7 Dicembre Dic 2018 0559 07 dicembre 2018

Luigi e Antonio Di Maio, non preoccupatevi: siete il solito, immortale, complesso di Edipo

I meccanismi culturali alla base del rapporto tra padre e figlio sono sempre quelli, sin dalla notte dei tempi. La politica (e i social network) hanno solo spettacolarizzato il tutto.

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La confessione del padre di Di Maio su youtube non è solo una malinconica riproposizione “social” dei riti di pubblica proclamazione dei peccati già avvenuti nella storia in varie religioni e sette politiche, dagli autodafé dell’Inquisizione cattolica alle autocritiche pubbliche della Rivoluzione culturale, dalle autoflagellazioni rituali dei musulmani sciiti ai processi protestanti alle streghe di Salem fino alle purghe staliniane.

Vi è anche un tratto più arcaico ed edipico: un padre che si condanna pubblicamente dopo essere stato giudicato dal figlio, un parricidio fondato non sul sangue come avvenne al crocicchio di Mega sulla strada tra Tebe, Dauli e Delfi ma sulla colpa e sulla confessione. Stramba o forse inevitabile conversione dell’antica e sanguinaria rivalità pagana tra padri e figli in un rituale moderno, in parte cristiano ma non solo: le guardie rosse erano cinesi e atee. Anch’esse spesso e volentieri costrinsero a pubbliche confessioni i propri padri, talvolta biologici oppure culturali, i professori delle università o altri della precedente generazione, quelli che avevano effettuato la lunga marcia insieme a Mao. Mao usò quei figli per abbattere i suoi antichi compagni di viaggio, un altro vecchio vate più comico ma in fondo altrettanto tragico sta usando il vecchio Di Maio per far giovane Di Maio.

Non è solo un problema di colpa che ottunde la politica italiana. Nella psicologia della rivalità entrano anche altre emozioni, come l’odio e l’invidia. Così la pensava Melanie Klein. Si tratta sempre di difficoltà di relazione con l’altro, di accettarne i limiti e di comprenderne le motivazioni. Tra il padre Antonio e il figlio Luigi sembrano correre molti non detti che si sono svelati durante questa cerimonia pubblica. Antonio che scagiona il figlio Luigi e teme di averne perso la stima: «I miei figli non c’entrano nulla con tutto questo. Ho nascosto i miei errori per un motivo banale (…): avevo paura di perdere la loro stima». La voce è stretta e incrinata da un inizio di pianto e la chiusa è malinconica: “Cosa che forse è accaduta comunque”.

Mao usò quei figli per abbattere i suoi antichi compagni di viaggio, un altro vecchio vate più comico ma in fondo altrettanto tragico sta usando il vecchio Di Maio per far cadere il giovane Di Maio

La risposta del figlio non è spietata. È a sua volta intristita e piena d’illusioni perdute: «Ho conosciuto cose di mio padre che non conoscevo e mi aiuterà nel rapporto con lui». Povero figlio di un povero padre. Forse entrambi sono oppressi da un contrappasso pieno di pena e vergogna, forse entrambi si sono offerti in passato al quotidiano passatempo del dubitare dell’onestà dei politici, condimento di ogni conversazione oziosa tra amici al bar e, purtroppo, anche di troppe conversazioni tra padri e figli. Conversazioni che vorrebbero essere educative ma non sempre riescono. Il padre forse vuole insegnare al figlio alcuni valori, trasmettergli una visione del mondo, un’integrità. Non sempre ci si riesce.
Talvolta ci si lascia andare a una complicità un po’ misera, un banale lamento condiviso sulle solite cose, le mezze stagioni che più non ci sono, la politica che è sempre purtroppo corrotta e il buon tempo passato quando si viveva meglio. Si può essere nostalgici di Mao o di qualche altro dittatore che inizia per M, si finisce sempre per farla troppo facile, per illudere i figli che basti poco per essere “onesti”. Onestà, onestà, onestà. Bastasse la parola per purgarsi il mondo sarebbe più facile, come nella cara vecchia pubblicità in bianco e nero del Carosello, altro buon tempo perduto. Chi la ricorda?

Eppure lo stesso Antonio lo dice: «Essere un piccolo imprenditore non è facile, soprattutto quando le commesse non vengono pagate». Eh, vecchio problema. Il padre aveva qualche lavoratore in nero e se ne vergognava col figlio. E non gli diceva nulla. E il figlio presumibilmente stimava questo padre irreprensibile. Però forse in tal modo questo padre nulla diceva a questo figlio delle difficoltà di gestione dell’azienda, nulla dei compromessi morali ma anche degli ostacoli più o meno oggettivi che egli, il padre, doveva affrontare da piccolo imprenditore qual era. E così il figlio cresceva in una bolla protetta, effimera protezione dai torsoli e dal sangue della realtà disonesta. Meglio forse sarebbe stato essere più cauti e più audaci, gettare questi figli nelle onde ammutinate del fiume della vita?

Non si sa, lasciamo da parte la famiglia Di Maio della cui intimità nulla sappiamo. Riflettiamo semmai su di noi e sui nostri figli, quei pochi che abbiamo al giorno d’oggi. Eh, una volta si facevano più figli, caro amico. I figli. Siamo sinceri con loro? Diciamo le cose come stanno? Ci asteniamo dal cercare con loro futili consolazioni lamentandoci su come va male il mondo? Queste conversazioni banali riserviamole agli amici del bar, con i quali in fondo intratteniamo rapporti abbastanza superficiali. Con i figli e con le figlie (ci sono anche loro!) parliamo semmai in maniera mai troppo complice, più attenti a mostrare il volto difficile della realtà e non quello consolatorio nel quale noi genitori siamo i buoni e gli onesti.

Altrimenti un brutto giorno saremo forse costretti a una pubblica confessione delle nostre vergogne, al termine della quale sentiremo il triste commento della progenie afflitta e delusa: »Ho conosciuto cose di mio padre che non conoscevo e mi aiuterà nel rapporto con lui». Abituale mezzo anacoluto colloquiale di Luigi Di Maio che però stavolta non suona goffo e di incerte concordanze come al solito, ma stringe il cuore.

www.stateofmind.it

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