono affidate a collaboratori autonomi senza contratti subordinati. Mostrando una forte disuguaglianza tra lavoratori anche all’interno delle stesse piattaforme.

Le nove principali piattaforme digitali nel nostro Paese superano di poco i 2mila lavoratori dipendenti, di cui oltre la metà impiegati solo nei magazzini di Amazon. Le tre big del food delivery, Foodora, Deliveroo e Just Eat, non arrivano nemmeno a 200 assunti

Cosa che vale soprattutto per le aziende Big delle consegne del cibo a domicilio. Deliveroo conta solo 70 dipendenti, Foodora 45, Just Eat 80. Meno di 200 assunti in totale. E nessuno di questi è un rider, che invece sono circa 3mila solo nella città di Milano. Il modello qui è l’esternalizzazione di gran parte delle mansioni, che vengono affidate a contratti con lavoratori riconosciuti come “fornitori” o “collaboratori”, senza sottoscrivere alcun contratto da dipendente. Non a caso, i costi dei servizi sono il doppio rispetto al costo del lavoro per Just Eat e addirittura sei volte di più per Deliveroo: l’ipotesi è quindi che il pagamento della flotta dei rider non rientri tra il costo del personale, ma venga categorizzato solo la voce delle forniture. Uno squilibrio che si può notare anche per Casa.it, Subito.it e Petme.

Ma se tutte e tre le piattaforme del food delivery hanno uno zoccolo duro di pochi dipendenti qualificati, ognuna poi regola in maniera diversa i rapporti con i fattorini per le mansioni di consegna. Foodora, che per i suoi dipendenti usa soprattutto contratti a tempo determinato di breve durata (il tasso di turnover è molto alto), per le consegne dei pasti usa invece soprattutto Cococo con pagamento per consegna. Anche Just Eat usa i Cococo per i suoi rider, che però vengono contrattualizzati attraverso una società terza di cui la piattaforma si avvale. Il “modello Deliveroo” prevede invece l’uso di contratti di collaborazione occasionale o, se il rider guadagna i 5mila euro l’anno, la partita Iva.

L’unica eccezione per numero di dipendenti in Italia è Amazon, che nel 2016 contava 1.169 assunti: un’eccezione dovuta alla rete di raccolta e smistamento di beni dei magazzini di Amazon Logistica, che richiede più lavoratori rispetto alle tradizionali piattaforme, il più delle volte (89,7%) assunti però con contratti di somministrazione (Amazon ha sforato addirittura il tetto delle somministrazioni e ora l’ispettorato del lavoro ha chiesto l’assunzione per 1.300). Gli avviamenti professionali in Italia per Amazon Logistica nel periodo 2016-2017 sono stati 7.133, a fronte di 1.058 dipendenti riportati nel bilancio. Cifre che rivelano anche un tasso di turnover pari al 1229%, il che «fornisce una misura del grado di volatilità occupazionale all’interno della singola impresa», spiegano da Inapp.

C’è un problema molto rilevante di distribuzione dei guadagni delle piattaforme digitali, che da un lato non si trasformano in occupazione e dall’altro non alimentano la capacità redistributiva dello Stato attraverso le imposte

Stefano Sacchi, presidente di Inapp

E poi arrivano le tasse. Le imposte e gli oneri sociali pagati dalle grandi piattaforme digitali sono solo una piccolissima parte rispetto al valore aggiunto e agli utili per dipendente, e soprattutto rispetto ai profitti. Che, comunque, per le Big, non sono mai così alti come ci si aspetterebbe. «Gran parte della ricchezza di Bezos, Zuckerberg & co. deriva dal valore crescente delle azioni in Borsa», spiega Maurizio Franzini, docente di politica economica all'Università La Sapienza. Non a caso, «i grandi manager ricevono retribuzioni fisse relativamente basse, ma moltiplicano i loro guadagni grazie alle alte stock options che ricevono». Il prezzo delle azioni di Amazon oggi è di quasi 1.500 dollari. Dieci anni fa non si arrivava a cento dollari. Sproporzioni e paradossi che rendono difficile anche ogni forma di regolamentazione. Basti pensare che quando Facebook acquistò Instagram per 1 miliardo di dollari, Instagram contava solo 13 (!) dipendenti.

«C’è un problema molto rilevante di distribuzione dei guadagni delle piattaforme digitali, che da un lato non si trasformano in occupazione e dall’altro non alimentano la capacità redistributiva dello Stato attraverso le imposte», spiega Stefano Sacchi, presidente di Inapp. «Insieme al problema di come garantire adeguata protezione sociale ai lavoratori della gig economy, la questione fondamentale dei prossimi anni è come redistruibuire i guadagni di produttività e il valore aggiunto che vengono dal progresso tecnologico. L’alternativa è una società fortemente polarizzata, un modello insostenibile dal punto di vista della necessità di garantire sostegno politico diffuso alle democrazie liberali e incompatibile con la coesione sociale».

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La precisazione di Subito.it

Dal 2007 ad oggi il numero dei dipendenti è cresciuto del 43,4% media annua, passando da 4 a 147 dipendenti in 10 anni. La crescita a doppia cifra del fatturato è stata quindi costantemente accompagnata da una crescita organica del personale. A ciò si deve aggiungere che il 40% degli assunti lavora in Prodotto e Tecnologia, due aree aziendali che richiedono competenze altamente specializzate. Inoltre, come espressamente dichiarato anche nella ricerca, Subito ha il 98% di contratti a tempo indeterminato, l’1% di stage e solamente l’1% di contratti di somministrazione. Questi dati dimostrano l’interesse di Subito per i propri dipendenti ai quali mette a disposizione anche piani di welfare strutturati comprensivi della possibilità di lavorare in smart working e volti allo sviluppo del work-life balance. Tutto ciò è confermato anche dalla classifica del Great Place to Work 2018 che ha visto Subito posizionarsi in 15esima posizione tra le medium companies. Subito è parte di Schibsted Italy, una realtà composta anche da una società di servizi, Schibsted Italy Business, che si occupa del customer care e del teleselling per i clienti privati e professionali di Subito. Schibsted Italy Business è nata nel 2015 dalla decisione di internalizzare questi servizi, prima in capo a società esterne. Questa realtà è cresciuta in poco tempo e rappresenta un casus quo rispetto al panorama italiano. Ad oggi conta 114 dipendenti (+118% rispetto al 2015), il 79% dei quali con un contratto indeterminato. Ad oggi solamente il 16% ha un contratto a tempo determinato o di somministrazione e si consideri che dei somministrati nel 2017 oltre il 95% è stato assunto con contratto indeterminato.

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