Signori vs produttori
6 Novembre Nov 2019 0600 06 novembre 2019

Per Luca Ricolfi, l’Italia è un Paese ricco, infelice e in lenta decadenza

Il sociologo e presidente della Fondazione David Hume è in libreria con “La società signorile di massa”: «Diventeremo come i nobili decaduti, nevroticamente impegnati a sostenere il nostro modo di vita facendo debiti, coscienti che tra un po’ il mondo dorato non esisterà più»

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FILIPPO MONTEFORTE / AFP

L’Italia è diventata una società stagnante in cui l’economia non cresce, la massa accede a consumi opulenti e il numero di cittadini che non lavorano ha superato il numero di cittadini che lavorano. Se non cambieremo radicalmente il sistema la stagnazione si trasformerà in un declino lento ma inesorabile. E prima o poi i soldi finiranno. L'analisi spietata è del sociologo Luca Ricolfi che insegna Analisi dei dati nell’Università di Torino e presiede la fondazione David Hume. Nel suo libro "La società signorile di massa" (La Nave di Teseo) usa un paradosso per spiegare la realtà: l'Italia non è più un Paese con alcune imperfezioni da riformare, ma un nuovo tipo di società con cui dovremo fare i conti.

Ricolfi, del titolo del suo ultimo libro colpisce l'aggettivo “signorile”. Perché l’ha scelto?
Perché il tratto distintivo di una società signorile è l’accesso al surplus da parte di chi non lo produce. Ma aggiungo “di massa” perché oggi, a differenza che in passato, i signori sono divenuti maggioranza, e i produttori minoranza.

Come ha fatto l’Italia ad arrivare a questo punto?
Sono tre i processi fondamentali che hanno permesso questa transizione. Primo, la ricchezza accumulata dalle generazioni precedenti che rende oggi possibile il consumo opulento dei nativi a dispetto del non-lavoro dei più. Secondo, la distruzione della scuola e dell’università: un formidabile generatore di disoccupazione volontaria e connesse disillusioni. Terzo: l’immigrazione incontrollata, che ha favorito la formazione di un’infrastruttura para-schiavistica.

Addirittura para-schiavistica.
Sì, formata da sette segmenti. Sono 3.5 milioni di addetti, più o meno il 15% della forza lavoro occupata. Tre segmenti sono strettamente legati all’economia illegale: raccolta di frutta e ortaggi in territori controllati dalla criminalità organizzata, prostituzione di strada, manovalanza dello spaccio di droga. Gli altri quattro segmenti, più numerosi, riguardano alcuni mestieri e settori particolari.

Tipo?
Il lavoro domestico (specie delle badanti); il lavoro irregolare in agricoltura, edilizia, e nel settore del trasporto e magazzinaggio; le esternalizzazioni di servizi in favore delle cooperative; alcune situazioni della cosiddetta gig-economy (economia dei lavoretti), inclusi i rider, o ciclo-fattorini delle consegne a domicilio, nei casi in cui le condizioni di lavoro sono particolarmente vessatorie (contratti-capestro, gestione dei lavoratori da parte di un algoritmo). Una recente indagine di Paolo Natale sui rider a Milano suggerisce che situazioni del genere si siano recentemente diffuse nella ricca e opulenta Milano.

Un società in cui in cui l’economia non cresce più e i cittadini che accedono al surplus senza lavorare sono più numerosi dei cittadini che lavorano è destinata al collasso. Come fa a rimanere in piedi?
Finora ci siamo riusciti riducendo il risparmio a favore del consumo, e utilizzando la ricchezza accumulata come una sorta di “polizza di assicurazione” contro le avversità future. L’esistenza di questa polizza permette ai figli degli strati medio-alti di prendersela con comodo negli studi e di ritardare l’ingresso nel mercato del lavoro.

Nel libro sostiene che "Cambiare tutto incessantemente, ma senza crescere" sia il mantra della nostra economia. Ne saremo capaci per sempre?
No, la stagnazione dell’economia è una sorta di equilibrio instabile. Dopo un decennio di crescita zero sono verosimili solo due scenari: o il ritorno alla crescita, o il passaggio a un regine di decrescita, più o meno felice a seconda del conto in banca. Se l’Italia iniziasse a perdere l’1 o il 2% del Pil all’anno per vent’anni di seguito, non ho dubbi che il tenore di vita di Beppe Grillo (e della borghesia benestante) non ne risentirebbe minimamente, ma ne ho ancor meno sul fatto che la pagherebbero cara gli operai dell’Ilva, e più in generale quanti si trovano negli strati bassi della piramide sociale: per loro la decrescita non sarebbe affatto felice. La decrescita felice è l’ideologia dei “signori”, che possono permettersi di nulla cambiare mentre il paese affonda.

