Tutto fumo
23 Aprile Apr 2019 0600 23 aprile 2019

Dall’anno bellissimo al mitra: le promesse sono finite e ora i gialloverdi passano alle minacce

La promessa di inizio governo era un boom economico e l'abolizione della povertà, adesso sono al tentativo di dare ordini a militari e di garantirsi l’impunità. I programmi tanto urlati si sono rivelati tutto fumo e niente arrosto. Il risultato? Lo Stato è alla bancarotta e il Paese in recessione

Salvini Mitra Linkiesta
Immagine dal profilo Facebook di Luca Morisi

L’ultimo atto della Manon Lescaut - la struggente edizione è andata in scena alla Scala di Milano - si svolge in una landa desolata della Luisiana. Laggiù si compie il destino della giovane fanciulla, condannata per furto e imbarcata a forza, con molte ladre, prostitute e migranti in cerca di fortuna. La Francia di Filippo d’Orleans svuotava prigioni e ripopolava così il territorio d’Oltremare, dove era cominciata una corsa all’oro.

Oro inesistente, primo grande esempio di bolla speculativa e uso spregiudicato di denaro cartaceo e titoli che la corona di Francia cercò di sostituire al denaro in moneta, l’argent. Artefice del progetto fu l’economista scozzese John Law, biscazziere e avventuriero, ma geniale al punto da diventare di fatto un ministro delle finanze ombra e in seguito ricordato come l’uomo che inventò il denaro. Fu sua l’idea di fare circolare la notizia dell’oro della Luisiana, che scatenò la corsa all’acquisto di azioni della Compagnia di sviluppo coloniale e titoli di Stato, fino al crollo della Borsa che lo costrinse a fuggire a Venezia, dove morì.

La disinvoltura di Straw e il romanzo di Manon, se mettiamo fra parentesi Puccini e l’amore, potrebbero essere ambientati nell’attuale bolla globale di denaro immateriale, di nuovi debiti contratti per pagare interessi su vecchi debiti, di giovani generazioni che pagheranno i debiti delle vecchie, di migranti e derelitti mandati a lavorare o a morire in lande desolate e mari in tempesta, di bufale e fake news distribuite ad arte, come nella Francia pre rivoluzionaria, per illudere il popolo, cementare il consenso e galleggiare, fino a quando è possibile, cioè fino a quando i regimi crollano, le rivoluzioni scoppiano e la ghigliottina funziona a pieno ritmo. La storia non si ripete, ma i ricorsi storici non sono bufale, così come non lo sono le disinvolte astuzie dei governanti con l’acqua alla gola. Che cosa fa un governo quando le casse sono vuote, la crescita sta a zero, il debito pubblico si gonfia e le riforme vengono rinviate per paura?

La prima mossa consiste nel guadagnare tempo, drogando il popolo di promesse e illusioni, sostenute da un’opinione pubblica compiacente e dal disgusto nei confronti dei governi precedenti. Si azzerano propositi di risanamento e si stabiliscono per decreto abolizione della povertà, punizione delle élite, confisca dei privilegi, oboli per tutti.

Gli istituti di credito tremano, gli organismi di controllo internazionali tolgono fiducia, qualche ministro si ribella, ma è impotente e considerato disfattista. Intanto il debito galoppa, lo Stato è alla bancarotta, il Paese è in recessione

La seconda mossa consiste nella ricerca di capri espiatori interni e avversari esterni, additati al popolo per arginare segnali di disillusione, quando le classi sociali meno sprovvedute sospettano che l’oro non esista e l’opinione pubblica comincia l’opera di smascheramento. In questa fase entrano in gioco i fantasmi. Si parla di manovre occulte di presunti poteri forti, di sporchi interessi di potenze straniere, di complotti orditi da circoli economici, intellettuali, finanziari, talvolta ebraici e massonici. Il lessico dei governanti alza il tiro, la cifra permanente è “NOI” e “ALTRI”, dove NOI sta per la patria minacciata da traditori, disfattisti, critici prevenuti, sobillati da stranieri. Si insultano giornalisti scomodi, si mettono le mani su organi d’informazione, si esaltano complici e voltagabbana, si sdoganano atteggiamenti xenofobi che andrebbero invece puniti.

Ma i conti non tornano lo stesso. Non solo perchè l’oro non esiste, ma perchè nessuno fa più credito. Tasse e balzelli non si possono aumentare, pena ulteriore perdita di consenso. Gli istituti di credito tremano, gli organismi di controllo internazionali tolgono fiducia, qualche ministro si ribella, ma è impotente e considerato disfattista. Intanto il debito galoppa, lo Stato è alla bancarotta, il Paese è in recessione.

Resta la terza mossa, la più spregiudicata e pericolosa. Si cambiano regole, si tenta di delegittimare istituzioni e organi di controllo, si contrastano leggi esistenti, si offende la Costituzione, si pretende di stravolgere equilibri di potere all’interno dello Stato, si stracciano patti e accordi internazionali.

La storia non si ripete. La Repubblica di Weimar non è meno lontana dalla Francia della Manon Lescaut. E sono lontani i fantasmi della Marcia su Roma. Ma certe mosse dei governanti in difficoltà sembrano ripetersi. Non perché sia uguale il contesto storico, ma perchè sono simili i riflessi che le provocano.

Per fortuna la landa desolata in cui rischia di finire il Paese è - almeno fino ad oggi - la metafora di un pessimo melodramma politico

Non sono fantasie le vicende dell’ultimo anno italiano e le mosse dei due dioscuri dell’alleanza giallo verde. Cominciarono l’ “anno felice” promettendo boom economico e abolizione della povertà, lo stanno concludendo con il tentativo di dare ordini a militari e prefetti e di garantirsi l’impunità.

O cercando di accreditare un’immagine di forza, con la sciabola o con il mitra poco importa, che altro non è che fumo attorno a un arrosto (ovvero risultati) che non c’è. In mezzo ci stanno gli attacchi all’Europa, le offese al presidente della Repubblica, la balzana idea di utilizzare l’oro della Banca d’Italia, la conquista della Rai, il quotidiano atteggiamento di insofferenza verso la critica e l’ignoranza delle regole. Per fortuna, la democrazia non è (ancora) in pericolo. La rissa all’interno del governo prelude a una rapida fine di un’esperienza fallimentare. Per fortuna la landa desolata in cui rischia di finire il Paese è - almeno fino ad oggi - la metafora di un pessimo melodramma politico.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook