A luglio dimezzati i contratti a termine: è l’effetto del decreto dignità?

I dati Istat di luglio, primo mese di parziale applicazione delle nuove regole, registrano un aumento dei contratti a tempo determinato che è la metà del mese precedente. Cala l’occupazione, diminuisce la disoccupazione ma aumentano gli inattivi

Luigi Di Maio

(Alberto PIZZOLI / AFP)

Alberto PIZZOLI / AFP

1 Settembre Set 2018 0730 01 settembre 2018 1 Settembre 2018 - 07:30

Si dimezzano i contratti a termine firmati dai lavoratori italiani. Il decreto dignità, entrato in vigore il 14 luglio, potrebbe cominciare a far sentire i suoi primi effetti sul mercato del lavoro italiano. I dati Istat riferiti a luglio, primo mese di parziale applicazione delle nuove norme, dicono che i contratti a tempo determinato in un mese sono cresciuti di sole 8mila unità, la metà dell’aumento di giugno (+16mila). Parliamo di numeri piccoli, che però potrebbero dire già qualcosa su come i datori di lavoro e gli imprenditori italiani nel mese di luglio, in preda agli annunci del governo, abbiano reagito alle norme del decreto che ha stretto sui contratti a termine, riducendone la durata e reintroducendo le causali per il rinnovo dopo i 12 mesi. Nel mese di luglio si contano 28mila occupati in meno, una riduzione che segue la contrazione già registrata a giugno (-49mila).

Il decreto dignità del ministro Luigi Di Maio è entrato in vigore il 14 luglio, ma senza prevedere alcun regime transitorio. Il regime transitorio fino al 31 ottobre è stato inserito successivamente solo nella legge di conversione entrata in vigore il 12 agosto. Di fatto – come abbiamo già spiegato – si sono creati quattro regimi transitori diversi per i contratti a termine. Ma per i contratti stipulati tra l’entrata in vigore del decreto (14 luglio) e l’entrata in vigore della legge di conversione valeva già il decreto dignità con le sue regole, ovvero l’introduzione della proroga con causale dopo i 12 mesi, il tetto massimo di durata dei contratti ridotto da 36 a 24 mesi e l’aggravio contributivo dello 0,5% sui rinnovi.

A guardare i numeri Istat, che certificano il dimezzamento dell’aumento dei contratti a termine, da +16mila a +8mila, l’ipotesi è che gli imprenditori siano stati molto cauti nella firma di nuovi rapporti di lavoro. O che l’abbiano solo rimandata. Visto che, stipulando un contratto a tempo determinato dal 12 agosto in poi, dopo l’entrata in vigore della legge di conversione, con il periodo transitorio (introdotto postumo) valgono invece le vecchie regole meno restrittive del decreto Poletti. Per cui è ipotizzabile che ad agosto si registrerà un nuovo boom dei contratti a termine, che potrebbero essere rinnovati per tre anni fino al 2021 prima del 31 ottobre, dribblando così le nuove regole. Quanto il decreto dignità inciderà sull’occupazione si vedrà del tutto solo da novembre in poi.

A guardare i numeri Istat, che certificano il dimezzamento dell’aumento dei contratti a termine, da +16mila a +8mila, l’ipotesi è che gli imprenditori siano stati molto cauti nella firma di nuovi rapporti di lavoro. O che l’abbiano solo rimandata. Con il periodo transitorio valido da agosto al 31 ottobre, c’è da attendersi in questi mesi un boom dei contratti a termine

A luglio, ill calo degli occupati di riguarda soprattutto le donne e la “fascia di mezzo” da 25 ai 49 anni, che registra 67mila occupati in meno in un mese. Mentre tra gli over 50 si assiste a una crescita di 46mila unità, a conferma dell’invecchiamento della forza lavoro.

E dopo mesi di calo, forse compensando l’impossibilità di ottenere contratti termine, sono tornati a crescere anche gli indipendenti: +8mila nel mese di luglio. Quando a giugno erano calati invece di 9mila unità. Se tra questi ci siano finti autonomi non è dato saperlo.

I contratti a tempo indeterminato, invece, seguendo il trend precedente, continuano a calare: -44mila a luglio rispetto a giugno, quando erano scesi di 56mila unità. Numeri che in questo caso dicono come potrebbe non farsi sentire l’aggravio degli indennizzi in caso di recesso datoriale illegittimo introdotto dal dl dignità. A conferma, come si è già visto con il Jobs Act, che non sono le regole sui licenziamenti a incentivare i contratti stabili, quanto il loro costo e gli eventuali sgravi.

La disoccupazione, intanto, diminuisce al 10,4 per cento, pur restando la terza più alta d’Europa dopo Spagna e Grecia. Ma il calo potrebbe non essere una buona notizia, visto che sono tornati a crescere invece gli inattivi (il tasso di inattività sale al 34,3%, con 89mila soggetti inattivi in più in un mese), soprattutto nella fascia 25-34 anni (+52mila), che è quella di ingresso nel mercato del lavoro. Scende dell’1% anche la disoccupazione giovanile, che si porta al 30,8%, ma allo stesso tempo anche tra i più giovani aumenta il tasso di inattività. In un clima di incertezza sulle fattezze stesse dei contratti di lavoro, c’è chi ha preferito addirittura smettere di cercarlo.

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