Claudio Scaccianoce
Adrenalina e motori
3 Marzo Mar 2017 1342 03 marzo 2017

One shot. Cogliere l'attimo fuggente.

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Una scarica di adrenalina non si può fermare. Ma si può cristallizzare in un singolo, preciso, unico istante. Quell’istante è per sempre. Questa cristallizzazione si chiama fotografia.

Alessandro Trovati è uno dei più apprezzati fotografi sportivi al mondo.

Lanciato nel mondo della fotografia professionale dal padre Armando, fondatore nel 1978 dell’agenzia Pentaphoto, Alessandro ha fotografato atleti e manifestazioni sportive in tutto il mondo. A soli ventuno anni è stato il più giovane fotografo accreditato alle Olimpiadi invernali di Albertville 1992. Sempre dal 1992 segue la Coppa del Mondo di Sci, le classiche internazionali di ciclismo (dal Giro d’Italia al Tour de France) ed i più importanti eventi sportivi di rilevanza internazionale, primi tra tutti i Giochi Olimpici. Autore di numerose campagne pubblicitarie per alcuni tra i più conosciuti brands al mondo, nel 2012 si è imposto nel Best Sporting Photo of the Year grazie ad uno scatto eseguito alle Olimpiadi di Londra.

Alessandro Trovati al lavoro in alta quota.

Ci incontriamo a Milano, nella sede di Pentaphoto, l’agenzia che Alessandro gestisce insieme al fratello Marco, al padre Armando, a Giovanni Auletta e ad un gruppo di affiatati collaboratori, fotografi, tecnici ed amministrativi. Il Team.

Oliviero Toscani ha detto: bisogna andare a scuola per imparare a fare le immagini e, soprattutto, per imparare a leggerle. Si fotografa come analfabeti. Ho fatto la Kunstgewerbeschule, a Zurigo, il preside era Johannes Itten, maestro della Bauhaus. Ho avuto la fortuna di avere fatto questa scuola per cinque anni, e ancora oggi sono sempre in vantaggio su qualsiasi giovane che non è andato a scuola. Pensi che Toscani abbia ragione oppure ritieni che possa bastare avere un buon istinto ed un minimo di tecnica per diventare un vero professionista della fotografia?

Penso che Toscani abbia pienamente ragione. E’ fondamentale avere una solida base culturale, ovviamente non solo strettamente fotografica, parlo anche di quella cultura generale che qualsiasi tipo di scuola ti può dare. Io ho frequentato una scuola superiore dove insieme alla fotografia si studiavano ad esempio anche materie umanistiche, e devo dire che la formazione scolastica è stata per me molto importante. Nella fotografia l’istinto conta, ma contano molto anche una cultura fotografica di base ed una cultura generale adeguata ai nostri tempi.

l’esperienza fatta con l’analogico è stata preziosissima, l’analogico è stato il mio primo alfabeto, il mio ABC.

Come è cambiata la fotografia e la professione del fotografo da quando si è passati dallo scatto analogico alla tecnologia digitale?

La fotografia è cambiata tantissimo. Io ho avuto la fortuna di iniziare con la fotografia analogica, l’esperienza fatta con quel tipo di fotografia è un bagaglio che mi porto sempre dietro e me lo porterò per tutta la vita. La pellicola richiedeva al fotografo qualcosa in più; la gestione dell’immagine, il bianco e nero, il lavorare senza poter vedere quello che hai appena scattato, il sapere come ottimizzare diaframmi ed otturazioni. Con il digitale adesso è facile, guardi subito il tuo scatto e ti dici “bella, brutta, chiara, scura” e modifichi le impostazioni in tempo reale, è tutto più semplice. Io oggi lavoro solo ed esclusivamente con tecnologia digitale, con prodotti sofisticati che consentono di fare ottime foto, foto che mando on line alle agenzie appena scattate direttamente dalla macchina fotografica. Comunque l’esperienza fatta con l’analogico è stata preziosissima, l’analogico è stato il mio primo alfabeto, il mio ABC.

Cosa caratterizza il fotografo sportivo e quali sono le peculiarità indispensabili che deve avere?

Non mi piace fare troppe distinzioni, in fondo un fotografo sportivo è comunque…un fotografo! Il fotografo sportivo ha una serie di regole che cambiano moltissimo rispetto ad altre specialità della fotografia, dalla conoscenza della disciplina che si deve seguire all’uso delle ottiche. Ha anche una serie di limiti, ad esempio per essere presenti a grandi eventi come le Olimpiadi ottenere un accredito è molto difficile, se non hai un’agenzia alle spalle è complicato potere lavorare. Un buon fotografo sportivo deve conoscere perfettamente ciò che riprende e sapersi districare al meglio anche in situazioni non perfette. In campo, in pista o in acqua con gli atleti non si entra, quindi la scelta dell’ottica è prioritaria, se la sbagli la tua sessione di scatti è bruciata.

