15 Gennaio Gen 2019 0600 15 gennaio 2019

Legittima difesa, una legge inutile e dannosa che serve solo a prendere i voti degli amici delle armi

I dati dicono che non esiste alcuna emergenza nazionale. Anzi la vera emergenza sono gli omicidi commessi da chi detiene regolarmente un’arma. Ma in campagna elettorale la Lega si è impegnata con i comitati pro-armi. E tra i deputati Fdi c’è Maria Cristina Caretta, presidente della Confavi

Gun Linkiesta
(Mauro Pimentel / AFP)

Approvata la manovra, uno dei primi provvedimenti che la maggioranza gialloverde intende portare a casa è quello relativo alla legittima difesa. Il ddl, già approvato al Senato, dovrebbe superare indenne l’esame in Commissione Giustizia alla Camera grazie soprattutto al tacito consenso dei Cinque Stelle. Salvini, d’altronde, aveva detto chiaramente che il suo partito avrebbe fatto di tutto per approvare al più presto il testo, che ha ricevuto anche il placet di Forza Italia e Fratelli d’Italia.

Eppure, mentre il partito leghista continua a sostenere che una legge sulla legittima difesa sia un’urgenza nazionale, i dati raccontano un’altra storia. A esaminarli nel dettaglio è stato Giorgio Beretta, analista dell’Opal (Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere): «I dati Istat mostrano che le rapine negli esercizi commerciali sono in consistente calo nell’ultimo decennio (da 8.149 nel 2007 a 4.848 nel 2016) e che quelle nelle abitazioni sono tornate ai livelli di dieci anni fa (erano 2.529 nel 2007, sono state 2.562 nel 2016)». Non solo. «Risultano più che dimezzati proprio i reati su cui interverrebbe la legittima difesa, ovvero gli omicidi per “furti o rapine”. Si passa, infatti, da una media annuale di oltre 70 ad inizi anni ‘90 a circa 30 nell’ultimo quinquennio, di cui 19 nel 2016 e 16 nel 2017. Non è certo questa l’emergenza».

Mentre la Lega continua a sostenere che una legge sulla legittima difesa sia un’urgenza nazionale, i dati raccontano un’altra storia: gli omicidi per furti e rapine sono dimezzati dagli anni Novanta

LA VERA EMERGENZA

Se gli omicidi per furti o rapine mostrano, numeri alla mano, un costante calo, è un altro l’ambito a cui la politica dovrebbe porre attenzione: gli omicidi familiari e passionali. Quelli, cioè, che si consumano nella maggior parte dei casi tra le mura domestiche: «Solo nel 2016, gli omicidi non attribuibili alla criminalità bensì di tipo interpersonale ammontano a 128 e costituiscono quasi un terzo di tutti gli omicidi perpetrati in Italia (397)». E nel 2017, a fronte di 16 omicidi per furti, ci sono stati almeno 40 omicidi con armi legalmente detenute.

«E purtroppo c'è di più – aggiunge Beretta – Dei 92 tra omicidi di donne e femminicidi che sono stati commessi nel 2018, ben 28, cioè quasi uno su tre, sono stati compiuti da persone con regolare licenza per armi. In sintesi, oggi l'ambito di maggior pericolosità per gli italiani, soprattutto per le donne, è quello familiare e relazionale e se c'è un'arma in casa è più probabile che venga utilizzata per ammazzare un familiare, spesso una donna, che per respingere eventuali ladri».

In altre parole, come spiega Piergiulio Biatta, presidente di Opal, «allargare le maglie della legge della legittima difesa senza contestualmente restringere le norme sulla detenzione di armi porterà più persone ad armarsi con la prevedibile conseguenza di aumentare gli omicidi in ambito familiare e interpersonale». Questo rischio è chiaramente esplicitato anche nel Primo rapporto sulla filiera della sicurezza in Italia, realizzato dal Censis. «Con il cambio delle regole e un allentamento delle prescrizioni – si legge nel rapporto – ci dovremmo abituare ad avere tassi di omicidi volontari con l’utilizzo di armi da fuoco più alti e simili a quelli che si verificano oltre Oceano. Le vittime da arma da fuoco potrebbero salire in Italia fino a 2.700 ogni anno, contro le 150 attuali, per un totale di 2.550 morti in più».

Non tenere conto di questa situazione – commenta il presidente di Opal – è una gravissima responsabilità delle forze politiche che intendono cambiare la legge sulla legittima difesa. Più che alle effettive necessità di sicurezza dei cittadini, la modifica della legge è infatti un modo per fidelizzare una certa parte dell’elettorato non escluso quello che rivendica come un diritto il farsi giustizia in casa propria».

Dei 92 tra omicidi di donne e femminicidi che sono stati commessi nel 2018, ben 28, cioè quasi uno su tre, sono stati compiuti da persone con regolare licenza per armi

TRASPARENZA ZERO

Tra l’altro, oggi neppure sappiamo quante siano le armi nelle case degli italiani. Nonostante il ministero dell’Interno (lo stesso guidato da Salvini) registri tutti gli acquisti legali, non ha però mai reso noti i dati. Secondo stime dell’Osservatorio Opal, le armi legalmente detenute in Italia sarebbero circa 10-12 milioni. Ciò non significa, però, vi siano 10-12 milioni di persone in possesso di armi: è, infatti, una conseguenza della legge la quale prevede che chi è in possesso di regolare licenza possa detenere più di un’arma, finanche un numero illimitato di fucili da caccia.

