crisi immaginarie
16 Maggio Mag 2019 0600 16 maggio 2019

Perdete ogni speranza, rosiconi: il governo gialloverde durerà ancora molto a lungo

Nessuno vuole le elezioni anticipate, né Di Maio, né Zingaretti, né Mattarella, e nemmeno Salvini, nonostante il suo enorme consenso. Ecco perché nonostante le baruffe e la legge di bilancio, Lega e Cinque Stelle rimarranno al loro posto

Salvini Dimaio 22 Linkiesta
Tiziana FABI / AFP

Perdete ogni speranza, rosiconi. Nel Transatlantico spira una brutta aria: anche nei giorni più bui per l’economia italiana con lo spread che supera i 290 punti base per poi chiudere la giornata a 284, non c’è un solo deputato, tantomeno un senatore, che fa il tifo per il ritorno alle urne. A Montecitorio e a palazzo Madama si fanno mille scongiuri. «La legislatura deve andare avanti, e andrà avanti».
È vero, si dovrà aspettare il responso delle Europee. Solo a quel punto sarà più chiaro lo scenario. Ma comunque vada sarà un successo per l’esercito dei mille parlamentari che non hanno alcuna intenzione di tornare a scarpinare in giro per l’Italia, né tantomeno intendono investire almeno 50mila euro per l’ennesima campagna elettorale.

E allora, perdete ogni speranza, rosiconi. Dopo il 26 maggio non succederà nulla per svariate ragioni. Oggi i cinquestelle, ad esempio, duellano e litigano con l’alleato di governo Matteo Salvini. Ma le truppe di Di Maio sanno benissimo che se si tornasse al voto la delegazione parlamentare sarebbe quantomeno ridimensionata, se non addirittura dimezzata. Eppoi, ca va sans dire, per il vicepremier Di Maio si tratta dell’ultima chances. Da qui ad allora facile pensare che il patto di potere con il leader del Carroccio supererà qualsiasi ostacolo e anche i litigi degli ultimi giorni.

Un discorso analogo si può estendere al Pd di Nicola Zingaretti. Quest’ultimo sta provando a far risalire la china a un partito travolto dall’esperienza renziana. Ma ad oggi non ha né la forza né i numeri per tornare a palazzi Chigi. Ecco perché dalle parti del Nazareno se ufficialmente invocano le urne, sotto traccia sperano che la legislatura continui perché, sussurrano, «non siamo ancora pronti». Soprattutto i democrat non vogliono commettere l’errore del 2011 quando decisero di sostenere il governo Monti che poi portò alla «non vittoria» di Pier Luigi Bersani del febbraio del 2013.

Il Capitano non è così desideroso di lasciare il Viminale per traslocare a palazzo Chigi. «Sarebbero solo più rogne», avrebbe confidato ai suo

Sulla stessa lunghezza il partito di Silvio Berlusconi. Forza Italia è stata cannibalizzata dallo strapotere mediatico di Salvini e dall’exploit di Giorgia Meloni che zitta zitta le sta risucchiando dirigenti locali e nazionali. E dopo le elezioni europee gli azzurri potrebbero uscire ancor più indeboliti. Non a caso i parlamentari di Forza Italia sarebbero disposti a votare tutto, un esecutivo di centrosinistra, un esecutivo tecnico, e forse anche un Conte-bis declinato diversamente.

Eppoi c’è Sergio Mattarella. L’inquilino del Colle di rito democristiano invoca la stabilità dell’esecutivo e dei mercati, raddrizza il tiro quando i due contraenti sbagliano bersaglio e colpiscono L’Europa. Tuttavia la sua moral suasion ha un unico obiettivo: Mattarella si augura che sia questo il Parlamento a eleggere il suo successore. Nuove urne, infatti, potrebbe cambiare gli equilibri e “sovranizzare” ancor più Camera e Senato. D’altro canto, il profilo cui guarda Mattarella porta dritto a Mario Draghi, il presidente della Bce che gode di una stima trasversale e che potrebbe anche svolgere il ruolo di Salvatore della Patria nel caso in cui deflagri il sistema economico e finanziario dell’Italia.

Infine, c’è Matteo Salvini. Forse l’unico al quale converrebbe incassare e puntare dritto a palazzo Chigi. Da mesi Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e deus ex machina del Carroccio, starebbe cercando di convincere Salvini a rompere il giocattolo del governo del cambiamento e a tornare nei ranghi del centrodestra. Anche il recente caso Siri cui poi è seguita la mega inchiesta della Procura di Milano, che ha lambito il governatore lombardo Attilio Fontana, avrebbero indotto Giorgetti a dire «basta, così non si può andare avanti». Eppure Salvini è uomo di parola. Si definisce un leale. Dopo il 26 maggio deporrà le armi e proverà a rinnovare il contratto di governo. Che in fondo è un patto generazionale. Anche perché il Capitano non è così desideroso di lasciare il Viminale per traslocare a palazzo Chigi. «Sarebbero solo più rogne», avrebbe confidato ai suoi. E allora, perdete ogni speranza, cari rosiconi. L’esecutivo gialloverde continuerà a dominare la scena. E chissà ancora per quanto tempo.

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