Il green giusto
19 Settembre Set 2019 0900 19 settembre 2019

Manovra verde, ecco i rischi dell’ambientalismo “calato dall’alto”. Che inguaia i più poveri

Nel decreto verde si preannunciano tagli agli sconti sul diesel per camionisti e agricoltori. Il rischio è quello di proteste, scioperi e blocchi stradali, che Salvini & Co. potrebbero cavalcare. La transizione ecologica deve essere giusta e sostenibile, altrimenti a pagare saranno i più poveri

Costa Linkiesta
Il ministro dell’Ambiente Sergio Costa (Filippo MONTEFORTE / AFP)

C’è un grande rischio all’orizzonte di quel “decreto verde” che comincia a circolare nel cantiere della manovra economica: ripetere l’errore di Emmanuel Macron. Quello di un ambientalismo calato dall’alto, che potrebbe finire per replicare ancora una volta la contrapposizione tra élite e popolo. Alzando la palla ai sovranisti di casa nostra.

Lo sa bene Macron: l’aumento della tassa sui carburanti, d’altronde, è stato il pretesto da cui è partita la rivolta dei “gilet gialli” francesi che dalle aree suburbane devono per forza spostarsi in auto per andare al lavoro. E il punto della bozza di “decreto verde”, in cui tra i tagli ai Sussidi ambientalmente dannosi (Sad) viene inserito anche quello sul diesel per l’autotrazione, non sarà certo accolto bene dalla categoria dei camionisti. Quelli che da anni percepiscono un rimborso dell’accisa sul carburante, che si traduce in pratica in uno sconto del 17,2% sul pieno di gasolio. Una spesa per lo Stato di 1,2 miliardi. Tagliare lo sconto del 10%, come sembrerebbe dai piani del governo, porterebbe soldi in cassa, con effetti positivi sui cambiamenti climatici. Bene. Resta da vedere come la prenderanno quelli che i Tir li guidano, con turni massacranti giorno e notte. Idem per i tagli previsti agli sconti sui carburanti per i trattori e gli altri macchinari agricoli, che ad oggi beneficiano di uno sconto del 22% per il gasolio e del 49% sulla benzina.

Seguendo la logica dell’“ambiente contro tutti” calato dall’alto di un governo già è nato seguendo le tattiche delle fredde strategie di palazzo, senza scaldare gli animi, il rischio è quello di proteste, scioperi, serrate e blocchi stradali, come quelli che già avevamo visto con i Forconi. Proteste che Salvini e le sue frange simpatizzanti della destra estrema, c’è da scommettere, saprebbero subito come cavalcare.

Seguendo la logica dell’“ambiente contro tutti” calato dall’alto, il rischio è quello di proteste, scioperi, serrate e blocchi stradali. Proteste che Salvini e le sue frange simpatizzanti della destra estrema saprebbero subito come cavalcare

Agli operai, ai disoccupati, a chi si mette in fila per il reddito o la pensione di cittadinanza, poco importa della pasta nel “cartoccio” anziché nel sacchetto di plastica o del bonus sul car sharing, le macchine in condivisione diffuse solo nelle grandi città e non certo nella provincia italiana. Soprattutto al Sud. E poco importa degli incentivi agli eco-scuolabus, se nel quartiere dove abiti lo scuolabus non passa nemmeno.

La necessaria transizione ecologica, lo sappiamo, per le classi sociali più povere non sarà un «pasto gratis», ha fatto notare qualche tempo fa l’economia francese Jean Pisani-Ferry: i più colpiti dalla chiusura degli impianti a carbone o dalle tasse sulle vecchie auto, i Tir e i trattori inquinanti saranno operai, impiegati, precari, camionisti, agricoltori. Non certo quelli che possono permettersi una Tesla. O i banchieri che sponsorizzano i green bond.

La transizione, prima che “ecologica”, dovrà essere giusta. Ovvero sostenibile dal punto di vista sociale e politico. Bisognerà immaginare sostegni alla riconversione per evitare la perdita di posti di lavoro, ammortizzatori sociali straordinari per la riqualificazione dei lavoratori. Con una strategia nazionale che non lasci solo nelle mani del mercato la transizione ecologica. Facciamo un esempio: se l’Italia facesse un salto immediato all’auto elettrica, si perderebbero oggi 900mila posti di lavoro lungo tutta la filiera produttiva. Un ecatombe: è chiaro che non si può solo scaricare sui lavoratori questa transizione.

I più colpiti dalla chiusura degli impianti a carbone o dalle tasse sulle vecchie auto, i Tir e i trattori inquinanti saranno operai, impiegati, precari, camionisti, agricoltori. Non certo quelli che possono permettersi una Tesla

Quello che ha sbagliato Macron è stata la cronologia degli interventi. Per prima cosa ha approvato la maggiore flessibilizzazione del mercato del lavoro, poi ha messo la carbon tax e solo successivamente ha predisposto delle misure ad hoc per i più poveri. Una sequenza di questo tipo – come spiegò a Linkiesta Enrico Giovannini – aumenta l’ansia di chi sta indietro. Questo è l’errore da evitare.

Non si tratta solo di tutela dell’ambiente, ma del ribaltamento di un modello di sviluppo che può aprire a nuove prospettive economiche. Prospettive a cui proprio le classi meno abbienti, i disoccupati, gli inattivi oggi potrebbero essere più interessati. La riqualificazione degli edifici esistenti, per fare un esempio, già oggi richiede un numero di occupati maggiore rispetto alla costruzione di un palazzo ex novo. Tutto questo va spiegato, preparato, sostenuto.

Il patron di Eataly, Oscar Farinetti, ha raccontato di aver detto a Donald Trump: «Donald, abbiamo fatto un sacco di soldi sporcando il mondo, adesso possiamo fare un sacco di soldi ripulendolo». La differenza sarà tra chi punterà solo a far cassa, e soldi, e chi coinvolgerà anche i lavoratori. Altrimenti il rischio è che l’ambiente ci scoppi in mano. E i blocchi stradali capeggiati da Salvini, a quel punto, saranno solo il male minore.

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