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15 Marzo Mar 2019 0600 15 marzo 2019

Tutti con Greta: finalmente i giovani scendono in piazza per il clima

Oggi in più di 100 paesi i giovani manifestano per fermare la febbre del pianeta. Legambiente è con loro nelle piazze italiane, da Roma a Potenza, da Milano alla costa pugliese, per chiedere di ridurre l'uso delle fossili. Perché le tecnologie ci sono, ma a mancare è una politica davvero coraggiosa

Greta Thunberg_Linkiesta
Axel Heimken / AFP

Houston negli Stati Uniti, Lagos in Nigeria, Alessandria d'Egitto. Sono tre delle città simbolo dell’estrazione di petrolio e gas dove oggi si terranno alcuni dei quasi 2.000 scioperi sul clima organizzati dagli studenti in più di 100 paesi di tutto il mondo. È arrivata finalmente la giornata mondiale della ribellione giovanile contro le mancate politiche per fermare la febbre del Pianeta, lanciata qualche mese fa da Greta Thunberg. I numeri della mobilitazione mondiale sono un segnale importante per il futuro dell’umanità.

Oggi è una bella giornata anche per l'Italia. Il primo sciopero degli studenti italiani sui cambiamenti climatici infatti è una novità assoluta per chi, come noi, si batte dal 1980 per cambiare le politiche energetiche del nostro Paese. L’Italia, con Francia, Germania e USA, è uno dei paesi dove si organizzeranno più manifestazioni del Global strike for future. Legambiente, con i suoi circoli locali e le sue giovani leve, sarà presente in 140 piazze d’Italia per chiedere una svolta sulle politiche italiane per ridurre le emissioni di gas serra e lo smog causati dai combustibili fossili, come richiesto autorevolmente anche dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nei giorni scorsi.

Abbiamo promosso manifestazioni nelle metropoli - come a Roma, Milano, Napoli e Palermo -, nei comuni più piccoli e nei territori in prima linea contro l’estrazione di fossili da sottosuolo e fondali marini. Saremo a Potenza nella regione dove si estrae petrolio in Val d’Agri dal bacino a terra più grande d‘Europa; a Scicli nel ragusano, la cui costa è minacciata dalla piattaforma petrolifera Vega su cui è attiva una richiesta di ampliamento bocciata dalla Commissione Via ma non ancora archiviata; a Ravenna al centro nelle settimane scorse delle polemiche di enti locali, aziende e sindacati contro ogni norma per ridurre le estrazioni di idrocarburi; a Bari e Barletta sulla costa pugliese al centro di una immensa istanza di prospezione di idrocarburi che riguarda il medio e basso Adriatico.

Le tecnologie alternative già esistono e sono state installate sul territorio italiano. Quello che manca è una politica coraggiosa del governo nazionale, delle amministrazioni regionali e locali, delle imprese che sia in grado di diffonderle in ogni comune italiano

Tutti i ragazzi scenderanno in piazza per chiedere di ridurre l’uso delle fossili per produrre elettricità, per riscaldare gli edifici, per muovere persone e merci, per le attività produttive. Le tecnologie alternative già esistono e sono state installate sul territorio italiano: il fotovoltaico, l’eolico o il solare termodinamico per produrre energia elettrica; il solare termico, le pompe di calore e il cappotto isolante per riscaldare o raffrescare poco e meglio case e luoghi di lavoro; la trazione elettrica o a biometano da rifiuti per spostarsi in modo più sostenibile. Quello che manca è una politica coraggiosa del governo nazionale, delle amministrazioni regionali e locali, delle imprese che sia in grado di diffonderle in ogni comune italiano. Non ne sarebbero felici le aziende del petrolio, carbone e gas, ma i polmoni e il portafoglio dei cittadini e la salute del Pianeta ne beneficerebbero in modo evidente.

Come fare allora? L’unica leva da utilizzare è quella economica. Si polemizza spesso per i 14 miliardi di euro che ogni anno finanziano le fonti rinnovabili ma non si fa lo stesso per i 16 miliardi di euro di sussidi annui che garantiamo alla lobby del petrolio. Su questo il governo nazionale ha un potere decisionale straordinario. Il M5S, quando nella scorsa legislatura era all’opposizione, utilizzava giustamente come una clava i cosiddetti sussidi ambientalmente dannosi per picchiare duro contro i governi di allora, denunciando il loro asservimento alle compagnie petrolifere. Ora nello scranno più alto del Ministero dello Sviluppo Economico c’è Luigi Di Maio, capo politico del Movimento. La legge di bilancio approvata a fine 2018 non ha tolto neanche un centesimo di euro alle società dell’Oil&Gas. Quanto tempo dobbiamo aspettare ancora per la fine di questo sperpero insensato dei soldi dei contribuenti del nostro Paese?

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