Simone Sauza
Assalonne!
24 Marzo Mar 2016 1049 24 marzo 2016

L’epoca dell’accelerazione. Appunti sul tempo nelle metropoli

Folla (2)

La perdita di tempo è il nuovo peccato mortale della nostra (a)teologia post-moderna. Mangiamo più in fretta, dormiamo meno, parliamo di meno con i familiari. Consci che se la modernità si dice in molti modi, l’accelerazione spasmodica del tempo ne è uno degli aspetti più caratterizzanti. Dalla pace di Westfalia in poi assistiamo ad un progressivo incremento del potenziale tecnologico. Risparmiare tempo diventa un fattore essenziale per la produzione, perché oltre a spendere meno permette di essere più competitivi. Gli investitori cercano maniere più veloci per far circolare denaro e incrementare guadagni. Si ricerca sempre più un vantaggio temporale per ottenere profitti extra e aumentare la competitività dell’impresa. La progressiva esplosione dell’economia di mercato ha prodotto di fatto un’accelerazione repentina nell’ambito sociale (globalizzazione e sviluppo delle comunicazioni, ad esempio) e tecnologico.

L’estensione del dominio della lotta
Man mano che la modernità si avvia nella sua fase tarda, questo principio comincia a debordare dalla sfera economica: esso diventa il modo di allocazione dominante di tutti gli aspetti della vita sociale. È l’estensione del dominio della lotta di cui parla lo scrittore francese Michel Houellebecq. La lotta per la sopravvivenza, che nelle società premoderne era relegata all’ambito materiale-biologico, diventa essenza della vita sociale. Arte, scienza e politica diventano terreno di lotta competitiva. La competizione in ambito sociale richiede però un’incessante auto-rinnovamento per l’essere umano: non ci è concessa un’acquisizione di vita stabile, altrimenti si rischia di diventare fuori tempo, fuori moda: in un certo senso, fuori mercato.

Da Trip Advisor a Peeple, una società di profili
La posizione che abbiamo oggi nel mondo non è predeterminata dalla nascita e non è stabile nel corso della vita, ma è il frutto di una negoziazione continua. Nella società pre-moderna, invece, la posizione era data dall’appartenenza per nascita (si pensi alle corporazioni nel Medioevo). Il mondo era organizzato gerarchicamente e la posizione gerarchica data dalla nascita era al tempo stesso il progetto di vita del singolo. L’identità sociale era immutata e stabile nel tempo e dipendeva in maniera solo relativa dall’individuo. La modernità, aprendo lo spazio dell’autonomia individuale, rompe questo tipo di rapporti. Il problema sorge quando questa continua rinegoziazione non è più un mezzo per condurre una vita autonoma, vale a dire quel processo di formazione che libera l’individuo dai condizionamenti esterni, ma diventa il fine stesso, l’unico scopo della vita sociale. In questo quadro si inscrivono tutta una serie di fenomeni nell’ambito socio-tecnologico: nel momento in cui la nostra identità e quella degli altri è oggetto di continua negoziazione, la costruzione del Sé diventa un fattore esterno: abbiamo la necessità di avere un feedback continuo su tutto, e tutto deve essere passibile di giudizio. I nostri gusti dipendono dalle valutazioni che il mondo social ci offre. Si assiste all’esplosione di tutta una serie di app che permettono di dare un rating ad ogni aspetto della vita sociale: dai ristoranti ai negozi (si pensi a Yelp e Trip Advisor). E ora, anche alle persone. Da poco è stata lanciata in Nord-America su iPhone e iPad, una app che permette di recensire persone con un giudizio che può andare dall’ambito professionale a quello personale o romantico. Si chiama Peeple, ed è semplicemente la logica conseguenza dell’epoca. Raccomandare ed essere raccomandati tramite un giudizio (in origine doveva essere un rating stimabile in un range da 1 a 5 stelle), questo è in sostanza il senso dell’app. La conseguenza è presto detta: una società incentrata sul feedback e sul giudizio non è più composta da persone, ma da profili. Questo significa che l’identità sociale oggi si sovrappone all’identità virtuale. Di nuovo torna il discorso sul tempo; perché il virtuale, la rete, è il luogo in cui si è riusciti ad abbattere qualsiasi barriera temporale. Il luogo in cui il tempo segna zero, e la velocità tende a infinito. Accelerando ed esasperando così le possibilità di competizione tra identità sociali diverse.

