Migranti e terrorismo
10 Gennaio Gen 2019 0600 10 gennaio 2019

Sbarchi fantasma e terroristi in Italia: ecco il risultato dei “porti chiusi” di Matteo Salvini

Mentre il ministro è intento a bloccare in tutti i modi le ong, un'inchiesta a Palermo rivela che altri soggetti riescono ad arrivare in Italia in tutta libertà a bordo di gommoni veloci. Se non presidiamo il Mediterraneo non sappiamo chi entra: ecco perché le navi italiane laggiù ci devono stare

Migranti_Linkiesta
Marcos Moreno / AFP

Matteo Salvini non ha perso tempo e ha commentato così la notizia: «Altro che farne sbarcare altri o andarli a prendere con barconi e aerei, stiamo lavorando per rimandarne a casa un bel po' (faccina sorridente). Scafisti e terroristi: a casa!!!» scrive sulla sua pagina Facebook alle 8:48 del 9 gennaio.

Di cosa parla il ministro dell'interno? Dell'indagine denominata “ABIAD”, con cui la Procura distrettuale di Palermo ha fatto scattare il fermo per 15 indagati – 12 tunisini, un marocchino e due italiani – fra le province di Palermo, Trapani, Caltanissetta e Brescia. Tutti ritenuti membri di un'associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, al contrabbando di tabacchi lavorati esteri fra le coste del nord Africa e il trapanese, oltre che di esercizio abusivo di attività di intermediazione finanziaria. E dietro questi traffici aleggia lo spettro del terrorismo islamico. Parlano infatti di una “più grave minaccia alla sicurezza dello Stato” i sostituti procuratori Calogero Ferrara e Claudia Ferrari, e il procuratore aggiunto Marzia Sabella, “in ragione delle posizioni radicali pro “Daesh” rilevate in capo a un esponente di vertice del sodalizio criminoso”. Spiega la Procura, in una nota con cui è stata data la notizia dell'indagine alla stampa, che uno dei 15 indagati, oltre ad avere un ruolo chiave nell'associazione contestata, condivideva sui propri profili social contenuti che rimandano “all'apologia del terrorismo di matrice islamista, inserendosi nel network globale della propaganda e promuovendo gli efferati messaggi dell’organizzazione terroristica Daesh”.

Le cronache li hanno ribattezzati “sbarchi fantasma”: piccoli gommoni veloci con motore fuoribordo o barchini in vetroresina che trasportano 10-15 persone alla volta; viaggiano dalle coste del Maghreb alla Sicilia in poche ore; arrivano, scendono e abbandonano i resti del natante lungo la costa. Non hanno nulla a che vedere con i flussi di migranti che negli scorsi anni sono partite dalla Libia. Nulla a che spartire nemmeno con le ong e gli “umanitari” che li soccorrono in mare. Fanno tutto da soli.

L'inchiesta farà la sua strada, anche se parlare in maniera certa di “minaccia alla sicurezza dello Stato” forse è prematuro visto che la stessa procura di Palermo propone l'aggravante terroristica per solo uno dei quindici indagati per la sua attività sui social. C'è anche da notare come due degli indagati – il 46enne Mongi Ltaief e il 30enne Beltaief Anis che risulta ancora ricercato – siano già stati processati per reati identici nel corso del 2018. E assolti da tutti i capi di imputazione per non aver commesso il fatto e perché il fatto non sussiste, ha sancito il giudice Annalisa Tesoriere di Palermo con dispositivo di sentenza emesso il 20 dicembre scorso. È avvenuto nell'ambito di un' altra inchiesta, denominata “Scorpion Fish”, e condotta proprio dagli stessi tre procuratori palermitani che oggi, 20 giorni dopo l'assoluzione, puntano di nuovo il mirino su di loro.

