Trafficanti di influenze
29 Novembre Nov 2019 0605 29 novembre 2019

Il Paese della caccia alla volpe

Ora è il turno di Renzi, ma è così da trent’anni. Quando un politico del centrosinistra finisce sotto accusa non ha più nemmeno il diritto di difendersi, altrimenti «fa come Berlusconi». Un ritornello che è il «Parlaci di Bibbiano» del giornalista progressista

Renzi Linkiesta
(Filippo MONTEFORTE / AFP)

La patria della caccia alla volpe non è l’Inghilterra, è l’Italia. Da almeno trent’anni, infatti, la lotta politica nel nostro Paese si svolge solo ed esclusivamente secondo le regole di quell’antico sport. L’unica cosa che cambia è la scelta della volpe.

In Italia, com’è noto a chiunque abbia mai acceso la televisione, l’accusato ha il diritto di rimanere in silenzio. E farà bene a usufruirne, specialmente se è un politico, specialissimamente se è un politico del centrosinistra, perché qualunque cosa proverà a sostenere per discolparsi, sarà interrotto da un giornalista che gli dirà: «Ma allora fa come Berlusconi!». Oggi tocca a Matteo Renzi, e vedremo come andrà a finire in tribunale, ma intanto, sui giornali, alla radio o in tv, qualunque cosa lui o i dirigenti del suo partito dicano a propria difesa, la replica è sempre la stessa. Non c’è un intervistatore, un cronista o un retroscenista che non si senta in dovere di ripetere ogni tre minuti che Renzi «fa come Berlusconi», «attacca i magistrati come Berlusconi», «se la prende con i giornalisti come Berlusconi». Proprio come accadeva a Massimo D’Alema ai tempi del caso Unipol, uno scandalo ovviamente destinato a finire nel nulla sul piano giudiziario, ma che monopolizzò l’attenzione dei media per un anno, e su cui il centrosinistra si giocò un bel pezzo della vittoria dimezzata del 2006 (la prima non-vittoria di una lunga e ingloriosa storia). «Fai come Berlusconi» è il «Parlaci di Bibbiano» del giornalista progressista.

È un riflesso pavloviano di autodifesa corporativa che prescinde totalmente dal merito, e che produce una situazione di cui dovremmo vergognarci, in cui tutti i mezzi di comunicazione sono autorizzati a dire, scrivere o insinuare qualunque cosa a carico degli accusati – con il consueto ausilio di veline, verbali e intercettazioni – ma gli accusati non hanno il diritto nemmeno di rispondere. Perché qualunque tentativo di discolparsi è sempre e comunque un inaccettabile attacco all’indipendenza della magistratura, o alla libertà di stampa, o più probabilmente a entrambe, e attirerà le immediate scomuniche dei rispettivi ordini, colleghi e sodali. Qualunque cosa abbiano fatto il singolo magistrato o il singolo giornalista. Ipotesi puramente teorica, del resto, perché nella caccia alla volpe non ci si muove mai come singoli. A meno che tu non sia la volpe.

Qualunque tentativo di discolparsi è sempre e comunque un inaccettabile attacco all’indipendenza della magistratura, o alla libertà di stampa, e attirerà le immediate scomuniche dei rispettivi ordini, colleghi e sodali

L’Italia è il Paese in cui una scienziata di fama mondiale, come tale candidata ed eletta in parlamento, Ilaria Capua, nel 2014 è finita su tutti i giornali con l’accusa di avere procurato un’epidemia (reato punibile con l’ergastolo) e ha scoperto così, dalla stampa, di essere sotto inchiesta, e intercettata, da anni. Per avere diffuso un virus che in Europa non è mai neanche arrivato («è come essere accusati di omicidio di un uomo che è vivo», riassumerà lei, dopo). I giornali pubblicano intercettazioni che ovviamente non hanno alcun rilievo penale, ma contribuiscono a mostrificare la presunta colpevole, con il gusto consueto per i dettagli succulenti, come la collega che la definisce una «zoccolaccia». Il Movimento 5 stelle chiede le sue dimissioni e lei, senza che nessuno la trattenga, le presenta a maggio del 2016. A luglio viene prosciolta. «L’insussistenza del delitto – scrive il giudice – va affermata, peraltro, sulla base delle seguenti circostanze: mancanza prima di tutto dell’evento». Ad aprile 2018 arriva anche l’ultima parola sulla sua querela al settimanale che aveva lanciato il caso: archiviata. Il giudice, facendo riferimento alla copertina, ha ritenuto che «i termini, le frasi e le immagini utilizzate (l’uomo che, protetto da un complesso scafandro, sposta i pacchi contrassegnati dal simbolo indice di presenza di un pericolo biologico, utilizzo di titoli e sottotitoli quali: “Trafficanti di virus”, “accordi tra scienziati e aziende per produrre vaccini”, “ceppi di aviaria contrabbandati per posta rischiando di diffonderli”) siano artifizi e mere enfatizzazioni letterarie, impiegati per una personale ma fedele ricostruzione dei fatti, senza avere un carattere denigratorio e lesivo alla reputazione della querelante».

Finita al centro di ricostruzioni non meno artificiose, appena un mese prima che Ilaria Capua presentasse le sue dimissioni da parlamentare, si dimetteva la ministra dello Sviluppo economico Federica Guidi (il terribile caso Tempa Rossa su cui sembrava dovesse cadere il governo Renzi, ricordate? Bene, dimenticatevelo, perché è finito nel nulla anche quello). Travolta, soprattutto, dalla consueta valanga di intercettazioni di nessuna rilevanza penale, e che qui non ricorderò, ma che funzionarono moltissimo allo scopo di romanzare la vicenda e sputtanare l’interessata.

Pochi mesi prima della Guidi, nel 2015, si dimetteva invece il ministro dei Lavori pubblici Maurizio Lupi. Mai neppure indagato, ma «sfiorato» da un’inchiesta, quella sul terribile caso «Grandi opere», pure questo archiviato. Anche perché, ha scritto il Corriere della sera, era stata «fraintesa l’intercettazione chiave». Cose che capitano.

Eppure si continua a ripetere che in Italia non si dimette mai nessuno, come dicono ogni giorno giornalisti e magistrati, mentre si intervistano reciprocamente. Del resto, se uno non ha nulla nascondere, non può aspettare serenamente che la giustizia faccia il suo corso? E nel frattempo, che bisogno c’è di prendersela tanto per qualche innocente artifizio, per qualche mera enfatizzazione letteraria? È più che naturale, in fondo, in un Paese in cui non c’è un giornalista che non si senta Émile Zola. Un altro che se fosse vissuto oggi avrebbero senza dubbio accusato di fare come Emilio Fede.

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