I dati Istat
4 Dicembre Dic 2019 0600 04 dicembre 2019

Sempre più le donne occupate, ma solo over 45 (e senza figli)

Nonostante la crisi l’occupazione femminile cresce. A dispetto di questo dato, nel nostro Paese stenta ad affermarsi la parità di genere

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Photo by Christina on Unsplash

Il lavoro è sempre più donna in Italia. Le notizie economiche, che riguardino il PIl o l’occupazione, da un paio d’anni restituiscono un quadro piuttosto anemico, fatto di zero virgola, di progressi minimi se non di peggioramenti, in questa fase di stagnazione. E forse è anche per questo che passa in secondo piano un dato in realtà strutturale, il costante aumento del numero di donne occupate, che in questi mesi ha raggiunto dei nuovi record. Con 9,9 milioni è vicino il traguardo dei 10 milioni. Ed è solo grazie alle donne che è stato raggiunto il numero mai toccato prima di 23 milioni e 426 mila lavoratori totali in ottobre, superiore anche al livello immediatamente precedente la crisi nel 2008.

Neanche allora infatti il tasso d’occupazione femminile si era avvicinato al 50%, fermandosi al 47,5%, Ora è al 50,3%. Al contrario quello maschile, che nel corso del 2007 era arrivato al 70,8%, ora non supera il 68,3%, pur con un trend in crescita.

Sostanzialmente dal 2004, quando partono le serie dell’ISTAT, il numero di donne al lavoro è cresciuto di più del 13%, mentre quello di uomini occupati è rimasto assolutamente lo stesso, limitandosi a riprendersi dai crolli dovuti alla grande recessione, quando più che in altri momenti si è divaricato l’andamento occupazionale di uomini e donne. Con queste ultime che hanno resistito molto meglio a una crisi che d’altronde aveva coinvolto soprattutto l’industria, l’edilizia e gli immigrati, ambiti in cui gli uomini erano decisamente maggioranza.

Tuttavia anche durante la ripresa successiva al 2014 l’occupazione femminile è cresciuta di più. Soprattutto dal 2017 in poi. E negli ultimi due anni di stagnazione i nuovi posti di lavoro femminili hanno superato quelli maschili di quasi 30 mila unità.

Sembra che nelle fasi di crisi o di stagnazione dell’economia le donne presentino una resilienza maggiore.

Da un lato conta il fatto che la presenza di donne è più che proporzionale in alcuni ambiti piuttosto stabili, come il pubblico impiego, in particolare l’insegnamento, che ha beneficiato di diversi ingressi recentemente. Pubblico impiego in cui tra l’altro sono crollati i pensionamenti anticipati dopo la legge Fornero.

Dall’altro però c’è una sempre maggiore specializzazione delle donne, che oggi sono la maggior parte dei laureati, e quelle con i voti migliori. Non è un caso che non si tratta tanto di avere meno donne disoccupate, ma soprattutto meno le donne che rinunciano a cercare un lavoro, oltre sempre meno quelle che rimangono impiegate dopo i 60 anni.

Infatti parallelamente al divario nella crescita occupazionale c’è quello nel calo degli inattivi, che in 15 anni sono diminuiti dell’11% e più nel caso delle donne, e solo del 0,9% in quello degli uomini.

E’ un decremento che è stato invece più equilibrato nella fase tra la l’inizio della ripresa nel 2014 e oggi, ma proprio nell’ultimo anno c’è stata una accelerazione nella diminuzione delle inattive rispetto a quanto avvenuto tra gli uomini. I quali peraltro hanno approfittato maggiormente di quota 100 uscendo dal mondo del lavoro.

La maggiore presenza di donne nelle aziende ha significato anche un cambiamento a livello familiare.

Sono sempre meno le coppie in cui è solo lui a portare la pagnotta a casa, come accadeva un tempo. Queste sono infatti diminuite del 13,1% in 15 anni, mentre sono cresciute molto, del 28,1% quelle in cui è solo la donna a lavorare. Si tratta numericamente di molti meno nuclei ovviamente, anche per questo l’incremento è importante. Ma soprattutto c’è una crescita del 5% di quelle in cui a lavorare sono entrambi.

C’è un però, tuttavia. Come ogni cosa in Italia anche la parità tra i sessi arriva in ritardo, e sembra beneficiare di più le meno giovani. Tra i 25 e i 34 anni, infatti, in 15 anni sono cresciute soltanto le coppie in cui lavora solo la donna o, ancora di più, in cui non lavora nessuno. È tra i 35 e i 44 anni che vi è il maggior calo della proporzione di famiglie con l’uomo come unico percettore di reddito e in cui è maggiore, è del 55,3%, la percentuale di coppie con entrambi al lavoro.

Tra coloro che sono ancora più in là negli anni i miglioramenti sono ancora più grossi, ma solo per la forte diminuzione degli inattivi, a causa delle riforme delle pensioni.

Che la Fornero forse abbia fatto più di tanto femminismo per contribuire alla parità dei sessi lo sapevamo, ma il punto è che questo trend verso l’uguaglianza è troppo ritardata da un punto di vista demografico e questo è tra le ragioni del continuo calo delle nascite e della fertilità.

Infatti è solo tra chi ha due o più figli e solamente dopo i 35 anni che in 15 anni sono aumentate le coppie con due stipendi. Non accade mai prima di quest’età, anzi tra i 25 e i 34 anni sono le famiglie più numerose a soffrire di più una crescita della proporzione di nuclei senza lavoratori. Che arrivano a essere ben il 15,3% tra quelle con 3 o più figli.

Al contrario la maggiore occupazione per entrambi vi è in quelle famiglie in cui non vi sono figli.

Le coppie con due stipendi non crescono neanche tra chi ha solo un figlio o non ne ha nessuno tra i 35 e i 44 anni. In questo caso le coppie con due occupati sono sì più del 60%, ma erano così numerose, anzi di più, già nel 2004.

I più grandi progressi sono avvenuti invece nelle coppie in cui la donna ha tra i 45 e i 54 anni e in cui non ci sono figli. In questo caso quelle con due entrate sono balzate dal 35,9% al 48,9%.

E però a quell’età ormai è tardi quasi per tutte per partorire. Insomma, quello che accade è che cresce l’occupazione femminile, cresce più di quella maschile, si restringe il gap tra uomini e donne nel mondo del lavoro, ma sono passi in avanti che si stanno verificando troppo in là per l’età e quasi solo per chi non ha figli o ne ha pochi, o al limite li ha già grandi.

Per questo al contrario di quanto avviene in altre aree d’Europa, più a Nord, più lavoro per le donne non coincide con una ripresa delle nascite. Ancora una volta emerge la questione giovanile, anche quando si parla di questioni di genere. Se l’occupazione di qualità per chi ha meno di 40 anni non diventa una priorità, anche gli altri progressi saranno di corto respiro.

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