Totalitarismo temporale
L’imperativo è mostrarsi sempre gentili, simpatici e interessanti con gli altri, pena la perdita della “posizione”. Anche la scelta delle nostre cerchie sociali risente di questa “mancanza di tempo”. Abbiamo sempre più bisogno di relazioni interpersonali pronte all’uso. Scremare le esperienze negative e le difficoltà caratteriali altrui. “Lavorare” ad un’amicizia o ad una relazione amorosa diventa un non-senso. I rapporti personali devono implicare il minor dispendio di energie possibili. Devono incastrarsi con le interscambiabili attività che intraprendiamo nel “tempo libero”, quel buco che eccede le nove/dieci ore lavorative. I rapporti impegnativi diventano un ostacolo, un rallentamento al nostro dominio della lotta. Plasmare la propria vita, costruire la propria autonomia, hanno ormai una nuova accezione: restare competitivi. Si innesca così una sorta di totalitarismo temporale. La selezione di tutti gli aspetti dell’identità personale passano per la competizione: il partner, la famiglia, gli hobby, fino alle pratiche religiose (quale religione mi rende più interessante e, al tempo stesso, non confligge con i miei desideri?). Il mondo sociale non rimane stabile ormai nemmeno nel corso della singola vita di un individuo. Come ha sostenuto di recente il sociologo Hartmut Rosa nel suo Accelerazione e alienazione, l’accelerazione impressa dalla tardo-modernità coincide con la distruzione del senso moderno di identità personale, perché rifiuta la stasi e quindi il senso stesso del progetto di vita, che implica invece un’acquisizione, una stabilità raggiunta. L’Illuminismo ha consegnato all’umanità l’obiettivo dell’autodeterminazione e della ricerca di un progetto individuale: mete e traguardi che orientano il corso di una vita. Se autonomia e progetto di vita sono il nucleo su cui si basa il tentativo della modernità, allora bisogna concludere che la tardo-modernità è la distruzione di questo tentativo. L’accelerazione in questione non accetta costruzioni univoche del Sé, ma richiede forme di identità sempre più flessibili. Ad esempio, nell’orizzonte di ciò che contribuisce a costruire la propria identità, vengono sempre più espunti i riferimenti topografici casa-lavoro. La “trasferta” è il paradigma tardo-moderno della vita del professionista medio. Le camere d’albergo sono le nuove dimore interscambiabili. Questo porta a una rescissione dei possibili legami profondi e radicati con i luoghi che fino alla modernità venivano denominati come casa, Heimat, ciò che ci è prossimo e familiare. Le persone non abitano più: le identità vengono de-territorializzate. Si potrebbe obiettare che questo ha portato ad un allargamento dell’esperienza senza precedenti, fattore fondamentale per l’identità. Ma qui siamo lontani dal mito del viaggio raccontato da cinema e letteratura. Non vi sono significativi allargamenti degli orizzonti di senso. Uffici collocati in centri-città standardizzati e uguali in tutto il mondo, stesso cibo, stesse tipologie di persone. In qualsiasi parte del mondo siamo, veniamo sempre più inscritti in geografie chiuse, in triangolazioni meccaniche albergo-lavoro-palestra. Dove “palestra” può essere sostituito con le miriadi di attività con cui riempiamo spasmodicamente il tempo libero. Attività da cui passiamo dall’una all’altra come punti isolati. Ciò che manca è un legame, un’integrazione: un tessuto che crei senso in quell’esperienza. Walter Benjamin distingueva tra Erlebenissen (episodi d’esperienza) e Erfahrungen (esperienze vissute che lasciano un segno e si connettono alla nostra identità). Tendiamo ad accumulare una mole di esperienze senza che il tempo di esse sia realmente nostro. Siamo espropriati del nostro stesso tempo.

Alla ricerca di un tempo sostenibile
La domanda è se questi cambiamenti socio-temporali sono sostenibili per l’uomo. Del resto, si potrebbe rispondere che è solo una questione di adattamento ad un “ambiente” mutato. Eppure, il problema della sostenibilità di queste dinamiche è indagato ormai da anni da studi che incrociano sociologia, filosofia e psicologia. Le ricerche del sociologo francese Alain Ehrenberg, ad esempio, sono focalizzate sull’analisi delle emergenti “patologie sociali” del moderno. Le ricerche riguardano vere e proprie disfunzioni psichiche. Ehrenberg individua nel tempo una delle cause principali del vertiginoso aumento di fenomeni di depressione e burn-out. Semplificando, le persone alla lunga non reggono gli accresciuti livelli di stress e il sovraccarico temporale delle società odierne. Nella maggior parte dei casi di depressione, uno degli elementi ricorrenti è il cambiamento della percezione temporale. Dal ritmo frenetico e disorientante qualcosa si rompe (la mancanza di un’identità stabile, d’altronde, non è altro che la perdita di orizzonti di senso): i soggetti non avvertono più il tempo come movimento e subentra la stasi, una sorta di “gorgo” temporale da cui i soggetti, come riportato testualmente dalle testimonianze, “faticano ad uscire”. In questo senso, la depressione sarebbe una reazione deceleratoria a un’accelerazione insostenibile. Gli individui pur essendo formalmente liberi diventano pressati e dominati da un numero enorme di richieste sociali. Le patologie sociali funzionerebbero da inconsapevoli strategie di sopravvivenza massimamente inefficaci (fino ad avere l’effetto contrario). Se le premesse di tutto questo discorso sono corrette, allora tra le sfide della postmodernità rientra la ricerca di strategie deceleratorie adeguate senza scadere nell’utopismo o nell’anti-modernismo più nostalgico e sterile: dal rapporto con la città agli spazi di lavoro, al porre in questione cosa è oggi il “tempo libero”. In attesa dei nuovi “ribelli”.

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