15 Gennaio Gen 2019 0600 15 gennaio 2019

Danzica non è un caso isolato: quanto è dura la vita delle opposizioni nell’Est Europa

Dall'omicidio del sindaco di Danzica alla chiusura di giornali e intimidazioni ai parlamentari in Ungheria, fino alle espulsioni dei pm in Romania. Salvini vuole fare con Visegrad una nuova primavera europea ma rischia di ritrovarsene una araba

Proteste Polonia_Linkiesta
Janek SKARZYNSKI / AFP
Janek SKARZYNSKI / AFP

La Polonia non è un Paese per oppositori. Ma anche l'Ungheria, Ucraina e in parte Romania. Da anni l'est Europa sta diventando un luogo pericolosissimo per difendere i diritti civili, politici e sociali. L’ultimo caso in ordine di tempo è la morte di Pawel Adamowicz, sindaco di Danzica, accoltellato il 13 gennaio durante un evento di beneficenza da Stefan W​. (un 27enne appena uscito di prigione) e deceduto il giorno dopo in ospedale. La sua colpa? Far parte di Platforma Obywatelska (Piattaforma Civica), il partito al potere in Polonia dal 2007 al 2015 nello stesso periodo in cui il suo assassino è stato incarcerato. Con il coltello insanguinato in mano e il corpo di Adamowicz a terra, l’omicida ha urlato alla folla di essere finito ingiustamente dietro le sbarre e di aver subito delle torture. Per vendicarsi ha scelto di colpire l’esponente più progressista del partito a favore del mondo lgbt e dei diritti delle minoranze.

Sarebbe accaduto comunque anche con un governo liberale e rispettoso delle minoranze? Forse, ma è successo in un Paese che sta scivolando sempre di più verso l’autoritarismo e dove ognuno può vivere i suoi 15 minuti di intolleranza.

Chiariamo una cosa: l’assassino era una persona instabile, non un sicario mandato dal governo. Ma il clima d’odio creato da alcuni partiti ultranazionalisti contro chiunque si permette anche solo di criticare il loro operato è un dato di fatto in molti Paesi dell’est Europa. Una cappa di intolleranza e violenza verbale che asfissia il libero pensiero, giustifica e incoraggia gli squilibrati e dà una motivazione a chi cerca solo un’occasione per regolare i conti con il mondo. Dopo aver ucciso il sindaco di Danzica, l'assassino per almeno 20 secondi si è beato a braccia aperte come se avesse segnato un goal, ripreso da telecamere e smartphone. Sarebbe accaduto comunque anche con un governo liberale e rispettoso delle minoranze? Forse, ma è successo in un Paese che sta scivolando sempre di più verso l’autoritarismo e dove ognuno può vivere i suoi 15 minuti di intolleranza. E non è l'unico.

Da quando è andato al governo il partito Diritto e Giustizia (PiS) ha compiuto una serie di riforme non così sinceramente democratiche: leggi per diminuire l’indipendenza dei giudici della Corte Suprema o per aumentare le restrizioni all'interruzione di gravidanza, compreso un provvedimento per punire con tre anni di carcere chiunque avesse parlato di un coinvolgimento polacco nell’Olocausto durante l’occupazione nazista. Quest’ultima norma per fortuna è stata cancellata a giugno. Adamowicz non piaceva al governo. Amministrava dal 1998 Danzica ed era stato eletto quattro volte consecutive sindaco, l’ultima a novembre. Il suo modello di integrazione degli immigrati aveva vinto il premio “The Innovation in Politics Award 2018” nella categoria dei "diritti umani". In un’intervista a Politico nel 2016 aveva dichiarato: “Sento che la mia città ha la missione di spiegare ai polacchi che dobbiamo essere aperti ai rifugiati”. L’opposto della politica di Diritto e Giustizia. Forse anche per questo il governo aveva deciso a novembre di spostare l'Agenzia spaziale polacca da Danzica a Varsavia. Lo stesso sindaco aveva protestato su Twitter per la decisione accentratrice.