Pentaphoto

L’atleta passa una volta sola, lo devi riprendere perfettamente e non hai una seconda possibilità.

Quali sono gli sport più difficili da fotografare e quali quelli che riservano maggior soddisfazioni?

I più difficili da fotografare sono quelli dove c’è tanto movimento e quelli che si sviluppano in pochi secondi. Ad esempio lo sci, uno degli sport che seguo abitualmente, lo considero uno dei più difficili in assoluto perché lo scatto è one shot. L’atleta passa una volta sola, lo devi riprendere perfettamente e non hai una seconda possibilità. Una volta passato, l’opportunità del fotografo di fare un’altra foto non esiste. In altri sport se perdi l’inquadratura una volta hai sempre e comunque altre possibilità; nel calcio si scatta per un’ora e mezza, nella Formula Uno i giri sono tantissimi. Se non ti prendo adesso, ti prenderò tra cinque minuti. In altri sport come lo sci non è così. La scelta delle inquadrature e delle ottiche va azzeccata subito, non ci sono prove d’appello. Anche la boxe è uno sport molto complicato da fotografare, così come l’atletica. Devi sempre essere pronto, concentrato, avere il controllo assoluto della tua attrezzatura, e devi sapere esattamente cosa vuoi portare a casa, perché una volta fatto lo scatto non hai possibilità di replica.

Gli sport che danno maggiore soddisfazione? Mah, tutti e nessuno. A me personalmente piace moltissimo il ciclismo, una specialità che ti offre la possibilità (seguendo i corridori in moto) di vedere diversi ambienti, di avere diversi soggetti da fotografare, di riprodurre in immagini la fatica, lo sforzo, la tensione, la gioia. E tutto si svolge in scenari magnifici, si passa tra le montagne, tra le campagne, vicino al mare. Altra soddisfazione professionale è essere presenti ai grandi eventi, come ad esempio la finale olimpica dei 100 metri, la discesa libera delle Olimpiadi; tu sai che quegli eventi entreranno nella storia dello sport e le tue foto con loro.

Prima di affrontare un evento di grande rilievo come un’Olimpiade o un Mondiale studi minuziosamente gli atleti e le loro abitudini oppure vai, ti fidi del tuo sesto senso e scatti facendoti guidare dall’istinto?

La conoscenza dello sport, delle sue regole, dei tempi è fondamentale. Ma ancora di più è tassativo avere una conoscenza assoluta degli atleti. Devi conoscere quali sono i loro movimenti abituali, i loro gesti, il loro approccio alla disciplina agonistica che praticano, devi saperli leggere come un libro aperto. Solo così puoi interpretarli al meglio con i tuoi scatti. E’ ovvio che l’istinto personale del fotografo c’è sempre, ma l’istinto arriva dopo; bisogna arrivare preparati in ogni scenario sportivo, l’improvvisazione non è sintomo di professionalità. Poi comunque lo sport regala sempre dei momenti inaspettati che esaltano la tua reattività ed il tuo istinto, ci sono le cadute, le perdite dell’attrezzo, il maltempo. Un buon fotografo sportivo deve essere preparato e reattivo.

Pentaphoto

Il mio consiglio è però quello di specializzarsi in un ristretto numero di sport e migliorasi sempre di più

Il fotografo sportivo più apprezzato è quello più polivalente, che sa fotografare qualsiasi sport, oppure è quello super specializzato in poche discipline? E’ meglio cavarsela discretamente sempre ed ovunque oppure è preferibile essere uno dei numero uno in un ambito più ristretto?

