Non pensate all’elefante: se continuate a dire che Salvini è un razzista finirete per rafforzarlo

Il concetto è stato teorizzato dall'americano Lakoff a inizio millennio ma è più attuale che mai. Ogni giorno i politici giocano a chi la spara più grossa, cercando di stare al centro dell'attenzione il più possibile. Chi fa opposizione dovrebbe reagire, non sempre e solo di riflesso

Dumbo Linkista
31 Luglio Lug 2018 1250 31 luglio 2018 31 Luglio 2018 - 12:50

Il socio-linguista George Lakoff nel suo celeberrimo saggio “Non pensare all’elefante!” spiegava l’efficacia della comunicazione del partito repubblicano americano (il cui simbolo è appunto l’elefante) rispetto a quello democratico all’inizio degli anni duemila. Secondo Lakoff quanto più i democratici provavano a confutare gli argomenti dei propri avversari, tanto più quegli stessi argomenti restavano impressi nell’opinione pubblica, perché ripetere o negare un concetto dell’avversario equivaleva a rafforzarlo. Un tempo avremmo parlato di egemonia culturale, poi di agenda setting, ora centrale è il concetto di frame, di cornice narrativa, dentro cui declinare gli argomenti della propria parte politica. Se non si è in grado di farlo, il rischio è quello di mettere sotto i riflettori l’elefante di turno, ovvero temi e parole altrui. È successo in America con Trump, sta succedendo in Italia con i pentaleghisti, ma andiamo con ordine.

Nei mesi scorsi sempre Lakoff ha elencato quattro caratteristiche alla base del modo in cui il Presidente Usa trasmette il proprio messaggio, di cui sono paradigmatici i tweet. In primo luogo viene individuato un tema e viene costruita una cornice narrativa che crea un’immediata associazione tra un determinato argomento e la connotazione che ne è stata data. Poi viene distolta l’attenzione da problemi reali per indirizzarla su altre questioni, quindi vengono criticati coloro che si oppongono a quel tema e infine si lancia un trial balloon, una notizia civetta, un’idea gettata nell’infosfera unicamente per provare a sondare la reazione dell’opinione pubblica. Non è possibile adattare questo schema teorico, elaborato per gli Usa, ad altri contesti, tuttavia si possono riscontrare delle analogie anche dalle nostre parti. Il giorno della proposta delle nomine dei vertici Rai, o per meglio dire della lottizzazione, ad esempio, è stato tirato in ballo nuovamente il tema euro sì-euro no; mentre all’interno del Governo ferocemente si discuteva della tav l’attenzione è stata indirizzata sul cosiddetto air force Renzi. Dal crocifisso obbligatorio nei luoghi pubblici agli ambulanti sulle spiagge, dal censimento dei rom ai raccomandati della RAI, quasi ogni giorno viene dato in pasto all’opinione pubblica un tema che da un lato distoglie l’attenzione da altri contenuti, dall’altro serve a verificare le reazioni stesse dell’opinione pubblica. Il risultato è una costante determinazione dell’agenda politica e informativa, una costruzione a ciclo continuo di frame narrativi che ingabbiano innanzitutto gli avversari politici incapaci di uscirne fuori, di smettere di fare da cassa di risonanza, per citare Lakoff, di non pensare all’elefante. Il Ministro dell’Interno e Vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini ha imparato molto bene questo giochino, e quotidianamente disegna ‘l’elefante del giorno’ che copre il dibattito pubblico nell’infosfera e obnubila la vista e la mente dei suoi oppositori. Ogni giorno c’è una dichiarazione, un video su fb, un tweet, un’intervista di Salvini che funge da esca per le reazioni dei suoi avversari politici che gratuitamente lavorano a rendere sempre più larga l’audience e sempre più performante il reach del leader della Lega sui social network. Quanto più quest’ultimo viene descritto in termini negativi, tanto più diventa familiare e simpatetico alla maggioranza degli italiani. Lo stesso favorevole destino lo stanno incontrando termini che le élite considerano negativi come populismo e sovranismo. Secondo un sondaggio di Swg nel dicembre 2016 il 58% degli intervistati riteneva che il populismo fosse un insieme di demagogia e adulazione della folla, oggi la percentuale è scesa al 43%, mentre per il 44% essere populisti equivale ad ascoltare le istanze delle persone. Insomma chi pensa di fare l’opposizione al pentaleghismo parlando unicamente di quanto siano brutti sporchi e cattivi rischia di essere uno straordinario esempio di eterogenesi dei fini: lo si vuole indebolire e invece lo si rafforza. E intanto l’elefante diventa sempre più grosso.

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