La memoria del futuro
22 Giugno Giu 2012 1907 22 giugno 2012

“LA VITA IN UN BARATTOLO”: Irena Sendler e il destino di 2500 bambini ebrei”

Ci sono storie che devono essere raccontate. Sono storie che cambiano il mondo: esse hanno il potere, raro e prezioso, di cambiare la vita di chi le racconta e di chi le ascolta. La storia di Irena Sendler è una di queste. E’ una storia un po’ magica, sembra quasi una favola tanto è bella e, tuttavia, è una storia vera.

Irena nacque nel 1910 a Varsavia in Polonia. Quando nel 1939 scoppiò la seconda guerra mondiale, lavorava in un servizio sociale e aveva soltanto 29 anni. Iniziò da subito a proteggere gli amici ebrei a Varsavia. Nel 1940 fu eretto il ghetto e Irena iniziò a entrarvi con vari pretesti: ispezioni per verificare potenziali sintomi di tifo, ispezioni alle tubature d’acqua. I pretesti variavano, ma lo scopo vero no: Irena iniziò a trasportare fuori dal ghetto decine e decine di bambini di tutte le età, per salvarli dalla morte certa che li attendeva. Nascondeva i neonati nelle casse del furgone, i bambini più grandicelli in sacchi di juta. Addestrò il suo cane ad abbaiare quando arrivavano i tedeschi, perché non potessero sentire i pianti disperati dei bambini che venivano separati dai loro genitori. Irena più volte in seguito ebbe a dire che in realtà i veri eroi erano quelle madri e quei padri che decisero di affidarle i loro bambini. La sua libertà di entrare e uscire dal ghetto le permise di convincere i genitori ad affidarle i bambini, affinché si potesse evitare loro la vita di stenti del ghetto con la speranza di poter riunire le famiglie in futuro. Alla fine Irena riuscì a salvare circa 2500 bambini. E’ un numero impressionante. Quanti viaggi avrà fatto per portarne fuori così tanti? Non tutti erano nel ghetto, molti erano anche negli orfanotrofi. Irena li prendeva e forniva loro una nuova identità, li affidava a famiglie e preti cattolici. Questi bambini ora sono adulti e, soprattutto, sono vivi. Ma il sogno di Irena era quello di restituire loro un giorno la famiglia d’origine. Nascose quindi per anni in barattoli di marmellata vuoti i fogli con i nomi delle famiglie d’origine, poi sotterrò i barattoli nel giardino.

Ad un certo punto la Gestapo la catturò. Subì la tortura, le fratturano entrambe le gambe e le braccia. Irena riuscì a non rivelare il suo segreto. La condannarono a morte, ma la resistenza polacca attraverso l’organizzazione clandestina ZEGOTA riuscì a salvarla, corrompendo alcuni soldati tedeschi. Cosi alla fine della guerra questi preziosi barattoli furono recuperati da Irena e utilizzati per ricontattare 2000 bambini. Le loro famiglie erano state sterminate e nella maggioranza dei casi il ricongiungimento non fu possibile.

Dal 1965 il suo nome fu menzionato nell’elenco del museo Yad Vashem fra i “Giusti tra le Nazioni” e nel 1983 un albero fu piantato nel giardino dello stesso museo in Israele in suo onore. Tuttavia la storia di Irena è stata per anni dimenticata dall’opinione pubblica, ma è stata riscoperta e resa nota nel 1999 da un gruppo di studenti del Kansas che hanno fondato un progetto di sostegno alla conoscenza pubblica di questa vicenda. “Life in a Jar” è diventato uno spettacolo, un libro e un dvd. La storia di questo progetto si trova sul sito www.irenasendler.org. Nel 2007 Irena ottenne una nomination per il Nobel per la Pace, ma non le fu assegnato perché una regola per l’assegnazione del Nobel richiede di aver effettuato una qualche attività meritoria nei due anni precedenti alla richiesta. Nel caso di Irena le azioni meritorie risalivano tuttavia a molti anni prima. Il 12 maggio 2008 questa donna, dal viso dolce e paffuto, si è spenta a Varsavia.

Questa è una storia che il cinema potrebbe raccontare, perché è un pezzo della memoria pubblica della Shoah che tutti dovremmo conoscere. Negli ultimi decenni il cinema ha contribuito in modo decisivo ad iscrivere nel discorso pubblico italiano e internazionale alcuni pezzi di storia dell’Olocausto che altrimenti non avremmo mai conosciuto. In seguito, ai film su Oskar Schindler e sul caso di Giorgio Perlasca - il falso console spagnolo che a Budapest salvò migliaia di ungheresi di religione ebraica - la nostra conoscenza pubblica della Shoah è radicalmente cambiata. Il modo in cui possiamo parlare e ricordare uno dei momenti più bui del passato europeo è mutato. Accanto alle rappresentazioni del carnefice feroce nazista e delle vittime ebree e non, abbiamo potuto collocare nuove immagini, nuove figure – quelle di chi non ha voluto stare a guardare, quelle di chi non ha permesso che accadesse, quelle di chi ha deciso di rischiare e resistere. Oskar Schindler, Giorgio Perlasca, Irena Sendler sono uomini e donne che hanno saputo riconoscere a se stessi il potere e la forza di cambiare il destino e l’hanno semplicemente fatto, accettando di correre i rischi e di pagare i costi che le loro scelte comportavano.

Cari registi e care registe, cari artisti e care artiste, Vi rivolgo un appello: a quando un film o un’opera d’arte su questa donna eroica e semplice che ha cambiato la vita di 2500 bambini? Questa è una storia, alla quale l’arte e la cultura possono restituire la visibilità che merita. Peraltro, in questo periodo in cui in Italia l’immaginario femminile è stato così vilipeso, così svilito e impoverito dalle recenti vicende politiche abbiamo proprio bisogno che ci vengano restituite immagini belle ed eroiche del femminile. Irena era una donna bellissima e coraggiosa, la cui memoria è un bene pubblico prezioso da portare con noi nel futuro.

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