24 Aprile Apr 2019 1130 24 aprile 2019

Il mitra di Salvini? È un'arma di distrazione di massa (e indignarsi non serve a nulla)

Oltre la polemica sulla foto postata da Luca Morisi, cosa succede se ci indigniamo per tutto dando adito a ogni forma di politica spettacolare? Come ma “ci caschiamo” sempre?

Mitra Linkiesta
Dalla pagina Facebook di Luca Morisi

Adesso che la polemica si è fermata (in attesa della provocazione successiva che, probabilmente, arriverà domani, 25 aprile, nel pieno di un percorso di revisionismo storico operato dalle destre unite) è doveroso fare qualche ragionamento sulla foto con il mitra e frase minacciosa — “noi siamo armati e dotati di elmetto!” — pubblicata da Luca Morisi, il potentissimo spin doctor di Salvini da molti indicato come responsabile del successo elettorale del Capitano. Non è tanto interessante ribadire l’ovvio dicendo che si tratta di un tweet inappropriato e inadeguato, quanto capire cosa sta succedendo a un livello più profondo. Sia per quanto riguarda la comunicazione della Lega, sia per quanto la risposta di chi ci casca sempre, a questo tipo di polemica. E perché a conti fatti questa indignazione non riesce a produrre niente più che una serie di tweet, post, foto, articoli di risposta e poco più.

Partiamo dal vero e forse unico capolavoro del populismo, quello di aver trasformato il governante in “oppositore”. Se governare porta da sempre alla perdita di voti e consenso, allora facciamo in modo che chi governi si senta perennemente non al comando e racconti di essere ostaggio, accerchiato, impedito a “fare le cose”, solo contro tutti. Lo ha fatto Silvio Berlusconi (seguendo lo schema per cui ‘il potere lo voleva estromettere, ma lui aveva il supporto degli italiani’); lo ha fatto Matteo Renzi (per cui Marco Revelli parlava di di ‘populismo di palazzo’); lo stanno facendo a diverso livello Luigi Di Maio e Matteo Salvini. C’è questa idea per cui la destra sia diventata il luogo simbolico della dissidenza, del pensiero laterale, contro cui tutti stanno combattendo e i suoi massimi esponenti diventano degli eroi perché vittime di un sistema che non li vuole (rientra in questo schema la polemica senza fine tra Salvini e la categoria dei “radical chic” cui appartengono principalmente Laura Boldrini, Michela Murgia e Roberto Saviano, tra i bersagli preferiti del Ministro dell’Interno), di un “politicamente corretto” egemone che riesce ad agire solo tramite censura. Da qui la trasformazione della politica burocratica a politica performativa: se Salvini non è mai nel suo ufficio al Viminale e governa attraverso i Social Network, è perché la sua più grande preoccupazione è non interrompere mai la campagna elettorale permanente, non smettere mai la ricerca e il mantenimento ossessivo di consenso. Lontano dai riflettori la politica muore. Ed ecco quindi la costruzione del nemico, la definizione del sé come vittima per suscitare empatia con chi ogni giorno si sente vittima di qualche sopruso (vero o presunto) e la proposta di soluzioni semplici che tutti possono capire portando finalmente il buonsenso nella vita pubblica della persone.

Le provocazioni di Salvini/Morisi colpiscono nel segno perché fanno leva sull’indignazione facile e a buon mercato di un elettorato di sinistra che, orfano di un discorso sui fini, non può che concentrarsi sul discorso sui mezzi

Le provocazioni di Salvini/Morisi colpiscono nel segno perché fanno leva sull’indignazione facile e a buon mercato di un elettorato di sinistra che, orfano di un discorso sui fini, non può che concentrarsi sul discorso sui mezzi. Lo spiega bene Byung-Chul Han in Psicopolitica, l’indignazione è un’emozione che viene consumata in modo costante e si può ripetere sostanzialmente all’infinito ma più si consuma, più si svuota, diventando uno schema ripetitivo che non permette di costruire una narrazione e, quindi, veicolare una costruzione di senso. Da qui la costruzione di un rumore di fondo perenne che garantisce quel sistema di mormorazione che per Umberto Eco avrebbe garantito il massimo tasso di distrazione possibile. Gli esperti di comunicazione definiscono questo tipo di escamotage, L’elefante del giorno. Quando c’è un problema di natura politica (in questo caso: i rapporti del sottosegretario Armando Siri con Vito Nicastri, imprenditore vicino al boss Matteo Messina Denaro), si sposta l’attenzione su qualcosa di inutile ma altamente spettacolare (ne avevamo già discusso in merito alle foto delle nuove fidanzate di Salvini e Di Maio). E chi deve cascarci, ci casca. «Come se non fossimo in grado di tenere l’attenzione su due cose contemporaneamente», dicono quelli che si sentono toccati nel vivo quando gli si fa notare di sprecare tempo prezioso su qualcosa di inutile. Evidentemente non è così. Del resto, la polemica genera Like, appagamento anche per chi la fa e per chi la subisce, determina quel meccanismo di costrizione mentale che alla fine ci tiene lì fermi a osservare lo spettacolo mentre tutto attorno a noi collassa.

C’è dell’altro, però. Continuando a porre l’attenzione su armi, legittima difesa, e uso indiscriminato della divisa della polizia, Salvini sta facendo diventare “normale” e “quotidiano” il discorso securitario che si basa sul controllo e sulla violenza intimidatoria. Uno Stato che non protegge più cittadini, ma infonde paura. Un responsabile della sicurezza pubblica che infonde una retorica del buonsenso che altro non è che Bullismo di Stato. È inequivocabilmente un disegno politico e culturale. E se a tutto questo la Sinistra risponde con una indignazione fine a se stessa non si andrà molto lontano.

Quello che possiamo fare, però, è cercare di essere più furbi quando vediamo le provocazioni. Non tanto per non dargli visibilità (su Internet funziona anche il marketing contrario), quanto per non dargli l’importanza nel discorso pubblico che gli stiamo attribuendo. L’alternativa si costruisce anche attraverso una nuova razionalità. L’emozione fine a se stessa ci sta giocando brutti scherzi

Per questo è necessario alzare il livello del dibattito, avere il coraggio di proporre un racconto alternativo e radicale in cui la domanda di sicurezza non diventa costruzione del nemico, togliere a Salvini lo stigma della vittima — che non è — e metterlo davanti non tanto alle sue responsabilità (se il voto diventa marketing, vale tutto: non è giusto, ma questa è l’acqua) quanto alla inefficacia delle sue misure proponendo più che un debunking, un discorso pubblico capace di offrire un’alternativa, come scrivevamo ieri. Non possiamo cancellare con un colpo di spugna il fascismo di ritorno, il fascino delle armi per un certo elettorato, l’affezione che persone cresciute e formate da anni e anni di narrazione tossica sugli immigranti cattivi possono provare per un Bullo che ti dice “ci penso io” e che addita tutti quelli che lo criticano come dei rosiconi che ce l’hanno con lui, né considerarlo intrinsecamente sbagliato semplicemente perché non appartiene al nostro sistema di valore che poi forse nemmeno sappiamo qual è.

Quello che possiamo fare, però, è cercare di essere più furbi quando vediamo le provocazioni. Non tanto per non dargli visibilità (su Internet funziona anche il marketing contrario), quanto per non dargli l’importanza nel discorso pubblico che gli stiamo attribuendo. L’alternativa si costruisce anche attraverso una nuova razionalità. L’emozione fine a se stessa ci sta giocando brutti scherzi. Anche perché indignarsi per tutto equivale a indignarsi per niente, e allora a che serve?

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