Pensiero dominante
1 Novembre Nov 2019 0530 01 novembre 2019

La Commissione Segre non è buonista, è un’urgenza contro il politicamente scorretto

Da Bret Easton Ellis ai «liberali per Salvini» c’è chi lamenta che il conformismo culturale impedisca di esprimere opinioni impopolari o offensive. Certo, è stato così, ma evidentemente non si sono accorti che Trump e tutti quelli che la sparano grossa adesso sono al potere

Liliana Segre_Linkiesta
Foto da Twitter

Il politicamente corretto è una forma di totalitarismo del linguaggio che impedisce di chiamare le cose con il proprio nome e che finisce per condizionare il pensiero della società contemporanea. Nato negli anni Novanta a fin di bene, perché come al solito la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni, è stato ideato per impedire di discriminare o di offendere le minoranze con parole e azioni giudicate sconvenienti. Ma da meritorio contributo a favore di una discussione civile, in pratica era un invito a usare le buone maniere, questa forma di paternalismo ideologico dettata dai sensi di colpa si è trasformata in un conformismo culturale spesso ipocrita e, col tempo, anche in un istigatore di pubblico ludibrio via social media contro chiunque esprima opinioni impopolari o offensive o i cui comportamenti siano percepiti come problematici. Ne ha scritto Bret Easton Ellis, nel suo ultimo libro "Bianco", edito da Einaudi.

C’è qualcosa che non torna, però, nel ragionamento di chi denuncia l’epoca della cancel culture, cioè della tendenza a boicottare chiunque dica cose giudicate irripetibili e della propensione a uniformare la società intorno a un pensiero unico. Non parlo di Bret Easton Ellis, il cui ruolo è quello classico del provocatore colto e controcorrente, semmai delle presunte vittime del pensiero unico progressista, a cominciare da coloro che Guido Vitiello definisce «liberali per Salvini», fino ai «liberali per Putin» e ai «liberali per Trump», i quali hanno in comune la grottesca ossessione di combattere la vessazione ideologica che li soffoca e contemporaneamente di avere il potere.

In quale altro momento storico è capitato che Casa Pound andasse in televisione, che un teorico della cospirazione presiedesse la Rai, che uno screditato nazibolscevico occupasse i tg della sera, che gli apologeti dei dittatori di destra e di sinistra assumessero posizioni di governo

Quel qualcosa che non torna nella denuncia della cancel culture è che fuori dalla bolla, nel mondo reale, è vero l'esatto contrario. Basta guardarsi in giro, scorrere le timeline dei social o accendere la tv per accorgersi che viviamo il tempo in cui si può dire qualsiasi cosa, e anzi più la si spara grossa più si hanno possibilità di ottenere consenso. Siamo nell’epoca di Donald Trump e di Matteo Salvini, di Putin, di Bolsonaro e di Duterte, di leader politici di qua e di là dell’Atlantico che giudicano «brave persone» i neonazisti, che si vantano di «afferrare le donne dalla figa», che invocano Hitler per combattere l’omosessualità, che sparano a bordo di una motocicletta contro i drogati, che danno di stupratori ai messicani e di terroristi ai migranti. Si può dire tutto, oggi, si deve tutto; anzi più è urticante quello che si dice, più scattano gli applausi, come in un grande talk show di La7.

In quale altro momento storico è capitato che Casa Pound andasse in televisione, che un teorico della cospirazione presiedesse la Rai, che uno screditato nazibolscevico occupasse i tg della sera, che gli apologeti dei dittatori di destra e di sinistra assumessero posizioni di governo. Non stiamo parlando di pochi fulminati su Internet, ma della classe dirigente dei grandi paesi sviluppati.

Oggi la cosa davvero controcorrente, e scorretta, è sostenere Laura Boldrini e difendere Roberto Saviano dalle masse di odiatori seriali

Altro che cancel culture, questa è l’era del politicamente scorretto agli steroidi. Oggi la cosa davvero controcorrente e scorretta è sostenere Laura Boldrini e difendere Roberto Saviano dalle masse di odiatori seriali fomentati dai leader più popolari. Tanto si dice già che Trump e Salvini vincono le elezioni in reazione alle campagne per istituire nelle scuole americane i bagni separati per i bimbi gender fluid e in risposta alle iniziative buoniste di chi salva i naufraghi. Quante volte abbiamo sentito dire, in questi mesi, «basta con l’accoglienza dei migranti, altrimenti Salvini prende il 60 per cento»?

Mercoledì, in Parlamento, la destra italiana non ha votato a favore della “Commissione straordinaria per il contrasto ai fenomeni dell’intolleranza, del razzismo, dell’antisemitismo e dell’istigazione all’odio e alla violenza” presieduta dalla superstite dell’Olocausto Liliana Segre. Una parte della coalizione ha rifiutato con sdegno di essere etichettata come antisemita soltanto perché non credeva che la Commissione fosse una priorità per il Paese, giudicandola semmai una scelta dettata dal pensiero unico politicamente corretto.

Sono da segnalare le prese di distanza di Mara Carfagna e di Andrea Cangini, ma devo rivelare alla destra italiana una notizia sensazionale: chi si eccita a chiudere i porti, ad affondare le navi che salvano i naufraghi, a colpevolizzare gli stranieri in quanto tali, a giudicare le persone sulla base del colore della pelle, ad accusare il banchiere ebreo Soros di succhiare il sangue degli italiani, a contestare a Gad Lerner la nazionalità italiana, a sfilare in piazza con i fascisti, a siglare accordi politici con i neonazisti europei, ad abbracciare Putin, a organizzare cene nostalgiche della marcia su Roma, a scatenare gli insulti social contro Boldrini e a non solidarizzare con la superstite dei campi di concentramento, be’, sì, è un intollerante, un razzista, un antisemita, un istigatore all’odio e alla violenza. Oltre che una perfetta conferma dell’urgenza di istituire la Commissione Segre.

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