Chi non muore si rivede
11 Maggio Mag 2019 0600 11 maggio 2019

Nokia ed Ericsson, a volte ritornano: ecco l’arma segreta europea contro il dominio Usa-Cina sul 5G

Ormai siamo abituati a pensare alla battaglia per il 5G come a una guerra tra Usa e Cina, ma non è così. La Nokia e la Ericsson erano famose per i telefonini. Ora lavorano con le infrastrutture, fanno utili enormi e sono pronte a giocarsela coi colossi extraeuropei

5G_Linkiesta
Josep LAGO / AFP

C’era una volta il GSM e c’era Ericsson. C’era una volta il telefonino intelligente e c’era Nokia. Adesso arriva il 5G e c’è Huawei. Calma e gesso. La partita non è chiusa, non solo sul piano politico, ma nemmeno su quello tecnologico.
A giudicare da quel che si sente e si legge, sembra che gli equilibri giochino a favore del colosso cinese, già dominante in Asia dove c’è senza dubbio il più grande, fertile, ricco mercato in forte espansione. Ma non è così. Si fa un errore a escludere i campioni americani come Cisco, ma soprattutto quelli europei, anzi più esattamente i due giganti del nord che occupano senza dubbio una posizione di primo piano: oggi come oggi controllano il 50% delle infrastrutture 5G e fiumi di denaro si stanno riversando nelle loro casse. Il titolo Ericsson è cresciuto del 50% in un anno, quello Nokia del 20%. Hanno perso la battaglia degli smartphone, ma non vogliono certo perdere il grande gioco del futuro. Davanti a loro hanno solo due concorrenti: Huawei e ZTE, entrambe cinesi, entrambe nel mirino di Donald Trump. Negli Stati Uniti, Ericsson e Nokia si sono già aggiudicate i contratti per le infrastrutture 5G con Verizon e AT&T, ma tutti ormai fanno la fila ai loro laboratori.

Il titolo Ericsson è cresciuto del 50% in un anno, quello Nokia del 20%. Hanno perso la battaglia degli smartphone, ma non vogliono certo perdere il grande gioco del futuro

La Ericsson e la Nokia sono cambiate moltissimo, erano in vetta negli anni ’90, avevano fatto mangiare la polvere a tutti, cominciando dagli americani, poi sono cominciati i guai: è esplosa la Apple e ha messo in ginocchio la Nokia che si è arresa alla Microsoft; sono arrivati i coreani e hanno spiazzato gli svedesi i quali dopo qualche esitazione hanno stretto un accordo con la giapponese Sony e le hanno ceduto i telefonini. Ericsson è stata la più rapida a reagire, tornando al suo core business, le infrastrutture e i servizi per le telecomunicazioni che l’hanno resa grande e potente. Per Nokia che aveva puntato molte più carte sui prodotti di consumo, è stata dura, ma da qualche anno si può dire che ce l’abbia fatta.

È stato evocato più volte il mito della fenice e senza dubbio la compagnia finlandese è rinata molte volte. Ma forse l’animale che più le si addice è il camaleonte. Ha cominciato lungo il fiume Nokianvirta con una segheria, poi è arrivata la gomma e gli stivali impermeabili conosciuti in tutto il mondo, e ancora i cavi, il telegrafo, il telefono, le telecomunicazioni con i commutatori automatici. Prova anche con i computer, ma le va male, finché non arriva il boom della telefonia mobile. E’ Jorma Ollila il manager che, prese le redini nel 1992, guida la grande corsa.

Arrivano alcune meraviglie della tecnologia e del design che s’impongono sia sull’americana Motorola sia su tutti gli altri concorrenti. Il mitico modello 3310 viene venduto in 126 milioni di esemplari (e rilanciato nel 2017). Il 9210 è il primo che consente di scrivere ed elaborare un lungo testo. L’E65 con schermo a colori è un altro successo. L’azienda offre tutto: la tecnologia di base per la connessione così come l’intero device. Il primato dura circa un decennio, perché nel 2007 Apple mette in vendita il suo primo iPhone, ribaltando tutti gli equilibri. Per la Nokia arriva una fase davvero nera, la sua crisi travolge la borsa di Helsinki dove è il titolo di gran lunga maggiore, colpisce l’occupazione, ridimensiona l’intero prodotto lordo del paese.

