6 Marzo Mar 2019 0600 06 marzo 2019

Trump si arrende alla Cina (e rinvia la guerra dei dazi al 2020)

Il presidente degli Stati Uniti abdica alla guerra commerciale con Pechino. Delle due l'una: o le contromisure cinesi sono state efficaci o Donald ha chiuso temporaneamente la questione per riaprirla strumentalmente durante la prossima campagna elettorale

Donald Trump_Linkiesta
SAUL LOEB / AFP
SAUL LOEB / AFP

Torniamo ad occuparci di Cina riprendendo la riflessione dove l’avevamo lasciata la settimana scorsa. La scelta, dovuta a ragioni di spazio, ha aggiunto elementi rilevanti. Nel tempo intercorso la posizione dell’amministrazione Trump sulla questione “guerra commerciale” è radicalmente cambiata, il medesimo ha dovuto tornarsene dal viaggio in Vietnam con le pive nel sacco sul tema Corea del Nord e qui a Pechino è iniziato ieri l’annuale congresso del PCC che qualcosa di addizionale sta già facendo emergere sia sullo stato dell’economia cinese sia, soprattutto, su come l’amministrazione di Xi Jinping intenda affrontare i problemi. L’executive summary su quest’ultimo punto è semplice: non ne hanno la più vaga alba, quindi per il momento dicono cose vaghe, degne di un politico occidentale e promettono riduzioni “strutturali” delle imposte che i cinesi hanno già appreso voler dire che la tassazione aumenterà.

Partiamo da qui. La relazione del primo ministro Li Keqiang ha, da un lato, reso palese che il governo si attende un ulteriore rallentamento sia quest’anno che per almeno parte del prossimo mentre, dall’altro, ha attribuito il tutto ad eventi esterni. La globalizzazione che non tira più come dovrebbe, le sfide al multilateralismo ... ed ovviamente le tensioni commerciali con gli USA. Nessun riferimento ai confronti interni all’elite cinese medesima – nei quali Li, figura di punta della Lega dei giovani comunisti, ha sino ad ora perso – causati dalla lotta per il potere fra, neanche a dirlo, riformisti pro-mercato guidati da Li e la coalizione vincente dei princelings, il cui leader assoluto è ovviamente Xi Jinping. L’aria che si respira non è esattamente piacevole, almeno sul piano economico. La sensazione che Xi Jinping abbia fatto e continui a fare errori, che hanno aggravato ed aggravano il rallentamento strutturale, appare sempre più diffusa. Nessuno oramai nasconde che la sua eterna “campagna anticorruzione” sia non solo un paravento per eliminare gli avversari ma anche e soprattutto una delle cause delle persistenti difficoltà nel processo di crescita economica.

La resa di Trump si spiega in due modi: o le contromisure cinesi hanno fatto effetto o Donald ha deciso di chiudere temporaneamente la questione per riaprirla strumentalmente durante la campagna elettorale del 2020, dove potrebbe servirgli come elemento provante che lui ci ha provato a fare l’America grande di nuovo ma qualche cattivo gliel’ha impedito

Le tensioni sono sostanziali e vengono accentuate dal rallentamento, che oramai alcuni definiscono apertamente una “crisi”. Contrariamente al passato se ne parla in modo esplicito, almeno negli ambienti accademici dove sono noti i continui conflitti all’interno della potente NDRC (National Development Reform Commission). Quest’ultima, dai lontani tempi del maoismo, è il luogo dove vengono prese le decisioni strategiche sul piano economico e dove la divergenza fra esperti interni al partito ed accademici o uomini di affari dura da anni. Un esempio, fra i tanti, di tale irrisolta tensione: da più di un anno una relazione congiunta (Banca Mondiale e Cina) intitolata “Nuove linee guida per la crescita della Cina” viene bloccata dal governo cinese che non ne gradisce i contenuti. Fra questi l’insistenza su ulteriori liberalizzazioni economiche (e politiche), l’invito esplicito a riformare il sistema bancario e ridurre il peso delle SOE (state owned enterprises) e, non ultimo, ad aprire il sistema economico cinese ad una maggiormente libera presenza internazionale. Ovvero tutte le questioni scottanti sul tappeto attorno alle quali esistono divisioni chiarissime all’interno dello stesso PCC.

In questo quadro – fosco ma anche interessante perché la storia ci ha insegnato che i cambiamenti positivi, in Cina, vengono solo a fronte di situzioni di crisi economica perdurante – la “resa” di Trump nel conflitto commerciale appare difficile da comprendere. L’unica spiegazione sembra essere, da un lato, che le contromosse cinesi (mirate a far poco fumo ma tanto arrosto elettorale picchiando là dove Trump prende voti forse mobili ma certamente decisivi) abbiano fatto effetto. Oppure, dall’altro, che Trump abbia deciso di chiudere temporaneamente la questione per riaprirla strumentalmente durante la campagna elettorale del 2020, dove potrebbe servirgli come elemento provante che lui ci ha provato a fare l’America grande di nuovo ma qualche cattivo gliel’ha impedito. Sia come sia, per ora Xi Jinping non può non rallegrarsi visto che il tutto sembra risolversi con sue fumose promesse e nessun atto concreto. La qual cosa, va detto, è utile solo per lui visto che anche il suo paese avrebbe guadagnato da una maggiore apertura dell’economica cinese alla presenza di imprese occidentali.

La scelta per gli occidentali, oggi come ai tempi di Nixon in Cina, è semplice: averne paura, demonizzarla, isolarla ed impedirle di crescere alimentando l’ossessione secolare di una Cina umiliata dal mondo occidentale o confrontarsi apertamente con essa per com’è, convinti che possa evolvere nella direzione che conviene ad entrambe le parti.

Cosa sta cercando la dirigenza cinese? Cosa vuole il PCC? Vuole dominare il mondo fra un secolo, realizzando il “sogno imperiale” dei Ming? O vuole “solo”, come Jinping Xi ama ripetere, pace e prosperità per tutti? Ammettiamo francamente di non saperlo anche perché, come anche le poche cose ricordate qui oggi confermano, forse non lo sanno nemmeno loro, i cinesi intendo. La Cina, che non è mai stata il monolite uniforme di centinaia di milioni di persone organizzate in testuggine, sta diventando sempre di più un paese normale. Con divisioni sociali e culturali vere, gruppi sociali e d’interesse contrapposti ed un dibattito politico ed intellettuale che, per quanto ancora limitato e coperto da svariate forme di censura, è reale e non interamente prevedibile.

La scelta per gli occidentali, oggi come ai tempi di Nixon in Cina, è semplice: averne paura, demonizzarla, isolarla ed impedirle di crescere alimentando l’ossessione secolare di una Cina umiliata dal mondo occidentale o confrontarsi apertamente con essa per com’è, convinti che possa evolvere nella direzione che conviene ad entrambe le parti. Come sta avvenendo, piaccia o meno ai teorici della minaccia cinese, da quarant’anni a questa parte con grande beneficio per il mondo intero. Strada complicata, ma l’unica percorribile.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook