2 Ottobre Ott 2018 0558 02 ottobre 2018

Fallita l'azienda spot di Renzi: simbolo del suo Jobs Act, è finita peggio di lui

La benedizione di Renzi è stata in realtà un bacio della morte: «L’auspicio - recitava l'ex premier - è che realtà del genere continuino a crescere perché l’Italia è questa roba qua». Ma Ads è fallita e i suoi lavoratori aspettano ancora di essere pagati

Renzi Linkiesta
cAndreas SOLARO / AFP

Sono bastati due anni e mezzo per passare da azienda modello che si espande grazie al jobs act al fallimento. «Cinquecento assunzioni», grazie alla misura appena introdotta, tuonava nel 2016 l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi in visita alla Assembly Data System (Ads) di Pomezia davanti alle telecamere di Porta a Porta. «L’auspicio - recitava Matteo - è che realtà del genere continuino a crescere», perché, concludeva «l’Italia è questa roba qua» e cioè un’azienda di alto valore tecnologico che assume. Trenta mesi più tardi la storia è andata diversamente e Ads è oggi una realtà fallita con quote sociali finite sotto sequestro dal tribunale di Firenze, lavoratori che chiedono gli arretrati e che hanno visto nell’ultimo anno gli stipendi versati a singhiozzo. 280 persone appese al filo delle trattative tra la società il Ministero dello Sviluppo Economico, i sindacati e le nuove realtà che stanno rilevando i rami d'azienda di Ads.

A ottobre 2016 vengono a galli i problemi per Ads: la perdita di una importante commessa mangia all’azienda di Pomezia 14 milioni di fatturato e a dicembre le inchieste di Firenze, Roma e Napoli investono il giglio magico e ancora Dagostino

Il 12 settembre scorso è arrivato il provvedimento di fallimento del tribunale di Velletri, competente per territorio, e il prossimo 8 gennaio è prevista l’udienza per l’esame dello stato passivo con l’adunanza dei creditori, che dovranno farsi avanti entro il 9 dicembre. Finisce così l’avventura di Ads iniziata nel lontano 1987 e su cui il «giglio magico» aveva posato occhi e attenzioni nel 2010. A farlo per primo è stato uno degli imprenditori più vicini alla galassia renziana, il manager romano Pietro Biscu un passato in Ericsson e legato a doppio filo con Luca Lotti e l’imprenditore pugliese Luigi Dagostino, già socio in affari di Tiziano Renzi, padre di Matteo, nel settore degli outlet di lusso. Dagostino e Renzi senior, insieme alla moglie Laura Bovoli, sono stati rinviati a giudizio insieme nel processo per false fatture che inizierà il prossimo 4 marzo a Firenze. Per l’imprenditore pugliese sono scattati addirittura gli arresti a giugno con un sequestro da 3 milioni di euro sempre per false fatture con società immobiliari.

Una visita dunque quella dell’ex presidente del Consiglio che alla casualità aveva lasciato pochissimo, anche perché proprio negli stessi giorni entravano nella compagine societaria lo stesso Dagostino e un altro nome pesante del giglio magico, Chicco Testa, salvo poi uscirne poco dopo. A ottobre 2016 vengono a galli i problemi per Ads: la perdita di una importante commessa mangia all’azienda di Pomezia 14 milioni di fatturato e a dicembre le inchieste di Firenze, Roma e Napoli investono il giglio magico e ancora Dagostino. Nello stesso periodo gli stipendi per i circa 1.500 dipendenti iniziano ad arrivare con il contagocce e a febbraio 2017 parte la cassa integrazione con abbassamento dei compensi ed eliminazione dei buoni pasto. Pochi mesi dopo per provare a salvare capre e cavoli un ramo della Ads viene ceduto alla francese Aubay: nell’accordo tra azienda e sindacati si legge che l’operazione è di «rilievo fondamentale in termini occupazionali, in quanto consentirebbe di salvaguardare un numero consistente di rapporti di lavori con i dipendenti».

«Sto aspettando 2 anni di stipendi mai arrivati e otto anni di Tfr», racconta uno di loro che nel 2010 aveva lasciato un altro posto di lavoro e aveva creduto che la benedizione di Matteo non fosse un bacio della morte

Da lì inizia una vera e propria opera di spolpamento dell’azienda: a fine 2017 Ads confluisce in una delle sue controllate, la Ads Solutions. I dipendenti iniziano a sentire puzza di bruciato e cercano una nuova collocazione rinunciando pure agli stipendi arretrati. Nel 2018 l’epilogo: a inizio anno nell’ambito di una indagine delle fiamme gialle viene disposto dalla procura di Firenze il sequestro preventivo di 4 milioni di euro a carico dell’amministratore unico di Ads Pietro Biscu. Omessi versamenti Iva che, scrivono i magistrati, «hanno creato un vantaggio economico alla Ads che ha beneficiato e lucrato del mancato versamento». Di quel vantaggio economico non sembrano però aver beneficiato i lavoratori. I rami che restano di Ads, mentre l’azienda fa richiesta di ammissione al concordato preventivo, vengono spacchettati e affittati ad alcune realtà che fanno riferimento all’imprenditore salernitano Aniello Russo e alla sua Metoda.

Dell’azienda spot del Jobs Act resta dunque poco: un dossier aperto sul tavolo del Ministero dello Sviluppo Economico e 280 lavoratori che vagano nel limbo della negoziazione tra la vecchia Ads e le nuove realtà a cui sono stati affittati i rami d’azienda. «Sto aspettando 2 anni di stipendi mai arrivati e otto anni di Tfr», racconta uno di loro che nel 2010 aveva lasciato un altro posto di lavoro e aveva creduto che la benedizione di Matteo non fosse un bacio della morte.

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