Intervista
26 Ottobre Ott 2018 0602 26 ottobre 2018

Aboubakar Soumahoro: “Braccianti, rider, giornalisti: siamo tutti sfruttati allo stesso modo”

Il sindacalista Usb e sociologo italoivoriano dice: “Nella gabbia dello sfruttamento non sono intrappolati solo i braccianti immigrati, ma i lavoratori di tutti i settori che ogni giorno svolgono un lavoro che non dà dignità. Il sindacato è centrale, deve ricomporre”

Aboubakar Linkiesta
Aboubakar Soumahoro (Foto: Fondazione Feltrinelli)

Aboubakar Soumahoro, 38 anni, italiano nato in Costa d’Avorio, sociologo e sindacalista del coordinamento dei lavoratori agricoli Usb, è tante cose insieme. Ha fatto il bracciante agricolo e il muratore, si è laureato a Napoli in sociologia, vive tra la Calabria e la Puglia, ha alle spalle una famiglia mezza cattolica e mezza musulmana. E in un’Italia incazzata, divisa, affranta, lui vuole unire, far convergere e portare in piazza quelli che oggi protestano e si lamentano nella solitudine dei profili Facebook. Dai braccianti ai rider, dai migranti alle donne.

La sua faccia e la sua voce hanno colpito l’Italia intera, quando intervenne con megafono in mano nella manifestazione di protesta successiva alla morte del suo amico Soumaila Sako, il bracciante arrivato dal Mali fino in Calabria e ucciso lo scorso 2 giugno con un colpo di fucile.

«Un bracciante deve camminare gomito a gomito con i rider, con i disoccupati, con i lavoratori del privato», disse. E oggi torna a ripeterlo, mentre si impegna nella costruzione di quella che definisce una nuova “catena umana”. «Bisogna organizzarsi, cercare forme di ricomposizione», ripete. L’occasione è l’inaugurazione della mostra “‘900, la stagione dei diritti. Quando la piazza faceva la storia” alla Fondazione Feltrinelli di Milano. «Nella gabbia dello sfruttamento non sono intrappolati solo i braccianti immigrati, ma i lavoratori di tutti i settori che ogni giorno svolgono un lavoro che non dà dignità», racconta. «Un fattorino una volta mi ha detto: “Noi non siamo rider, siamo i braccianti delle metropoli. Lavoriamo a cottimo, prendiamo quanto prendono i braccianti della Piana di Gioia Tauro”. Ha centrato il punto. Il sindacato deve capire come ricomporre e intercettare queste diverse forme di precarietà che esistono anche al di fuori dei campi, come i giornalisti che scrivono e lavorano a loro volta a cottimo».

Aboubakar, cosa accomuna i braccianti della Piana di Gioia Tauro, i rider delle consegne a domicilio e i giornalisti precari?
La condizione di sfruttamento. Questo è il comune denominatore. I soggetti sono diversi, ma siamo davanti allo stesso non riconoscimento dei diritti salariali, sindacali e soprattutto della condizione di esseri umani. Spesso si dimentica questo aspetto. Ma prima di essere lavoratori, siamo persone.

Cosa è accaduto al lavoro?
C’è stata una sorta di compressione dei diritti e degli spazi di libertà. Sembra che siamo in un mare aperto in cui c’è libertà di muoversi, ma invece viviamo in una condizione di libertà compressa, in cui il lavoro non garantisce condizioni di vita dignitose.

C’è una specificità dei lavoratori stranieri, però.
Esiste una razializzazione del lavoro. C’è stata la stigmatizzazione di un segmento di lavoratori, chiamati lavoratori migranti, che però sono lavoratori come tutti gli altri. Il fatto di aver legato contratto di lavoro al permesso di soggiorno ha costretto ad accettare proposte di 12 ore di lavoro al giorno anziché sei e mezzo. Se ci si ribella, il datore di lavoro dice “te ne puoi andare via”. Non è vero che i migranti fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare, ma i migranti sono costretti a svolgere i lavori che per fortuna gli italiani sono nelle condizioni di rifiutare. Ecco: portiamo tutti nella condizione di dire “io questo lavoro non lo posso fare per 12 ore al giorno”.

Non è vero che i migranti fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare, ma i migranti sono costretti a svolgere i lavori che per fortuna gli italiani sono nelle condizioni di rifiutare. Portiamo tutti nella condizione di dire “io questo lavoro non lo posso fare per 12 ore al giorno”

Come?
Serve organizzazione. Organizzarsi è importante per rendere collettivo ciò che viene vissuto individualmente. E lo si fa attraverso lo strumento per eccellenza, che sul fronte lavorativo è lo strumento sindacale. Ma il sindacato non si può più limitare solo alla sfera di ciò che avviene all’interno del perimetro del lavoro. Deve interrogarsi come vive il lavoratore al di fuori del luogo di lavoro, prendere posizione su quello che accade intorno. Il tema è: il sindacato riesce a interpretare la fase e a intercettare i diversi soggetti?

E qual è la risposta?
Non c’è il sindacato, ci sono i sindacati. Bisogna fare in modo di trovare il massimo di convergenza possibile per evitare la frammentazione. Quando si dice che “il sindacato oggi non serve più” è un modo per dire “vi vogliamo tutti schiavi isolati”. Abbiamo l’impressione di stare insieme, abbiamo tanti contatti sul web, quando in realtà siamo tutti isolati e privi di legami. Il sindacato può ricreare questi legami in una nuova costruzione sociale di solidarietà, che ha radici nelle contraddizioni materiali.

(Foto: Fondazione Feltrinelli)

Quando si dice che “il sindacato oggi non serve più” è un modo per dire “vi vogliamo tutti schiavi isolati”. Abbiamo l’impressione di stare insieme, abbiamo tanti contatti sul web, quando in realtà siamo tutti isolati e privi di legami. Il sindacato può ricreare questi legami

Dalla raccolta fondi per la mensa dei bambini migranti a Lodi alla solidarietà dopo l’arresto del sindaco di Riace Mimmo Lucano, stiamo assistendo però a forme di protesta auto-organizzate che vanno al di là del sindacato e delle classiche organizzazioni.
C’è una presa di coscienza nazionale. Il 6 ottobre scorso in piazza a Riace non c’erano solo calabresi, ma gente da tutte le regioni d’Italia. In un momento in cui tanti diritti che davamo per scontati vengono messi in discussione, viene fuori un’Italia fatta di tante altre persone che ritengono che la centralità della vita e della persona vengano prima di tutto. In questa protesta, però, si è partecipi anche come soggetti organizzati che entrano in contatto con l’azione spontanea. Questo “basta” spontaneo e individuale che parte dall’essere umano può entrare poi in processi organizzati. Le due cose vanno avanti insieme.

Qual è il prossimo passo, allora?
Per il prossimo 27 ottobre a Reggio Calabria, diverse associazioni, collettivi e sindacati hanno promosso un’assemblea per dar vita a un appuntamento nazionale di piazza da tenersi il prossimo dicembre a Roma per affrontare i principi della non criminalizzazione della solidarietà e di chi la pratica. Davanti all’imbarbarimento e alla disumanizzazione della persona e del lavoratore, c’è chi ritiene che questa non può essere l’unica espressione della nostra cultura.

È questa la nuova sinistra?
È una convergenza su questi temi a 360 gradi, riguarda la comunità intera. È una catena umana, al di là della sinistra.

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