La grande partita la gioca la divisione Nokia Networks, è lì che si decide il futuro. Lo scorso anno ha fatturato 20 miliardi di dollari, in due anni può arrivare a 50 miliardi

Si parla di una Finlandia Nokia dipendente (il 16% dell’export dipendeva dalla compagnia che produceva l’1,6% del pil). È una esagerazione, ma rispecchia molta parte di verità. Il 2004 è l’anno peggiore, dopo il quale il nuovo management decide, così, di dividere il gruppo. Da una parte reti e infrastrutture, dall’altra i prodotti per il mercato. Nel primo mestiere stringe un’alleanza con la tedesca Siemens (nel 2006 si costituisce una nuova società con sede a Helsinki), nel secondo la scelta più radicale avviene nel 2013 quando Microsoft si aggiudica per 5,44 miliardi di dollari l’intera divisione telefonini con i marchi Lumia, Asha e Pure View, 8.500 brevetti e 32 mila dipendenti. Una Nokia dimagrita, ma più ricca, si concentra sul core business e due anni dopo fa il colpo che prelude alla vera rinascita: si prende per 16 miliardi di euro la francese Alcatel-Lucent proprietaria anche dei mitici Bell laboratories dai quali sono uscite storicamente le maggiori innovazioni nel campo delle telecomunicazioni. Nokia non scompare dai telefonini, insieme a Microsoft anzi cerca di tornare competitiva in collaborazione con la finlandese HMD (Nokia è rappresentata nel consiglio di amministrazione anche se non possiede quote della società) e la cinese Foxconn. Il sistema operativo di Microsoft si divide il mercato con Android di Google adottato dalla Samsung e con iOS di Apple. Ma la grande partita la gioca la divisione Nokia Networks, è lì che si decide il futuro. Lo scorso anno ha fatturato 20 miliardi di dollari, in due anni può arrivare a 50 miliardi.

La Ericsson è stata senza dubbio la più grande protagonista nella telefonia mobile, quella che ha indotto un vantaggio tecnologico, industriale, commerciale in Europa rispetto agli Stati Uniti. Lo sviluppo del GSM, diventato di fatto uno standard mondiale, ha portato alle stelle il gruppo svedese che nel 1997 controllava il 40% del mercato mondiale. A differenza dalla Nokia, la Ericsson è sempre stata nelle telecomunicazioni fin dal 1876 quando Lars Magnus Ericsson, allora trentenne, lavorando su apparecchi della Siemens e della Bell, aveva cominciato a costruire e vendere i propri telegrafi e i primi telefoni. Arrivano poi i ponti radio e gli apparecchi automatici, l’espansione internazionale e la borsa. Negli anni ’20 finisce nelle mani di Ivar Kreuger uno spregiudicato finanziere che porta la Ericsson in bocca all’americana ITT che la controlla con il 20% fino al 1960 quando il controllo passa ala famiglia Wallenberg, prima con la loro banca la SEB (Skandinaviska Enskilda Banken) poi direttamente. La sua espansione sembra senza soluzione di continuità, finché non arriva internet. La compagnia svedese è lenta a capirne la portata. Il 2G non basta e tanto meno quel che viene chiamato 2,5 G (il protocollo WAP e GPRS) finché non arriva il 3G e comincia la nuova era della telefonia mobile.

Per Ericsson nel 2012 arriva una drastica ristrutturazione, un ricentraggio sul mestiere dove è più forte: le infrastrutture, le piattaforme, la gestione dei dati e i servizi

Nella seconda metà degli anni ’90 Ericsson diventa di fatto egemone in Europa e mette in ginocchio anche i concorrenti americani come Qualcomm. La bolla internet coinvolge anche Ericsson, tra il 2001 e il 2002 si dimezzano le vendite, la produzione di telefonini diventa un peso insostenibile e la passa alla Sony con una joint venture nel 2001 e poi completamente nel 2012. Arrivano i tagli di personale, arriva una drastica ristrutturazione, un ricentraggio sul mestiere dove è più forte: le infrastrutture, le piattaforme, la gestione dei dati e i servizi. Forte dei vantaggi acquisiti nel GSM e nel 3G, riprende una fase di espansione che comincia con la britannica Marconi che risale all’alba della radio, a Guglielmo Marconi, e ha un ampio portafoglio nelle trasmissioni, nella fibra ottica e in internet via cavo. La Ericsson si rafforza anche nella difesa e nello spazio, il che rende il gruppo svedese particolarmente strategico.

Ericsson e Nokia in Europa non hanno rivali e si equivalgono in taglia e struttura. Il gruppo svedese impiega 98 mila mila dipendenti con un fatturato pari a circa 23 miliardi di euro. Quello finlandese ha fatto registrare lo scorso anno un fatturato di 22 miliardi di euro con 101 mila dipendenti. La Nokia ha chiuso il bilancio 2018 con un utile netto di 203 milioni di euro, la Ericsson è tornata al profitto dopo due anni consecutivi in perdita.
Il loro business è un pozzo di san Patrizio, nessuna posizione è mai scontata, bisogna investire, innovare, comprare start up perché molto spesso sono queste a trovare le soluzioni più avanzate, seminare molto e sperare che i frutti siano abbondanti. La loro storia dimostra che non è sempre così, sono cadute entrambe nella polvere e sono riuscite a risalire sugli altari. Ma adesso la battaglia del 5G si presenta come la madre di tutte le battaglie, in una guerra di mercato che potrebbe diventare una vera e propria guerra combattuta con ogni mezzo.

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