Ma quel che dovrebbe preoccupare maggiormente è la facilità con cui si può ottenere una licenza per armi. Basta essere incensurati e presentare una domanda in carta libera alla Questura, insieme ai certificati medici che attestano la propria salute fisica e mentale e quello che attesta l’idoneità al maneggio delle armi: certificato che si ottiene dopo un corso di mezza giornata presso una sede del Tiro a segno nazionale. Ed è qui che arriva quello che per alcuni è un vero e proprio escamotage: considerata la facilità, molti richiedono la licenza a uso sportivo invece di quella per difesa personale perché quest’ultima, oltre a richiede una prassi più complessa, necessita di una valida motivazione che deve essere riconosciuta dalla Prefettura.

Linkiesta ha chiesto i dati relativi alle licenze concesse al Viminale. I numeri parlano da sé: al 2016 le licenze in corso di validità per difesa personale sono 18.362, quelle ad uso sportivo 456.096, quelle per la caccia 580.377. E c’è un dettaglio da non sottovalutare: oggi, dopo che l’Italia ha recepito la direttiva europea 477 (uno dei primi atti della Lega al governo), con queste licenze è raddoppiato il numero di fucili semiautomatici che si possono detenere come “armi sportive” (da 6 a 12) e sono pure aumentati i colpi nei caricatori (da 15 a 20 per le armi corte e da 5 a 10 per quelle lunghe). Insomma, al di là dell’attività venatoria pur presente e diffusa in Italia, il costante aumento di richieste di licenze “per uso sportivo” fa capire che l’intenzione dei richiedenti non sembrerebbe quella di poter partecipare alle gare olimpiche di tiro, bensì quella di poter detenere armi in casa, finanche un piccolo arsenale.

Molti richiedono la licenza a uso sportivo invece di quella per difesa personale perché quest’ultima, oltre a richiede una prassi più complessa, necessita di una valida motivazione che deve essere riconosciuta dalla Prefettura

LA LETTERA DI INTENTI

I dubbi, in effetti, ci sono tutti se riavvolgiamo il nastro e torniamo al periodo di campagna elettorale. Diversi esponenti leghisti in quelle settimane hanno sottoscritto un impegno formale per farsi carico delle richieste dei comitati impegnati a contrastare le politiche a loro dire restrittive in materia di detenzione di armi. Linkiesta ha visionato quella lettera in cui si parla di «assunzione pubblica di impegno a tutela dei detentori legali di armi, dei tiratori sportivi, dei cacciatori e dei collezionisti di armi». Dopodiché la lettera prosegue con la solenne formula: «Sul mio onore mi impegno» e via, poi, una serie di richieste. Tra cui «difendere dagli attacchi ideologici le attività venatorie e sportive e ad impedire che vengano approvate misure disincentivanti quali nuovi oneri amministrativi o economici». E, ancora, «fare tutto il possibile affinché la "direttiva armi" approvata nel 2017 venga recepita senza introdurre oneri e restrizioni non espressamente previsti dalla stessa».

Parliamo cioè della direttiva 477 che, come detto e non a caso, è stato recepita «senza introdurre oneri e restrizioni» e anzi aumentando il numero di armi che si possono legalmente detenere. Ma altro punto fondamentale è proprio all’urgenza di «affrontare con serietà e decisione l'inevitabile e necessaria revisione dell'istituto della legittima difesa, tutelando prioritariamente il diritto dei cittadini che sono vittime di reati a non essere perseguiti ed ulteriormente danneggiati (anche economicamente) dallo Stato e dai loro stessi aggressori». Esattamente quanto oggi chiedono Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia.

Uno dei gruppi più combattivi su tali questioni, il Comitato D-477, ha stilato poco prima delle elezioni del 4 marzo l’elenco di «coloro che si sono distinti e/o hanno sottoscritto l’impegno pubblico da noi promosso». Non solo Matteo Salvini. Ma anche il capogruppo del Carroccio alla Camera Riccardo Molinari, il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni, gli onorevoli Massimo Candura, Claudio Broglio, Anna Cinzia Bonfrisco, Guido Guidesi, l’ex sindacalista della Polizia e oggi senatore leghista Gianni Tonelli. E poi, ancora, diversi esponenti di Forza Italia e Fratelli d’Italia. E forse neanche questo deve sorprendere: tra gli onorevoli FdI spicca Maria Cristina Caretta, una delle più votate in assoluto a Montecitorio tra gli eletti al maggioritario (nella sua circoscrizione in Veneto ha raccolto 88.396 preferenze). La Caretta risulta ancora presidente nazionale della Confavi (Confederazione delle Associazioni Venatorie Italiane) e il suo profilo Facebook abbonda di immagini che la ritraggono mentre imbraccia il suo caro fucile.

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