Dossier
Incubo di una crisi di mezz’estate
Pieni poteri
20 Agosto Ago 2019 0600 20 agosto 2019

Salvini avrebbe dovuto saperlo: l’Italia non è il Paese degli uomini soli al comando

Da Craxi a Berlusconi, da Renzi a Salvini, gli italiani si innamorano dell'uomo nuovo che ripete lo stesso messaggio: azzerare il sistema corrotto e far rinascere l'Italia. La fortuna politica può durare due mesi o due anni, ma se decide di fare la rivoluzione il sistema prepara gli anticorpi

Salvini Crisi Senato Linkiesta

Non stupitevi: Salvini è solo l'ultimo di una lunga serie. La politica italiana è sempre la stessa recita. Inizia con l’ambizioso politico di turno abbastanza lucido e furbo da capire lo spirito del tempo. Che poi in Italia è sempre lo stesso: cambiare dalle fondamenta l'Italia burocratica, clientelare e corrotta; spazzare via la vecchia classe dirigente; creare ricchezza e nuovi posti di lavoro. Agli italiani piace inaugurare più che manutenere e si innamorano dell'uomo nuovo, come se da solo potesse rivoltare la penisola come un calzino. Dal decisionismo di Bettino Craxi nel paludoso pentapartito degli anni Ottanta, all’ottimismo aziendalista di Silvio Berlusconi nel post Tangentopoli; dalla sobrietà (il loden!) del tecnico Mario Monti dopo le cene eleganti di Arcore al civismo buonista del sindaco d’Italia Matteo Renzi, fino al capitano Matteo Salvini che difende l’Italia contro l’invasione dei migranti e gli attacchi di Bruxelles. Stesso messaggio, cambiano le sfumature nella narrazione, si adattano alla stagione politica e alla personalità dell’aspirante uomo solo al comando.

I mass media, sempre alla ricerca di novità, fanno da megafono all’ultimo arrivato, libero di picconare perché ancora vergine di governo e abile nel ripetere la sua ricetta magica, senza contraddittorio. Gli italiani con poca memoria e molto risentimento verso la classe politica si illudono che il personaggio televisivo abbia capito come sovvertire il sistema dei “poteri forti”. Anche se in Italia i poteri forti non esistono da decenni. Piuttosto c’è una ragnatela di poteri deboli, provinciali e autoreferenziali, ma tenaci. Tanti gangli di potere minuscoli che si fanno la guerra l’uno con l’altro. Banchieri, industriali, manager, magistrati, politici, che all’inizio delegittimano l’uomo nuovo per paura di essere la prima testa tagliata durante la rivoluzione. Poi quando vedono il politico acquisire sempre più consenso, a poco a poco salgono sul carro del vincitore per farsi dare una fetta di potere. Una poltrona, un sussidio statale, una trasmissione tv, una promessa. Sullo sfondo una sparuta minoranza formata dagli esclusi del vecchio corso e dai professionisti dell’indignazione denuncia il ritorno del fascismo. Ma l’unico effetto è quello di far salire sul carro altri potenziali elettori che giudicano esagerata una reazione del genere, non vedendo né manganelli, né olio di ricino.

La fortuna politica dell’uomo nuovo può durare due mesi o due anni, tutto sta nel non fare veramente la rivoluzione, ma solo annunciarla

La fortuna politica dell'uomo della provvidenza può durare due mesi o due anni: tutto sta nel non fare veramente la rivoluzione, ma solo annunciarla. Perché quando il sistema ha l’impressione che voglia davvero prendersi tutto, attiva gli anticorpi. Nel Paese di Machiavelli non c’è bisogno della pallottola in testa per far fuori l’uomo solo al comando, basta un avviso di garanzia, una crisi di governo, uno stallo parlamentare. Ci vorrebbero dieci paragrafi per elencare le inchieste contro Berlusconi, o la cascata di emendamenti presentati da Pd e Forza Italia nel 2012 per disinnescare i disegni di legge di Monti. Il professore promise rendere l’Italia più competitiva, europea e liberale e invece affogò nella melassa parlamentare. Per non parlare di come il segretario della Dc Ciriaco De Mita stacco la spina a Craxi perché temeva che il leader del Psi non avrebbe mai più lasciato la poltrona di presidente del Consiglio. Come non ricordare l’ammucchiata anti Renzi per bocciare il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. E quando il salvatore della patria viene sconfitto dal sistema è abbandonato da tutti. Agli italiani non piacciono i perdenti.

Con Salvini è stato lo stesso. Fin quando il leader della Lega è rimasto nel recinto del governo gialloverde i contrappesi Conte, Tria e Mattarella sono stati bravi a bilanciare dietro le quinte le sparate leghiste. Insomma sovranisti, ma non troppo. Poi quando Salvini è passato dalla narrazione del “papà” a quella del Papeete beach e ha chiesto con il mojito in mano nuove elezioni e “pieni poteri”, il sistema ha attivato gli anticorpi. A innescare tutto ci ha pensato Renzi ha vissuto sulla sua pelle quanto sia forte il collante delle coalizioni contro l'uomo forte. Il problema non è mai stata la frase "pieni poteri" in sé, ma quello che potrebbe fare Salvini se dopo le elezioni avesse una maggioranza schiacciante. Potrebbe nominare il prossimo presidente della Repubblica, scegliere i vertici delle aziende di Stato, aumentare il deficit oltre il 3% e far passare tutte le leggi che vuole. Troppo anche per l'Italia sovranista. La recita è sempre la stessa, ma negli anni è cambiata la durata. I cicli politici si accorciano sempre di più. Ma la sensazione è che questa volta il leader aspirante pigliatutto di turno ci abbia messo del suo per farsi sputare così in fretta fuori dal sistema.

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