Il fotografo di nicchia è sicuramente avvantaggiato e maggiormente apprezzato all’interno del suo mondo. E’ apprezzato dai colleghi, dagli sponsor, dalle aziende che operano nel grande universo sportivo. I grandi brands affidano più volentieri i loro progetti ad un fotografo specializzato piuttosto che ad uno polivalente. E’ ovvio che comunque un bravo fotografo specializzato, negli anni ed accumulando esperienza, diventa in grado di ampliare il suo orizzonte ed acquisire ugualmente una certa polivalenza. Il mio consiglio è però quello di specializzarsi in un ristretto numero di sport e migliorasi sempre di più, sino a diventare un punto di riferimento sicuro in quel mondo. Anche perché per essere un professionista affidabile non basta solo sapere scattare, ma bisogna conoscere la politica generale dello sport che affronti. E non è possibile sapere vita morte e miracoli di ogni disciplina sportiva al mondo. Nel nostro mondo non c’è spazio per la superficialità, quindi è meglio perfezionarsi di continuo nel proprio ambito naturale di lavoro. Quelli bravi, anche in ambiti professionali ristretti, emergono comunque. Per contro ho visto tanti fotografi, considerati dei fenomeni nel loro campo d’azione tradizionale, venire a fare servizi sportivi di un certo tipo muovendosi come pesci fuor d’acqua. Non sapevano come muoversi, come vestirsi, ci seguivano come un’ombra perché non sapevano come orientarsi, cosa fare, come districarsi. Come si dice… "Offelee, fa el tò mestee”. (Pasticcere fai il tuo mestiere… proverbio tradizionale milanese che invita a fare le cose che sai davvero fare senza esagerare - ndr).

Come si gestisce un’agenzia fotografica di successo? Basta il talento di un buon team di fotografi oppure è indispensabile anche una solida base imprenditoriale?

Sono necessarie ambedue le cose. In questi momenti di evoluzione del mercato è molto importante sapere gestire le relazioni, conoscere gli uomini e le strategie di marketing dei clienti, sapere trasmettere ai tuoi committenti l’idea della professionalità che caratterizza il tuo lavoro. La professionalità è alla base di tutto. Bisogna poi avere un ottimo team di fotografi, un gruppo che preferibilmente coltivi con il tempo. I collaboratori si coinvolgono possibilmente da giovani e si fanno crescere nel team aziendale giorno per giorno. Anche mio padre ha sempre fatto così, ha preso ragazzi giovani e li ha buttati nella mischia, in giro per il mondo, assicurando loro sempre l’attenzione ed il supporto che un’agenzia conosciuta ed importante può garantire. Questo tipo di approccio alla nostra professione ti consente di lavorare, eventualmente anche di sbagliare, di crescere, sempre con la sicurezza che l’agenzia rappresenta comunque un supporto sicuro a tua garanzia. Ma il lavoro di un’agenzia non si riduce solo a girare per il mondo a scattare fotografie. Bisogna sapere fare bene i preventivi, uscire con i prezzi giusti, sapere organizzare in modo meticoloso le trasferte, garantire i tempi di evasione delle commesse. Dare un taglio imprenditoriale alla propria attività è indispensabile. Sapere padroneggiare i social, il web, intendersi di marketing e sapere vendere le tue fotografie è essenziale. Poi è ovvio che devi sapere fare il tuo lavoro sul campo, devi sapere fotografare. Perché alla fine, davanti ad un risultato scadente, le public relations e le tecniche di vendita non ti bastano per andare avanti.

Se un’azienda ti chiedesse di realizzare, in cambio di un più che lauto compenso, una campagna fotografica che a te proprio non convince e disturba, accetteresti comunque l’incarico?

Mi è capitato di rinunciare a fare delle campagne fotografiche, ma non tanto perché non mi piacessero, quanto per il fatto che non ero convinto di poterle sviluppare al meglio. Non ero sicuro di potere consegnare un prodotto di alto livello, ultra professionale. Quindi ho fatto un passo indietro. In generale comunque non ho preclusioni. Il lavoro è lavoro. Diverse volte ho preso dei lavori che non mi entusiasmavano ma che comunque garantivano un giusto ritorno economico. L’importante è lavorare mettendo sempre in campo al 100% la nostra professionalità. Ovviamente non siamo disponibili a sostenere con le nostre immagini campagne non etiche o equivoche, in questo caso il nostro no sarebbe deciso ed irrevocabile.

E poi comunque bisogna anche sapere essere umili nel lavoro e non giudicare. Quello che per me non è importante ed interessante, per altri può esserlo. E se costoro chiedono la nostra collaborazione per lanciare la propria attività, il proprio messaggio, i propri prodotti, noi ci siamo. A volte fotografare cose che hanno poco a che fare con le tue inclinazioni, le tue specializzazioni ed il tuo lavoro tradizionale è anche una sfida. Ci si misura con il nuovo e magari si scopre un mondo.

Dimentichiamoci per un momento di Alessandro Trovati fotografo. Parlami solo di Alessandro. Le tue passioni, i tuoi interessi, la tua musica preferita… fotografati con le parole. E non dimenticare di raccontarmi di Alessandro Iron Man triatleta.