Quali sono gli effetti collaterali nel lungo periodo?
L’effetto principale è di anestetizzare i suoi beneficiari, sempre meno capaci di riconoscere le storture del consumo signorile, e soprattutto il piano inclinato su cui viaggia l’Italia.

Eppure Berlusconi diceva: «I ristoranti sono pieni». Nel libro, lei sostiene che se un marziano non leggesse i giornali e non guardasse la tv, vedrebbe un Paese ricco e felice. Lo siamo davvero?
Il Paese è ricco, ma non lo definirei felice. In una parte del libro, dopo aver descritto la “condizione signorile”, dedico una qualche attenzione alle molte patologie psicologiche e sociali che si accompagnano al benessere all’italiana. Come la diffusione di comportamenti autodistruttivi (stupefacenti) e vari tipi di dipendenza. Un dato per tutti: l’Italia ha il record mondiale del gioco d’azzardo, con una spesa che supera quella dello Stato per il servizio sanitario nazionale.

Ci troveremo a essere come i nobili decaduti: nevroticamente impegnati a sostenere il nostro modo di vita facendo debiti, mestamente coscienti che il mondo dorato in cui siamo vissuti non tornerà più

Luca Ricolfi

Che ruolo hanno i giovani in questa società?
Vittime e di privilegiati al tempo stesso. Vittime perché non hanno un lavoro, e prima o poi pagheranno il debito pubblico che la politica continua ad aumentare, spesso per sostenere l’elettorato anziano, come quota 100. Privilegiati perché questa è la prima generazione in cui una parte non trascurabile della gioventù può permettersi il lusso di consumare senza lavorare. I giovani sono la migliore illustrazione di quello che, riprendendo Gregory Bateson, io chiamo il “doppio legame”.

Cioè?
Il doppio legame si presenta ogniqualvolta la condizione di un gruppo sociale può essere descritta in due registri opposti: quello di vittima e quello di privilegiato. Vale per chi non lavora, ma anche per chi lavora: il genitore occupato ha la fortuna di avere un lavoro, ma al tempo stesso è oppresso dal rapporto di obbligazione che lo lega a chi consuma senza lavorare.

Era inevitabile che si arrivasse a una situazione del genere? Quali sono le colpe della politica e quali dei cittadini?
Le colpe principali sono di chi avrebbe avuto la responsabilità di non permettere la deriva signorile della società italiana. Non penso solo ai politici, ma a tutta la classe dirigente, e neppure solo a essa. L’assistenzialismo che ha spesso unito Confindustria e sindacati, la remissività d'insegnanti e docenti di fronte alla distruzione della scuola, la superficialità e il sensazionalismo del mondo dei media. Ma a queste colpe bisogna aggiungere quelle dei genitori, che trasformandosi in sindacalisti dei propri figli hanno completato l’opera di distruzione della scuola, e più in generale le responsabilità di noi tutti, che a questa classe dirigente abbiamo permesso di perpetuarsi.

Il caso italiano è un unicum?
Per ora sì. Anche se alcuni Paesi, per esempio Francia e Belgio, sembrano avviati sulla medesima strada.

Quanto tempo rimane alla società signorile di massa?
La situazione, per quanto compromessa, è reversibile, a patto che si abbia il coraggio d’invertire la rotta. Ma non succederà. Parafrasando Nanni Moretti: «Con questa classe dirigente non ci salveremo mai».

Un’ultima battuta: che idea si è fatto della manovra economica? La società signorile di massa può dormire sonni tranquilli?
In un certo senso sì, perché la manovra ci aiuta a consumare di più e produrre di meno, così rafforzando il modello signorile. E tuttavia, nello stesso tempo, facendo più debito pubblico e mettendo ulteriori ostacoli all’economia, la manovra accelera il passaggio dalla stagnazione alla decrescita. Di questo passo, presto ci troveremo a essere come i nobili decaduti: nevroticamente impegnati a sostenere il nostro modo di vita facendo debiti, mestamente coscienti che il mondo dorato in cui siamo vissuti non tornerà più.

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