via della seta
26 Marzo Mar 2019 0600 26 marzo 2019

La lezione dell’est Europa: la Cina promette tanto, ma concede poco. E sta finendo i soldi

Finora Xi Jinping ha siglato intese partendo da posizioni di forza con Stati o piccoli o in grande crisi. In Europa lo ha fatto soltanto con i Paesi di Visegrad, che non hanno visto aumentare né le loro esportazioni verso Pechino né gli investimenti dall'Oriente

Xi Jinping Giuseppe Conte_Linkiesta
ALBERTO PIZZOLI / AFP
ALBERTO PIZZOLI / AFP

Con un protocollo d’intesa vicino ad essere siglato tra Italia e Cina, ci sembra il caso di andare a vedere i precedenti, specialmente in Europa, per cercare di trarne delle lezioni utili su come ci si debba comportare in queste circostanze. Intanto iniziamo col ricordare che sul possibile ruolo di Trieste nella Belt & Road Initiative (BRI) cinese avevamo scritto fra i primi in assoluto, nel 2017. Ma come hanno funzionato finora le iniziative cinesi con chi ha accettato la partnership?

Finora la Cina ha siglato accordi solo da posizione di forza, con Paesi o piccoli o in grande crisi. Di esempi non troppo vicini a noi ce ne sono diversi, sia in Asia e Africa, dove la Cina ha accettato di finanziare infrastrutture (principalmente porti, finora) prestando soldi, facendo lavorare esclusivamente (o quasi) imprese cinesi e imponendo clausole di controllo valide per molti anni in caso il debito non venisse ripagato – cosa che è puntualmente avvenuta con lo Sri Lanka, che ha dovuto concedere il porto di Hambantota a Pechino per 99 anni e che rischia di ripetersi anche in Kenya con Mombasa.

In Unione Europea, finora, i cinesi hanno siglato accordi principalmente nel gruppo di Visegrad, e particolarmente con l’Ungheria. Hanno investito anche in Repubblica Ceca, principalmente attraverso la CEFC China Energy, azienda nominalmente privata ma con forti legami con il Governo, come quasi sempre avviene in Cina. Il precedente però non sembra molto incoraggiante: per Praga, Pechino è stato il terzo partner commerciale nel 2017 (ultimo dato certo disponibile), ma è solo il diciassettesimo mercato di sbocco per le merci ceche. E pensare che la Repubblica Ceca produce merce da esportazione in molti settori: dall’alimentare al cristallo, ma soprattutto alla meccanica e all’industria pesante.

Il punto vero però è che la Cina era il terzo partner già nel 2010, quindi non sembra ci sia stato un miglioramento. Quanto ad investimenti, la Cina non ne ha fatti certo molti: meno dell’1% del totale di quelli esteri. Anche in Ungheria finora si è visto poco: nemmeno Budapest ha ricevuto investimenti significativi. Insomma, finora il track record cinese in Europa è fatto di parecchie promesse e pochi fatti.

La Cina tende ad acquistare aziende per la loro tecnologia, svuotarle dal contenuto che interessa e poi replicarle in Cina, lasciando tutti nel Paese di origine con un palmo di naso.

Ci sarebbe poi il precedente del Pireo, storico porto di Atene, in cui i cinesi hanno costruito uno scalo merci di cui avranno la disponibilità per decenni. L’intesa fu siglata nel momento di crisi più buio per la Grecia. Si rumoreggia da tempo che tutte queste iniziative servano comunque più che altro a dare lustro interno alla leadership di Xi Jinping, il che è importante soprattutto adesso che l’economia cinese ha iniziato a rallentare.

Si dice anche che, proprio a causa del rallentamento, di soldi la Cina ne abbia sempre di meno. Ovviamente, a causa del bisogno di farsi belli a livello internazionale, i cinesi si guardano bene dall’annunciare ufficialmente un ridimensionamento dei loro piani, ma la cosa pare avere un qualche fondamento, se è vero che le riserve di valuta estera stanno calando anche a causa di un minor surplus commerciale con l’estero. Sicuramente anche il governo italiano è in cerca di consensi dopo alcune recenti peripezie, dai grillini romani sorpresi a rubare come gli altri alla questione del processo scampato da Salvini, ma soprattutto dopo che il discorso pubblico si è spostato verso i temi dell’ecologia, lontani dal terreno dell’immigrazione preferito dalla Lega e sulla quale anche i Cinque Stelle hanno dimostrato nel tempo posizioni ambigue.

Speriamo, per una volta, che il Governo prenda l’esercizio solo come opportunità per fare qualche foto, perché i precedenti finora sono solo promesse disattese o porti de facto confiscati: non un bel biglietto da visita. Piuttosto l’apertura alla Cina conviene nella misura in cui ci sarà un’apertura della Cina alle merci estere. La partita però conviene certamente giocarla con un fronte europeo unito, che ha molto più potere negoziale in questo senso. Che proprio l’Italia sia quella che rompe il fronte non pare un’idea particolarmente brillante.

La contropartita da offrire ai cinesi in cambio di un’apertura del loro mercato sarebbe quella del riconoscimento dello status di economia di mercato, che Xi cerca da anni ma che il mondo sviluppato non è stato, giustamente, disposto a concedere a causa della scarsa apertura della Cina alle importazioni e del trattamento disinvolto delle proprietà intellettuali. A tal proposito attenzione: la Cina tende ad acquistare aziende per la loro tecnologia, svuotarle dal contenuto che interessa e poi replicarle in Cina, lasciando tutti nel Paese di origine con un palmo di naso. Vediamo se i gialloverdi riescono ad evitare almeno di farci fregare il nostro miglior vantaggio competitivo: l’ingegno.

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