La mia grande passione è lo sport. Mi piace fotografare lo sport ma anche fare sport. Io faccio triathlon e poi ho scoperto il mondo dell’Iron Man che è diventato una grandissima passione. Mi alleno moltissimo, tutti i giorni, ovunque io sia, è una grande passione che condivido con amici e con il mio team. La mia musica preferita è il jazz, ma mi piace anche molto la musica italiana. La passione numero uno comunque è lo sport. Sono contento di essere un fotografo, ma il mio grande sogno è sempre stato quello di essere un atleta. Fare triathlon è anche molto utile perché impone una forma mentis molto rigorosa, che poi si riverbera anche nel lavoro. E non sottovalutiamo che per fare il nostro lavoro, che ha aspetti molto fisici, è necessario essere in forma. Un fotografo allenato lavora certamente meglio di uno che di sera si scola una birra dopo l’altra.

Marco Pantani

Parlami dello scatto più emozionante che hai mai fatto, del più difficile e del più fortunato.

Lo scatto più emozionante, quello che ancora oggi suscita in me una forte emozione, è quello che ho fatto a Pantani ripreso in maglia rosa mentre si rinfresca con una spugna inzuppata d’acqua. E’ diventato in qualche modo uno scatto iconico, e spesso quando si parla e si scrive di Pantani viene riproposta quell’immagine. Anche oggi a distanza di diversi anni dalla sua scomparsa il suo ricordo mi emoziona, forse perché io amo particolarmente il ciclismo e perché lui è stato veramente un simbolo del ciclismo moderno.

Gli scatti tecnicamente più difficili sono quelli fatti alle Olimpiadi invernali di Salt Lake (USA) nel 2002. In occasione della discesa libera, che è la gara più importante di tutti i Giochi, avevo scelto un posto molto difficile, a ridosso di un salto. In discesa libera non si posso fare scatti a vuoto, gli atleti volano vicino a te e tu devi catturarli tutti, nessuno escluso. Ho peccato probabilmente di presunzione perché da quella posizione si scattava alla cieca. Non vedevo arrivare gli atleti, non avevo riferimenti, avevo solo l’orologio e dovevo calcolare al secondo i passaggi per farmi trovare pronto. Ho portato a casa gli scatti ma ricordo ancora quel giorno, me la sono vista brutta.

Il mio scatto più fortunato è stato quello fatto al ciclista statunitense Lance Amstrong al Tour de France. Una foto finita poi in copertina su Sport Illustrated. Volevo fare una foto proprio a lui, la tappa era appena partita ed i ciclisti erano tutti in gruppo. Amstrong era uno che viaggiava sempre con il gruppo, lui usciva solo a pochi chilometri dal traguardo. Riprenderlo in solitaria era molto difficile. Passavamo con il serpentone della gara attraverso le campagne francesi quando ho visto un bellissimo campo di grano a lato della strada. Una splendida macchia gialla. Mi sono detto: “guarda che bello…adesso riprendo tutto il gruppo che passa con questo sfondo”. Monto un’ottica larga, mi preparo bene ed attendo il momento giusto. Ma il caso ci ha messo lo zampino. Il gruppo si ferma a fare pipì… il serpentone si allunga ed i ciclisti ripartono alla spicciolata. Avevo un’altra macchina con il 300 montato quando mi vedo arrivare solo soletto Amstrong, con addosso la maglia gialla da leader e riesco a scattare una sequenza con i campi di grano di sfondo. E’ stato un momento durato niente, dopo un secondo il gruppo si è ricompattato e lui è sparito in mezzo alle altre maglie. E’ stato un gran colpo di c…!

Lance Amstrong

Ti è mai capitato di perdere l’attimo perfetto per realizzare una grande foto a causa della meraviglia provata davanti ad un gesto sportivo di rara bellezza?

Si, mi è capitato di perdere delle foto. Ma non perché ammaliato e sorpreso da un gesto tecnico speciale, quello anzi va ripreso a tutti i costi. Ma magari per mettermi al sicuro. Nello sci a volte per non farmi travolgere da atleti in caduta ho dovuto scostarmi velocemente, e così facendo non sono riuscito a fotografare la caduta stessa. Può succedere anche di perdere qualche scatto perché istintivamente ti perdi ad ammirare la natura che ti circonda, spesso lavoriamo in ambienti di una rara bellezza. Tu ti lasci rapire dall’ambiente circostante e l’atleta passa. Ma sono situazioni comunque rare. Normalmente la nostra concentrazione è assoluta, sappiamo bene che nello sport non esiste mai un gesto uguale ad un altro.

Un giovane che volesse intraprendere la tua professione, in un momento di grande crisi economica come questa che stiamo vivendo, può nutrire qualche speranza oppure il mercato è ormai saturo?

