Dossier
Le massime di Paul Grice
10 Settembre Set 2018 0750 10 settembre 2018

Dì solo ciò che pensi sia vero e credibile: ecco la prima regola per una comunicazione di qualità

La seconda massima di Paul Grice è quella della comunicazione di qualità: una massima difficilissima da rispettare, in un mondo di tuttologi che pensano di possedere la verità assoluta su tutto lo scibile umano

Mr Wolf Linkiesta
Una scena tratta dal film “Pulp Fiction” (1994)

Herbert Paul Grice, filosofo del linguaggio, inglese, docente dell’Università di Berkeley dove insegnò a lungo, dedicò la sua vita e i suoi studi al linguaggio e alla sue forme. Lasciò, oltre al resto, 4 Massime sulla Comunicazione, perle di saggezza in grado di rendere la nostra comunicazione, e quindi le nostre relazioni, migliori.

Il nucleo del pensiero di Grice è il principio di cooperazione: ogni persona impegnata in una conversazione agisce per contribuire alla buona riuscita della conversazione stessa, nel rispetto di 4 Massime: Quantità, Qualità, Relazione e Modo.

Abbiamo parlato della Massima della Quantità, ora viene quella della Qualità.

Dì ciò che pensi essere vero e credibile. Non dire altro.

Massima difficile, assai, da rispettare. Specie di questi tempi, azzardo a dire.

Nell’epoca della dittatura dell’opinionismo di pancia, pulsione umana un tempo almeno confinata alle quattro mura di un bar e per questo meno dannosa, tutti ci sentiamo in dovere di dire la nostra su tutto. Anche che il corpo umano è fatto per il 90% di acqua, come ci ha ricordato il nostro ministro del Lavoro, Luigi Di Maio.

Siamo esperti di tutto e nulla; neppure il timore di apparire incompetenti, superficiali o ridicoli, ci trattiene dal parlare e dal dire la nostra. Dall’ambiente ai vaccini, dall’ingegneria alla gastronomia, dallo spread alla sicurezza informatica

Siamo esperti di tutto e nulla; neppure il timore di apparire incompetenti, superficiali o ridicoli, ci trattiene dal parlare e dal dire la nostra. Dall’ambiente ai vaccini, dall’ingegneria alla gastronomia, dallo spread alla sicurezza informatica. Sappiamo tutto.
D’altronde ci siamo formati alla scuola del Tweet, abbiamo fatto l’università di Wikipedia e il master su Facebook. Per il PHD stiamo creando un profilo Instagram.

Oggi chi sa non s’azzarda più a parlare: un tempo c’era l’odio sociale, ora c’è odio, e palese, verso i detentori della conoscenza.

Se notiamo sono sparite formule quali “Ipotizzo”, “Suppongo”, “Proviamo a considerare”. Oggi sono tutte affermazioni, statement direbbero gli amici inglesi, che non ammettono replica.

C’è sul piatto la nostra credibilità.

Se metto un annuncio per cercare un barista al primo impiego ma pretendo che sia esperto, come faccio a risultare credibile?
Se annuncio al telegiornale che c’è stata una catastrofe, che, per fortuna, non ha causato danni a persone o cose, era il caso di definirla catastrofe?
Se ricerco un’auto usata in ottime condizioni, forse vivo nel mondo dell’utopia e faccio prima a tentare il superenalotto. O sono solo sprovveduto.

Dì ciò che pensi essere vero e credibile. Non dire altro.

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