Piero Cecchinato
Specchi e allodole
2 Novembre Nov 2015 1951 02 novembre 2015

Per l'Antitrust UBER è legittimo

UBER Car

L’Antitrust ha diffuso questo pomeriggio il parere reso al Governo il 29 settembre 2015 sull’applicabilità alle piattaforme web della legge quadro n. 21 del 1992 sul trasporto pubblico non di linea e delle relative sanzioni previste dagli artt. 85 e 86 del Codice della Strada.

Si parla di Uber, come avrete capito, e dei servizi che la società staunitense ha cercato di introdurre in Italia a partire dal 2013.

Ci eravamo lasciati quest’estate con la conferma da parte del Tribunale di Milano, in sede di reclamo, dell’illegittimità di questi servizi perché ritenuti in concorrenza sleale con tassisti e titolari di servizi di noleggio con conducente (NCC, ossia i servizi di trasporto pubblico non di linea che per definizione devono concludere ogni tratta all’interno della stessa rimessa da cui sono partiti).

Ci eravamo lasciati anche con gli insulti ricevuti dalla country manager di Uber Italia Benedetta Arese Lucini, colta da alcuni tassisti a cena con dei parlamentari e qualche giorno dopo congedata dalla società.

In molti paesi europei la diffusione di Uber ha generato complesse questioni sull’interferenza di queste piattaforme rispetto ai tradizionali servizi di mobilità pubblica (ossia su concessione amministrativa) non di linea (taxi e NCC appunto).

Sul tema si pronuncerà anche la Corte di Giustizia Europea, investita della questione dal Giudice Mercantile di Barcellona che, in data 16 luglio 2015, ha emesso un’ordinanza di rinvio pregiudiziale nell’ambito di una causa sollevata da un’associazione di tassisti spagnola.

La Corte Europea sarà chiamata, in particolare, a stabilire se Uber debba essere considerata una mera attività di trasporto (con il conseguente problema della compatibilità rispetto a legislazioni come quelle italiana e spagnola), un servizio di intermediazione o, infine, un semplice servizio di vendita elettronico consentito dalla direttiva 98/34/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio sulla c.d. società dell’informazione.

In Italia, prima dello stop della corte milanese, Uber aveva iniziato ad offrire i servizi UberBlack ed UberVan, destinati a mettere in contatto gli utenti con autisti professionisti titolari di regolari servizi di NCC, nonché il famigerato servizio UberPop, destinato a far incontrare la domanda di trasporto con privati conducenti non professionisti.

Con riferimento ai servizi svolti da operatori professionali NCC, l’Antitrust aveva già segnalato, nelle sue “Proposte di riforma concorrenziale ai fini della Legge Annuale per il Mercato e la Concorrenza per l’anno 2014”, la portata eccessivamente restrittiva della Legge n. 21/92, auspicando l’abolizione dei limiti territoriali imposti ai noleggiatori con conducente, vincolati sia in partenza che in arrivo, a differenza dei tassisiti, con la propria autorimessa all'interno del Comune che ha conferito la licenza.

Oggi l’Authority chiude quel ragionamento affermando che applicazioni come UberBlack ed UberVan, in un’ottica di giusto bilanciamento tra vantaggi concorrenziali e tutela di singole categorie professionali, non dovrebbero soffrire alcuna limitazione se dirette a mettere in contatto autisti professionisti dotati di autorizzazione NCC da un lato e domanda di mobilità dall’altro.

La presa di posizione non è di poco conto se pensiamo che anche le applicazioni destinate ad operatori professionali come UberBlack si sono trovate in scacco nell'ultimo anno.

Ma è rispetto ad UberPop (ossia l'applicazione più rivoluzionaria perché rivolta a rendere ognuno di noi un potenziale conducente) che l’Antitrust fa oggi due rilievi molto significativi per il dibattito in corso:

1) piattaforme come questa portano evidenti benefici concorrenziali per i consumatori finali, permettendo una maggiore facilità di fruizione dei servizi di mobilità, una migliore copertura di una domanda spesso insoddisfatta, una conseguente riduzione dei costi per l’utenza e, nella misura in cui si disincentiva l’uso del mezzo privato, un decongestionamento del traffico urbano con un miglioramento delle condizioni di offerta dello stesso servizio di trasporto pubblico;

2) in assenza di una precisa disciplina normativa, la piattaforma UberPop deve ritenersi legittima, attenendo ad un servizio di trasporto privato e non pubblico, come riconosciuto - così l'Authority - anche dal Consiglio di Stato in analogo parere interlocutorio già inviato al Governo.

L’Authority non poteva, ovviamente, non aggiungere che il problema della piena conformità di tali servizi con gli interessi pubblici alla sicurezza della circolazione stradale e delle persone trasportate rimane tutto (si pensi alla necessità di garantire l’efficienza delle vetture utilizzate, nonché l’idoneità dei conducenti alla guida e la sussistenza di congrue coperture assicurative).

Per questo l’Autorità conclude il parere auspicando l’adozione da parte del legislatore di una regolamentazione minima di questo tipo di applicazioni, eventualmente introducendo un “terzo genere” di fornitori di servizi di mobilità non di linea (in aggiunta ai taxi ed agli NCC).

Siamo d'accordo.

Però dobbiamo ammettere che inziative come quella di Uber non possono essere represse, per la semplice ragione che rappresentano il futuro degli scambi economici.
La cooperazione volontaria tipica dell'economia della condivisione di applicazioni come Uber e AirBNB (la c.d. sharing economy), riducendo i fattori di intermediazione, ha il grandissimo pregio di mettere a stretto contatto mercato ed utenti, di consentire a questi ultimi di sfruttarne appieno i meccanisi influendo sul livello dei prezzi e di ridurre le assimetrie informative. Il grandissimo pregio, insomma, di fare del consumatore quel "sovrano" del mercato caro ai marginalisti.

Adam Smith spiegava che "il consumo è il solo fine e scopo di ogni produzione e non ci si dovrebbe mai prender cura dell'interesse del produttore, se non in quanto ciò possa tornare necessario per promuovere quello del consumatore".

La sharing economy proprio questo permette. Ed infatti, con l'ingresso di Uber sul mercato anche il tradizionale servizio radio-taxi è stato costretto ad evolversi in meglio adottando strumenti tecnologici simili, a tutto vantaggio degli utenti.

In questo contesto è innegabile, come afferma l'Antitrust, che la sharing economy di Uber si limiti a promuovere l’incontro fra privati e non offra servizi di trasporto pubblico e che, pertanto, la premessa di partenza di ogni dibattito debba essere che si tratta di un servizio, allo stato della legislazione attuale, pienamente lecito.

E le premesse sono importanti.

Piero Cecchinato

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