Ambiente e futuro
8 Dicembre Dic 2018 0551 08 dicembre 2018

Perché l’Italia deve candidarsi a ospitare Cop26

La conferenza mondiale del 2020 sarà decisiva per le sorti dei negoziati sulla decarbonizzazione: ecco perché il governo italiano, qui e ora, dovrebbe sostenere la candidatura. Per riconquistare prestigio sullo scacchiere internazionale. E per farsi alfiere di un nuovo modello di sviluppo

Cop26 Italia Linkiesta
JOEL SAGET / AFP

Il nostro paese ha una grande opportunità: candidarsi per ospitare la COP26, la conferenza sul Clima del 2020, dove si dovrà lanciare ufficialmente il percorso iniziato con l’Accordo di Parigi per cercare di fermare il cambiamento climatico e decarbonizzare l’economia cercando di mantenere le temperature globali sotto 1,5°C, la soglia considerata più sicura dalla scienza (come ricordato dall’ultimo report IPCC). In lizza ci sono anche la Gran Bretagna, in cerca di un riscatto dopo la tragedia Brexit e in grande urgenza di ristabilire il proprio primato internazionale sulla green economy (ma che in preda ai casini post Brexit potrebbe non avere tutte le carte in regola) e la Turchia, che, visto il pessimo standing sui diritti umani, cerca di dare una ripulita alla sua immagine internazionale lavorando per ospitare la conferenza sull’ambiente (ma nel suo caso c’è un grosso problema di sicurezza).

L’Italia aveva già ospitato il negoziato sul clima quindici anni or sono, nel 2003. Allora era la COP9, e la conferenza, per altro molto tecnica – si lavorava per implementare il protocollo di Kyoto che proprio nel 2020 va definitivamente in pensione – era passata quasi in sordina. Erano altri tempi e nell’agenda politica internazionale i temi all’ordine del giorno erano il terrorismo, la guerra in Iraq, il governo Berlusconi. Persino la notizia della morte di Gianni Agnelli aveva avuto più visibilità internazionale.

Ora il Belpaese ha la possibilità di cogliere una grande opportunità. L’occasione del 2020 ha tutto un altro peso, geopolitico, economico e d’immagine. È un evento che interessa le imprese della green e circular economy mondiale, le università, il mondo ambientalista internazionale, le comunità indigene, i capi di Stato delle nazioni africane, che si attendono una grande leadership in questo senso. Il governo Conte dovrà decidere entro martedì, prima che la delegazione ministeriale di Sergio Costa torni a Katowice, dove è in corso la 24ima conferenza sul clima, se procedere a tutta potenza per sostenere la candidatura Italiana. Il 2020 è un anno iconico, uno spartiacque della lotta per il cambiamento climatico, dove si gioca il futuro del pianeta. Nientepopodimeno ché.

Per una volta si può essere leader globali e mettere da parte le figuracce internazionali dovute alla scarsa crescita economica e mostrare come il Sistema Italia può essere davvero un modello per la decarbonizzazione

Si tratta però di mettere in gioco anche il ruolo dell’Italia nello scacchiere internazionale: per una volta si può essere leader globali e mettere da parte le figuracce internazionali dovute alla scarsa crescita economica e mostrare come il Sistema Italia può essere davvero un modello per la decarbonizzazione. Dall’economia circolare all’innovazione green, dall’ecodesign al rilancio delle rinnovabili, passando per la capace diplomazia della Farnesina, possiamo contribuire al successo della COP26 e dell’Accordo di Parigi. Così come la COP21 di Parigi è stata un’occasione per consacrare il mondo imprenditoriale e il tessuto civico-ambientalista francese nel 2015, il 2020 potrà essere un trampolino di rilancio per l’intero paese a costi ben inferiori di un’Olimpiade o di un Expo.

Ma il governo è recalcitrante a spendere tutto il proprio peso politico per accogliere la COP26. Dietro la titubanza del Movimento Cinque Stelle (la Lega sembrerebbe ignorare del tutto il tema) ci sarebbero i costi di organizzazione dell’evento (circa 75 milioni) e l’onerosità in termini di lavoro dei due anni di pianificazione della conferenza, che richiederà una grande macchina organizzativa e di sicurezza, ma anche un elaborato sforzo diplomatico, di pianificazione e di comunicazione internazionale. In tanti diranno: il paese non è pronto. Eppure così ancora una volta faremmo un passo indietro, facendo la figura dell’asino nell’angolo della classe, fermo restando che così asini non siamo. «Avemmo l'onore come Italia di ospitare una COP sul clima 15 anni fa, sarebbe bello poterlo fare nuovamente, ma è vero anche che gli Stati che hanno ratificato la Convenzione sul clima sono 196. Affronteremo l'argomento con il premier Conte per valutare se sussistono le condizioni per ospitare questo importante evento internazionale», così ha commentato il ministro Costa, che nelle ultime settimane sta dimostrando di essere uno dei ministri più competenti dai tempi di Edo Ronchi.

Il tema è per il momento fuori dai media. Qualche Ansa, più che altro sollevata dalla petizione su Change.org della fondazione Univerde che ha raccolto oltre 60mila firme e presentato ufficialmente la richiesta al ministro Costa. Serve aprire con urgenza questo dibattito, prima che sia troppo tardi.

Dove si dovrebbe tenere la COP26? Secondo l’organizzazione della petizione potrebbe essere Roma. Ma secondo numerose fonti del ministero e personaggi della società civile come Livia Pomodoro, la città più idonea per l’evento sarebbe di nuovo Milano, data l’esperienza di aver gestito un grande evento internazionale come EXPO2015, oltre che avere tutte le infrastrutture necessarie. Milano potrebbe inoltre legare il tema della food security di EXPO a quello dell’azione climatica globale, con la stessa competenza che ha saputo dimostrare nel 2015. Un lavoro da fare insieme all’Europa, insieme a tutta la società civile, alle imprese, al mondo economico e ambientalista italiano. Che per una volta – fatto bene – potrebbe farci sollevare la testa per una ragione davvero universale.

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