Per capire il clima Polonia, basti pensare che durante la campagna elettorale per le amministrative di ottobre (tra cui Danzica), alcuni esponenti del movimento giovanile Młodzież Wszechpolska (letteralmente Gioventù di tutta la Polonia) hanno creato e pubblicato sui propri canali social dei certificati di morte falsi di undici politici liberali e di sinistra vicini alla galassia di Piattaforma civica tra cui Adamowicz. La procura però si è rifiutata di indagare definendo l’iniziativa non un “incitamento all’odio” ma “l’espressione di un’opinione".

Anche in Ungheria non è proprio il massimo fare l’opposizione. A dicembre 2018 Akos Hadhazy e Bernadett Szel, due deputati indipendenti del partito verde Lmp, sono stati presi e sbattuti fuori con la forza dagli studi dell’emittente Mtva, a Budapest. Il motivo? Volevano leggere in diretta un comunicato dei lavoratori contro Orban, poche ore dopo la manifestazione anti governativa di Budapest che aveva riunito oltre quindicimila persone. Cittadini comuni, lavoratori contrari alla riforma che aumenta le ore di straordinario richiedibili dai datori lavoro e che triplica il tempo massimo per pagarli. Questo è l’evento più eclatante. Da quando Viktor Orban ha vinto le elezioni ad aprile con il 49,5% dei voti (terzo mandato di fila), il governo ha varato riforme ancora più illiberali. Come la tassa del 25% sulle entrate delle organizzazioni non governative che prendono finanziamenti esteri e la creazione di tribunali speciali presieduti da giudici nominati dal ministero della Giustizia che giudicano reati contro lo Stato. Se i politici vengono picchiati, anche i giornali d’opposizione non passano bene. Nel 2016 Népszabadság, il principale foglio contrario al regime ha chiuso, due giorni dopo la vittoria di Orban il Magyar Nemzet, di proprietà di Lajos Simicska, ex tesoriere del partito Fidesz, che negli ultimi anni aveva combatutto una battaglia politica contro il premier ha fatto la stessa fine. Gli ultimi due di una serie di media comprati da magnati e oligarchi vicini al governo per compiacere il premier e spegnere tutti i focolai di opposizione.

Davvero Salvini è così sicuro di voler realizzare una nuova primavera europea con i leader illiberali di Polonia e Ungheria? Nella Realpolitik tutto è concesso, ma il rischio è quello di ritrovarsi con una primavera araba.

Il vento dell’autoritarismo soffia forte ad Est e rischia di contagiare anche la Romania, uno dei Paesi più corrotti dell’Unione europea. Dal 2016 governa il partito socialdemocratico e in sette mesi ha visto cambiare due primi ministri per i metodi autoritari, dentro e fuori il partito del suo vero leader: l’imprenditore Liviu Dragnea, condannato due volte per corruzione e brogli elettoralI. Dragnea non può ricoprire la carica di primo ministro proprio per la condanna con sospensione condizionale a due anni per frode elettorale. Questo non ha impedito al leader di far espellere il pm che stava indagando sul suo conto e di presentare in Parlamento una legge per depenalizzare i reati di corruzione e un’amnistia. Non il miglior spot per la Romania visto che da gennaio è presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea.

In questo contesto l'incontro del ministro dell'Interno Matteo Salvini il 9 gennaio con il leader del partito nazionalista polacco Jaroslaw Kaczynski fa alzare qualche sopracciglio. Salvini ha dichiarato: "Italia e Polonia saranno protagoniste di una nuova primavera europea, di una rinascita dei valori veri della Ue: meno finanza e burocrazia, più lavoro e sicurezza". Lo stesso Orban, definito da Salvini in estate “Un modello economico da seguire” ha benedetto l’incontro: "L'asse Varsavia-Roma è un grande sviluppo", cui "sono legate grandi speranze". Davvero Salvini è così sicuro di voler realizzare una nuova primavera europea con i leader illiberali di Polonia e Ungheria? Nella Realpolitik tutto è concesso, ma il rischio è quello di ritrovarsi con una primavera araba.

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