Il partito degli uomini
13 Aprile Apr 2019 0600 13 aprile 2019

Dal Piemonte alla Calabria, la resistenza delle Regioni contro la preferenza di genere

Il Piemonte andrà al voto a maggio senza aver approvato la nuova legge sull’equilibrio di genere. E, a meno di “miracoli”, lo stesso farà la Calabria. Diverse regioni non si sono adeguate alla legge del 2016, che – seppur a rilento – sta facendo crescere la presenza femminile nei consigli regionali

Uomini Linkiesta
(Flickr/Malega)

Per le europee vanno “a caccia” di nomi femminili per fare il pieno dei voti. Ma poi nelle regioni, i partiti, da destra a sinistra, si arroccano e fanno resistenza contro l’approvazione delle leggi elettorali con le liste paritarie. Temendo, forse, di dover cedere qualche poltrona alle colleghe donne. Così, nonostante la legge 20 del 2016 obblighi le regioni a garantire l’equilibrio di genere, il Piemonte, dopo mesi di ostruzionismo, il 26 maggio andrà alle urne senza doppia preferenza (che è facoltativa e non obbligatoria). E probabilmente lo stesso farà la Calabria, dove il 15 aprile per l’ennesima volta la proposta di una nuova legge elettorale torna in consiglio, ma senza troppe speranze di successo.

A Torino, Sergio Chiamparino lo aveva addirittura scritto nel programma elettorale: il cambio della legge regionale era una delle priorità. Ma i ripetuti appelli del presidente piemontese sono stati fatti cadere nel vuoto da Forza Italia, Lega, Cinque Stelle e pure tra i banchi del suo stesso Partito democratico. Tutti d’accordo a parole, ma poi quando si doveva passare ai fatti spuntavano gli ostacoli. Con i testi incardinati nelle commissioni e mai calendarizzati. E questo nonostante il Piemonte sia tra le regioni più virtuose in tema di presenza femminile (con circa il 25%). «Mi vergogno un po’ quando vedo consiglieri che cercano di aggirare il cambiamento della legge elettorale per accrescere le loro possibilità di rielezione», aveva detto Chiamparino. Alla fine fine non c’è stato più tempo e non se n’è fatto niente.

Mi vergogno un po’ quando vedo consiglieri che cercano di aggirare il cambiamento della legge elettorale per accrescere le loro possibilità di rielezione

Ora, ad avere le ore contate è la Calabria, dove in consiglio regionale siede una sola donna, Flora Sculco, eletta cinque anni fa con una lista civica. La proposta di legge sulla promozione «della parità di accesso tra uomini e donne alle cariche elettive regionali» ovviamente – è inutile precisarlo – arriva da lei. Ancora prima dell’approvazione della legge nazionale del 2016, però, da 15 anni ormai si prova a far passare le preferenze di genere nella regione senza successo. Quando a guidare la giunta erano Agazio Loiero e Giuseppe Scopelliti, puntualmente le proposte di modifica sono state messe in discussione alla fine delle legislature, per poi essere bocciate. E lo stesso accadrà – a meno di miracoli – ora che la Calabria è guidata da Mario Oliverio, Pd. La proposta è entrata per la prima volta in aula nel settembre 2018, e la maggioranza ha rimandato il voto, chiedendo che fosse presente anche il presidente Oliverio, in quel momento all’estero. Ma poi s’è dovuto aspettare fino allo scorso 11 marzo.

Intanto si è costituito il comitato interpartitico “Più donne più democrazia”, che ha sollecitato pure i comuni all’adeguamento delle leggi elettorali, in modo da fare pressione sulla Regione. E in tanti hanno già aderito, dal capoluogo Catanzaro a centri più piccoli come Ricadi (Vibo Valentia) e Parenti (Cosenza). «Ogni giorno se ne aggiunge uno», racconta la consigliera di parità della Regione Tonia Stumpo. «Ad oggi la presenza delle donne nei consigli comunali calabresi è al 37%, contro una media nazionale del 30%». Ma guai ad avvicinarsi al feudo regionale, a quanto pare. Dove lo scorso 11 marzo, quando la proposta di legge è tornata in aula, un consigliere di maggioranza ha consigliato alle donne arrivate per protestare di «occuparsi piuttosto di mammografie», mentre dalla minoranza c’è stato anche chi le ha accusate di «starnazzare». Come le galline, appunto. In un clima del genere, è difficile che questa sia la volta giusta per la Calabria. Soprattutto da quando le poltre in consiglio sono scese da 50 a 30 e i posti a disposizione si sono ridotti.

In Calabria un consigliere di maggioranza ha consigliato alle donne arrivate per protestare di «occuparsi piuttosto di mammografie», mentre dalla minoranza c’è stato anche chi le ha accusate di «starnazzare». Come le galline

E così in Calabria come in Piemonte, il rischio è che, pur di non cedere spazio alle colleghe, un ricorso alla Corte Costituzionale possa poi far cadere i futuri consigli eletti. Ma non sono le uniche Regioni a non essersi ancora adeguate: sono nella stessa condizione anche Marche, Valle D’Aosta e Friuli Venezia Giulia. Con resistenze e contrarietà trasversali da Nord a Sud, e da destra e sinistra.

Nonostante la legge del 2016, insomma, il problema della scarsa presenza delle donne nei Consigli Regionali non è stato quindi risolto. Fino a qualche mese fa la maglia nera della rappresentanza femminile andava alla Basilicata, che aveva un consiglio di soli 20 uomini. Salvo poi eleggere, dopo aver adeguato le regole, la prima donna dopo nove anni all’ultima tornata elettorale: Donatella Merra, della Lega. Anche la Sardegna si è adeguata l’anno scorso, dopo un iter travagliato della nuova legge sulle liste paritarie, portando alla fine otto donne su sessanta in consiglio (il doppio della scorsa legislatura). Non grandi numeri, ma in tutte le Regioni in cui è stato introdotto un meccanismo per favorire la parità di genere, qualunque sia il sistema elettorale, il numero di consigliere donne è aumentato. Nonostante gli uomini siano ancora l’80% degli eletti.

Uno studio di Openpolis ha calcolato infatti che l’indice di successo delle donne di essere elette nei Consigli regionali è di circa lo 0,47, scendendo allo 0,31 nel Mezzogiorno. Il Centro – con lo 0,60 – e il Nordest – con lo 0,58 – sono le aree che hanno fatto registrare il valore più alto, ma si tratta di cifre comunque ben lontane da quanto avviene nelle elezioni degli altri organi di rappresentanza, dai comuni al Parlamento. Mentre l’indice di successo maschile regionale è ben saldo all’1,35. Le Regioni, insomma, restano “cose da maschi”.

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