Per quanto riguarda la fotografia sportiva il momento è molto difficile. Per almeno due motivi. Il primo è che la crisi economica ha portato molte aziende a tirare i remi in barca ed i budget destinati alle produzioni fotografiche si sono ridotti in modo significativo. Il secondo è che l’attrezzatura necessaria a fare bene fotografia sportiva è molto costosa. Se vuoi fare un reportage giornalistico ti compri una macchina discreta, un cinquantino ed un grandangolo e sei a posto. Ma per fotografare lo sport devi avere macchine veloci e teleobiettivi importanti, che costano davvero molto. Poi devi mettere in conto le spese di viaggio e di soggiorno, aerei, alberghi, trasferimenti interni. Se riesci a lavorare per un’agenzia hai le spalle coperte in quanto l’agenzia ti copre questi costi. Ma se devi arrangiarti per conto tuo è davvero dura iniziare, le spese sono tante ed ingenti. Riuscire a coprire bene eventi come i Giochi Olimpici, la MotoGp, la Formula Uno richiede investimenti che, giustamente, pochi all’inizio di un’attività possono permettersi.

A questo dobbiamo aggiungere il fatto che la remunerazione media del nostro lavoro è diminuita, a causa di una concorrenza sempre più agguerrita. Con l’avvento del digitale ci sono molti giovani che sanno smanettare con Photoshop e riescono comunque a vendere qualche scatto, il più delle volte a svendere qualche scatto. E questo deprime il mercato. Ho perso qualche lavoro per la concorrenza occasionale di fotografi che si muovono da soli, non hanno a proprio carico i costi di una struttura, riescono a fare buone fotografie ed a perfezionarle con Photoshop. Ed escono con prezzi davvero bassi. Comunque va bene, è anche giusto che sia così. I giovani devono avere la possibilità di mettersi alla prova, di provarci. Io personalmente poi credo moltissimo nei giovani. Non tutti magari la pensano come me, ma io i ragazzi che collaborano con noi tendo a mandarli abbastanza lontano, come del resto ha fatto mio padre con me, buttandomi subito nella mischia. Così facendo lui ha fatto una scommessa, ed anche se qualche volta ho fatto delle fesserie, alla fine la sua scommessa l’ha vinta.

Il vero sogno nel cassetto di un fotografo sportivo è quello di essere ad un grande evento mondiale e riuscire a fare uno scatto unico, uno scatto che solo tu realizzi

Sei un Canon Ambassador, un insegnante scelto per passare le tue competenze agli appassionati di fotografia. Raccontami qualcosa di questo progetto.

E’ molto bello, è gratificante poter passare la mia esperienza ai giovani amanti della fotografia. Grazie a Canon, diventando un Canon Ambassador (un ristrettissimo gruppo di fotografi selezionati da Canon per gestire eventi e workshops - ndr), da tre anni circa ho avuto la possibilità di raccontare la mia professione, il dietro le quinte, gli aneddoti, fare vedere le mie immagini. Ho notato che sono veramente tanti i giovani che amano la fotografia, che cercano di crescere in questo ambiente, trasformando magari una passione in una professione. Ho incontrato tantissimi fotoamatori ed ho respirato con loro la passione per lo scatto, per la ricerca, la gioia di fare foto, di commentarle, di farle vedere. Loro si aspettano magari un commento ai loro lavori, che a volte può essere buono ed a volte meno, ma sempre viene interpretato in modo costruttivo. Devo ringraziare Canon per questa possibilità che mi è stata concessa che mi ha portato a lavorare con loro in tutto il mondo.

La foto sportiva non ancora realizzata che sogni di fare, il tuo sogno nel cassetto.

Non è proprio un sogno nel cassetto, perché tutto sommato sarebbe una cosa realizzabile senza grossi problemi. Io non ho mai fotografato il calcio e devo dire che l’idea di scattare durante una finale dei Mondiali mi stuzzica parecchio. E’ un grande evento globale e mi piacerebbe provare questa esperienza. Da ragazzino sognavo di fotografare la finale dei cento metri alle Olimpiadi. Ne ho fotografata più di una e sono contento di averlo fatto, questo è un sogno realizzato. Un altro sogno sarebbe vincere la World Press Photo (il più prestigioso concorso di fotogiornalismo mondiale - ndr); è un obiettivo a cui mi sono avvicinato arrivando nella top ten, ma arrivare al primo posto sarebbe davvero magnifico. Il vero sogno nel cassetto di un fotografo sportivo è quello di essere ad un grande evento mondiale e riuscire a fare uno scatto unico, uno scatto che solo tu realizzi, pur essendo insieme a tanti altri colleghi che però non hanno trovato il momento magico.

Grazie Alessandro … ci vediamo in pista!!

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