Il metoo è degenerato in follia: torniamo allo stato di diritto (e ai i film di Woody Allen)

Nato come strumento di emancipazione femminile, il metoo è diventato uno strumento di controllo del potere in cui a nessuno importa dei fatti: chi è accusato, ha sempre torto. Come Woody Allen, ritenuto già due volte non colpevole. In questa cornice, impossibile non solidarizzare con Asia Argento

Sfilatametoo_Linkiesta

Una sfilata durante il #Metoo fashion show a New York, 9 febbraio 2018

ANGELA WEISS / AFP

25 Agosto Ago 2018 0700 25 agosto 2018 25 Agosto 2018 - 07:00

Davanti al tribunale orwelliano del #metoo, il fatto che Asia Argento abbia o non abbia avuto un rapporto sessuale con Jimmy Bennett non cambia assolutamente nulla, così come non cambia nulla il fatto che lui fosse minorenne o meno.
A nessuno, infatti, è importato che Woody Allen fosse stato riconosciuto non colpevole, da due separate indagini, dall’accusa di aver molestato la figlia adottiva Dylan Farrow, o che la sua versione fosse stata confermata in toto dall’altro figlio Moses (che contestualmente accusava la sorella di essere plagiata e manovrata dalla madre Mia, definita “violenta e psicotica”).
Dopo ottantadue anni di carriera passati a collezionare a Oscar e a scrivere battute diventate patrimonio dell’Umanità, Woody è stato obbligato a smettere di lavorare e la sua memoria dannata per sempre. Attrici che a lui devono tutto hanno dichiarato di essersi pentite di aver fatto film con lui. Blogger e scrittori si sono interrogati per mesi, online, su come convivere con il senso di colpa di aver riso per anni alle sue battute. Il destino del suo ultimo film, “A rainy day in New York”, è ancora appeso a un filo.
Senza dimenticare la reazione al discorso di Diane Keaton agli scorsi David di Donatello da quei mortaccioni del cinema di casa nostra, gente che per un ruolo da comparsa in “To Rome with love” si sarebbe venduta la madre: quando l’attrice – l’unica a non averlo abbandonato - ha chiesto un applauso per il regista, si sono tutti voltati dall’altra parte, ostentando smorfie ed espressioni disgustate.
Oggi, davanti alla notizia dei 380 mila dollari incassati da quel paraculo di Bennett, è impossibile non solidarizzare con la Argento: del resto, il fatto che la richiesta economica sia giunta proprio quando l’attrice era tornata alla ribalta grazie allo scandalo Weinstein è indice di un tempismo ai limiti della richiesta estorsiva.
Eppure ieri nessuno si chiese come mai un altro mezzo attore, Anthony Rapp, rivelò di essere stato vittima, nel 1986, di alcune avances sessuali da parte di Kevin Spacey giusto qualche giorno dopo lo scoppio planetario della bolla #metoo. Per 31 anni di quelle avances nessuno aveva saputo niente: poi improvvisamente , guardacaso, erano diventate un peso insopportabile di cui liberarsi immediatamente, tramite intervista organizzata dal suo ufficio stampa e profumatamente pagata.
Leggere oggi il più prestigioso quotidiano al mondo scrivere seriamente che Bennet rimase irrimediabilmente “traumatizzato” da un presunto rapporto sessuale pare uno scherzo; anzi, il solo fatto che un quotidiano come il New York Times tratti con questa cura un argomento del genere e si presti a una manovra simile - con il dossier arrivato in forma anonima, roba che nemmeno Fabrizio Corona - è abbastanza per mettere in crisi chi ancora difende il ruolo della stampa e dell’informazione mainstream dalle accuse da cui in questi anni è stata travolta.
Eppure ieri erano tutti compatti nel mettere al bando un altro indiscusso genio della comicità di tutti i tempi , quel Fu Louis CK la cui carriera è stata terminata lo scorso ottobre da un altro articolo dello stesso New York Times, le cui accuse nei suoi confronti suonavano altrettanto bizzarre.

