House of Bruxelles
29 Agosto Ago 2019 0600 29 agosto 2019

Cara Ursula pensaci tu: il futuro dell’Italia è appeso alla nuova Europa (e alla recessione della Germania)

Il futuro del futuro governo italiano saranno tutte nelle mani della neo presidente della Commissione europea. Nessuna illusione perché i paesi più ortodossi frenano. Ma se la Germania andrà in recessione trascinando con sé gli altri paesi la discussione si aprirà per necessità

Ursula Von Der Leyen Conte_Linkiesta
VINCENZO PINTO / AFP

Le sorti del prossimo governo italiano (ancor più se sarà davvero giallo-rosso) dipendono da Ursula. No, non dalla “coalizione Ursula”, ma proprio da lei, la presidente della commissione europea, la democristiana tedesca Ursula von der Leyen. Le prime mosse per ora sono solo intenzioni, anche perché la commissione va a rilento, in particolare per colpa dell’Italia che non ha designato il suo candidato. Tuttavia nei giorni scorsi sono filtrate due notizie che mostrano il segno di un cambio di passo. Di che si tratta? Il programma quinquennale che Frau Ursula sta mettendo a punto è un documento di 173 pagine che, insieme a cose importanti, ma più tradizionali, contiene alcune novità, per esempio un fondo sovrano della Ue dotato di almeno 100 miliardi di euro per sostenere campioni europei nel campo dell’economia digitale tali da competere con i colossi americani (o più realisticamente non lasciare loro tutto lo spazio di mercato come è accaduto i tutti questi anni) e da contrastare i nuovi arrivati cinesi che restano ancora indietro, ma stanno facendo passi da giganti. La seconda indiscrezione, pubblicata anch’essa dal Financial Times, riguarda l’ipotesi di ridiscutere e di rivedere tempi, modi, ritmi del fiscal compact, in modo da lasciare più margini di manovra ai paesi che debbono rientrare da un indebitamento eccessivo. E sono davvero tanti. Certo, peggio di tutti stanno la Grecia (181% del pil) e l’Italia (132%) che continuano ad accumulare debiti. Quasi tutti gli altri paesi mostrano una tendenza discendente e sono scesi sotto il 100% (Francia e Spagna sono al 98%) che comunque resta una quota molto alta. Solo la Germania può vantare di essere tornata entro i limiti del trattato di Maastricht con il 60,7% e un avanzo pari all’1,7% del prodotto lordo.

Dunque, Ursula von der Leyen sceglie la flessibilità? La notizia ha fatto il giro delle cancellerie e ha trovato subito il no dell’Olanda e la fredda reazione della Germania. E da Bruxelles è arrivata la precisazione che non si tratta in alcun modo di un ripensamento né di un piano di semplificazione. È cominciato a livello tecnico l’esame su come sono state attuate le regole di bilancio introdotte dopo la crisi del 2011 e quello di cui parla il Financial Times, secondo la portavoce della commissione è solo il frutto di un brain storming. Ma sta di fatto che molti eurocrati cominciano ad ammettere che pochi paesi riusciranno davvero a ridurre di un ventesimo l’anno il debito superiore al 60% del pil come prevede il patto di bilancio o fiscal compact. Insomma, sia pure in sede tecnica, una riflessione all’insegna della ragionevolezza sta cominciando, il che non vuol dire che si tratta di una svolta politica. In altri termini non ci sono molti margini da rosicchiare per la prossima legge di bilancio, anche se potrebbe aprirsi qualche spiraglio futuro.

Una riforma delle regole è nelle cose, ma sarebbe meglio farla a mente fredda, quando i tempi sono buoni, non sotto emergenza.

Più concreto sembra il fondo – chiamato provvisoriamente European Future Fund – che dovrebbe utilizzare risorse dal bilancio comunitario. I suoi diretti concorrenti sono il fondo sovrano cinese, China Investment Corp, che è tra le maggiori risorse nazionali al mondo, e quello della Norvegia (paese fuori dalla Ue), il più grande fondo sovrano europeo, alimentato dal petrolio del Mare del Nord. Tra i rivali dell’Ue vengono citati i cosiddetti Gafa americani (Google, Apple, Facebook, Amazon) e i cinesi Bat, (Baidu, Alibaba e Tencent), tutte società capaci di dettare l’agenda digitale globale. L’Europa non ha aziende leader in questi settori strategici e la Ue non ha un motore di ricerca paragonabile alla potenza di Google.

Per far questo, bisogna modificare le attuali regole sulla concorrenza, scelta richiesta a gran forza dalla Francia di Macron e dalla Germania, alla quale si oppone il governo liberale olandese del premier Rutte. Si ricorderà che Margrethe Vestager, ha bloccato la fusione tra la francese Alstom e la tedesca Siemens nel settore ferroviario. Diventa dunque un posto chiave quello del commissario alla concorrenza che, a quanto pare, sarebbe riservato all’Italia (si parla di Paolo Gentiloni). Tra le altre idee contenute nel programma di Frau Ursula, c’è un’assicurazione europea contro la disoccupazione da adottare entro 100 giorni dall’entrata in funzione della nuova Commissione, proposta per la quale si è battuto a lungo Pier Carlo Padoan quando era ministro dell’economia.

Qualcosa si muove, senza farsi troppe illusioni. Il fondo per le infrastrutture proposto nella scorsa legislatura da Jean-Claude Juncker non è mai decollato davvero e lo stesso potrebbe accadere al fondo tecnologico. Le discussioni sul fiscal compact possono arenarsi sul nascere di fronte alla reazione degli ortodossi. La stessa assicurazione per i disoccupati può essere interpretata come aiuto ai soliti paesi del Sud Europa, Italia compresa, mentre quelli del Nord ormai sono vicini al pieno impiego. Molto dipenderà dalla congiuntura economica. Se la Germania va davvero in recessione trascinando con sé gli altri paesi, a cominciare dai più grandi, tutto il cantiere del patto di bilancio verrà riaperto per stato di necessità. Il che di per sé non è positivo. Una riforma delle regole è nelle cose, ma sarebbe meglio farla a mente fredda, quando i tempi sono buoni, non sotto emergenza. Tuttavia la politica oggi più che mai è fatta così. Secondo il politologo tedesco Carl Schmitt: «Sovrano è colui che decide sullo stato di eccezione». Una teoria che legittima qualsiasi colpo di mano, fino ai peggiori, ma non s’allontana dalla realtà dei nostri tempi.

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