A prescindere da ciò, l'indagine palermitana apre però un fronte interessante che poco c'entra poco con giustizia e legge, molto invece con le politiche migratorie del governo Conte. Il punto è: l'Italia oggi non sa chi entra nel suo territorio. Le cronache li hanno ribattezzati “sbarchi fantasma”: piccoli gommoni veloci con motore fuoribordo (come quelli dell'inchiesta siciliana) o barchini in vetroresina che trasportano 10-15 persone alla volta; viaggiano dalle coste del Maghreb alla Sicilia in poche ore; arrivano, scendono e abbandonano i resti del natante lungo la costa. Non hanno nulla a che vedere con i flussi di migranti da decine di migliaia di persone che negli scorsi anni sono partite dalla Libia. Nulla a che spartire nemmeno con le ong e gli “umanitari” che li soccorrono in mare. Fanno tutto da soli. Fra questi, qualcuno viene rintracciato sulla terra ferma, foto segnalato, gli vengono prese le impronte digitali, entra nei circuiti di accoglienza (o di espulsione) e nelle statistiche del Viminale: 359 arrivi a dicembre, 980 a novembre, 1007 a ottobre, solo per citare i dati ufficiali del ministero negli ultimi tre mesi del 2018. Altri, invece, fanno perdere le loro tracce una volta giunti sulla terra ferma e di loro non si sa più nulla.

«L'unico modo per attuare un effettivo controllo delle frontiere in mare è, in primo luogo, condurre operazioni di ricerca e soccorso» ha scritto Carlone in un documento presentato il 22 marzo 2017 all'International Salvage Union (Isu), l'associazione mondiale che si occupa di sinistri marittimi e salvataggi

È fra questi, non monitorati, che si innesta il vero pericolo anche di infiltrazione terroristica o criminale di altra natura. Chi lo dice? Per esempio il contrammiraglio Nicola Carlone, Comandante della più importante Capitaneria di porto della penisola (Genova), rappresentante italiano nell'Emsa (European Maritime Safety Agency) di cui è vice-presidente e già responsabile del reparto “Piani e Operazioni” della Guardia Costiera. Che ha spiegato il concetto con una frase fulminante per chiarezza: «L'unico modo per attuare un effettivo controllo delle frontiere in mare è, in primo luogo, condurre operazioni di ricerca e soccorso» ha scritto Carlone in un documento presentato il 22 marzo 2017 all'International Salvage Union (Isu), l'associazione mondiale che si occupa di sinistri marittimi e salvataggi. Una frase che ha un significato semplice: se vuoi sapere chi entra in uno Stato via mare, devi esserci in mare. E accettare il fatto che, a volte, dovrai fare dei soccorrersi di persone in difficoltà. Sopratutto se la tua frontiera coincide con una delle rotte più trafficate al mondo, dove si possono incontrare rifugiati politici in fuga da guerre devastanti o magari terroristi animati da odio e volontà di compiere attentati.

Esistono entrambe le possibilità e svariate altre, ma se lungo le frontiere marittime lo Stato è assente, mai potrà sapere chi lo attraversa. E lo Stato italiano, nel Mediterraneo, oggi è assente. La nuova politica migratoria dell'Italia inaugurata da Matteo Salvini sotto lo slogan del zero soccorsi, zero sbarchi, zero migranti e – dice lui – zero vittime, ha un aspetto paradossale: gli sbarchi ci sono lo stesso, come mostrano i dati del suo ministero; i migranti e le vittime in mare pure; e tutto questo mentre non si ha più la pallida idea di chi entra sul territorio nazionale, come invece accadeva sia nel 2014-15, al tempo di Mare Nostrum, ma anche negli ultimi tre anni quando i salvataggi sono stati fatti da assetti pubblici (marina militare, guardia di finanza, guardia costiera, Frontex) e privati (ong, mercantili), sempre sotto l'egida dell'Italia e delle sue autorità. Oggi questo non avviene. E potrebbe anche essere, prima o poi, che la Procura di Palermo si ritrovi ad avere più ragione di quanto immagina e che negli “sbarchi fantasma” s'infiltrino terroristi jihadisti disposti a tutto. Terroristi che farebbero rimpiangere le polemiche e la bagarre politica sui migranti economici e sul “accettiamo solo donne e bambini”.

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