Leggere oggi il più prestigioso quotidiano al mondo scrivere seriamente che Bennet rimase irrimediabilmente “traumatizzato” da un presunto rapporto sessuale pare uno scherzo; anzi, il solo fatto che un quotidiano come il New York Times tratti con questa cura un argomento del genere e si presti a una manovra simile - con il dossier arrivato in forma anonima, roba che nemmeno Fabrizio Corona - è abbastanza per mettere in crisi chi ancora difende il ruolo della stampa e dell’informazione mainstream dalle accuse da cui in questi anni è stata travolta

C’è voluta – insomma - l’incriminazione di una delle vittime più illustri di Harvey Weinstein perché si spezzasse l’incantesimo e parte dell’opinione pubblica si rendesse conto, finalmente, del vero volto del cosidetto “movimento #metoo”, un movimento erroneamente considerato a difesa delle donne che con le donne, in realtà, non c’entra più nulla da un pezzo. Anche se i dotti commentatori di casa nostra lo ignorano, quella del #metoo è una storia che parte da molto lontano (qui ne avevamo ricostruito la genesi), e nasce nel cuore delle grandi università liberal americane quasi un decennio fa. Nato con le migliori intenzioni – difendere le ragazze vittime di stupro nei campus – il movimento, che solo in un secondo momento prese il nome “metoo”, si è progressivamente trasformato da arma di emancipazione femminile a strumento di controllo ed esercizio del potere, attraverso la sospensione dello stato di diritto.
Alla base c’è un principio giuridico che è un vero e proprio mutamento di paradigma: la presunta vittima – a prescindere dal sesso – va creduta sempre, a qualsiasi costo. E contemporaneamente, il presunto carneficie è da condannarsi in ogni circostanza, solo sulla base di un sospetto, senza che ci sia la necessità di dimostrarne la colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio.
Questa rivoluzione orwelliana del diritto, adottata nei regolamenti interni dei migliori college d’America, che doveva servire come misura deterrente e temporanea per arrestare l’epidemia di violenze sessuali, è poi tracimata nel resto del mondo usando come pretesto il caso Weinstein. E da quel momento tutto è cambiato: grazie al “#metoo” il femminismo è degenerato alla stregua di un piede di porco, utile per sbarazzarsi definitivamente di qualcuno e liberare un determinato posto di potere solo sulla base di un’accusa.
I casi di attori, comici, registi, scrittori e direttori d’orchestra hanno fatto rumore, ma in questi mesi ce ne sono stati altri che, pur facendo meno notizia, hanno riscritto gli assetti di potere interni ad industrie del valore di diversi miliardi di dollari.
Esattamente quello che sta accadendo al numero uno della CBS Les Moonves, una delle persone più importanti e decisive dell’intera industria dei media e delle telecomunicazioni americana. Anche lui è stato recentemente colpito da un’inchiesta del solito Ronan Farrow, perfettamente a suo agio nei panni di colonnello della Gestapo morale del #metoo. Fa nulla che perfino per i media solitamente più forcaioli come l’Hollywood Reporter le accuse siano piene di punti oscuri, che lui abbia negato, che le storie siano vecchie di anni: se qualcuno lo accusa allora Moonves deve pagare a prescindere, prima di qualunque processo, con pesanti ripercussioni per tutto il gigante economico che egli rappresenta. Gigante che – ma tu guarda ancora il caso! – in questi mesi e sotto la guida di Moonves era alle prese con una colossale fusione che potrebbe cambiare per sempre il volto delle telecomunicazioni americane e che oggi viene messa in discussione.
E’ per questo che, nel perverso mondo all’incontrario del #metoo, non importa sapere nel dettaglio i contorni della vicenda che ha riguardato Asia Argento: se Jimmy Bennet si considera una vittima, allora tanto basta per identificarlo come tale. E nessuna giustificazione, nessuna spiegazione non importa se razionale o meno potrà mai cambiare lo stato delle cose.

Da quando il movimento è partito nessuna donna, nel mondo, ha ottenuto un miglioramento concreto in termini di diritti acquisiti o miglioramenti salariali. Al contrario, decine e decine di persone – sia uomini che donne – dopo essere state sputtanate a vita hanno perso il lavoro, a vantaggio di altri.
Proprio come ora Asia Argento rischia di perdere il suo, finendo per essere vittima due volte: la prima di quel maiale di Weinstein, la seconda del movimento che lei stessa ha contribuito più di chiunque altro a rendere celebre nel mondo.
Dopo un anno di follia, nell’interesse di tutti – a cominciare da Asia Argento - sarebbe ora di ristabilire lo stato di diritto.
E di tornare a far uscire i film di Woody Allen al cinema.

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