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9 Maggio Mag 2017 0859 09 maggio 2017

I diritti acquisiti non esistono!

Sindacati Pensioni

Il bello del diritto, nel parere di uno che ha provato a impararlo, è proprio questo: di “acquisito”, assoluto, incontrovertibile non c’è proprio un bel niente. Nessun diritto gode di tutela assoluta e intaccabile, nemmeno quelli più alti e sacri. Ogni diritto si scontra con un diritto opposto, si limitano a vicenda. Persino il diritto alla vita trova un limite nel diritto all’autodeterminazione (presente l’infinita discussione sull’aborto?). Ed è proprio qui il bello del lavoro del giurista: bilanciare, decidere di volta in volta fino a dove si estende un diritto affinchè inizi la tutela di un diritto opposto. Non a caso il simbolo della giustizia è una bilancia.

Se nemmeno il diritto alla vita è assoluto, figuriamoci i diritti in materia di trattamento pensionistico. Peccato però che, non appena si sconfina nel campo dei “diritti acquisiti” così cari a questo Paese, iniziano le giravolte concettuali e, con queste, le iniquità. Mettiamo le cose in chiaro: il principio di irretroattività, nel nostro ordinamento, esiste solo per le leggi in materia penale (articolo 25 Cost.): non posso essere punito successivamente per una condotta che, all’epoca, non costituiva reato. Nelle altre materie invece, il legislatore può emanare leggi i cui effetti modifichino retroattivamente rapporti sorti in passato. Secondo la Corte Costituzionale, infatti, questo è possibile a patto che non si violino i principi generali di ragionevolezza, disparità di trattamento oppure l'affidamento del cittadino nella certezza del diritto. Tali vincoli hanno sicuramente una portata rilevante, che però non toglie al legislatore spazi di manovra a volte ampi. Dipende da cosa c’è sull’altro piatto della bilancia.

Ora, andando al nocciolo della questione, il discorso non è diverso per quanto riguarda i “diritti acquisiti” del trattamento pensionistico. Dire che sono ormai maturati e che nessuno li può toccare, semplicemente, non tiene a livello sistematico. Le argomentazioni utilizzate dalla giurisprudenza costituzionale a favore dei diritti acquisiti si basano principalmente sull’articolo 36 Cost., dove è disposto che i salari debbano essere, giustamente, proporzionati alla quantità e qualità del lavoro e sufficienti ad assicurare un'esistenza libera e dignitosa, e sull’articolo 38, che enuncia il principio di adeguatezza dei mezzi di sostentamento in caso (tra gli altri) di vecchiaia. Le pensioni vengono equiparate a tutti gli effetti a un reddito differito, i due articoli vengono interpretati sistematicamente et voilà, lo Stato non può, tendenzialmente, ridurre successivamente l’entità delle pensioni senza violare il principio di ragionevolezza, di affidamento e di adeguatezza del trattamento rispetto al lavoro prestato (principio interpretato piuttosto rigidamente dalla Corte, in questo senso è esemplificativa la sentenza n. 70/2015). Tuttavia, come detto sopra, bisogna sempre guardare a quello che c’è sull’altro piatto della bilancia.

A scanso di equivoci, è bene dire che non ce l’abbiamo con le pensioni da 1000 euro al mese di buona parte dei nostri nonni, ma con quelle ben più consistenti di cui abbiamo già parlato, e soprattutto con quelle assai sproporzionate rispetto a quanto versato. I diritti devono essere sostenibili, e l’attuale sistema non lo è. Il risultato di decenni di pensioni sensibilmente troppo alte rispetto alle contribuzioni è che adesso un’intera classe di lavoratori più giovani deve pagare di più per mantenere quelle pensioni. E che quegli stessi lavoratori, a parità di potere d’acquisto del reddito da lavoro, percepiranno una pensione molto più ridotta (e molto più tardi) rispetto ai pensionati di oggi, come rimedio alle storture del passato. In una situazione di conti pubblici così disastrata, bisogna avere il coraggio di dire che è acquisito solo quel che si può. Che è profondamente iniquo spremere soltanto le tasche dei giovani per rimediare agli sperperi a favore di alcuni vecchi, mentre questi continuano a godere di un trattamento che non era evidentemente sostenibile e che ha largamente contribuito alla formazione di un debito che, ora, stanno pagando altri.

Fatto sta che nessuno, ad oggi, ha speso energie per cercare di spiegare perché questa non è una violazione del principio di uguaglianza. Oppure perché è conforme al principio di proporzionalità e ragionevolezza il tutelare pienamente la dignità e l’adeguatezza di alcune pensioni sproporzionate, ma, per poterlo fare, comprimere al contempo lo stesso diritto in capo ai giovani. Da quale giustificabile principio esce fuori questo standard?

Forse il problema è, appunto, che siamo poco avvezzi a guardare sull’altro piatto della bilancia. Questo peraltro, nel dibattito pubblico, ci porta ad abusare di alcuni concetti come quello di diritto, tanto sacrosanto quanto ingannevole: è estremamente facile, infatti, scivolare da un’accezione corretta del termine nelle premesse ad una errata nelle conclusioni. E proprio perché i diritti non sono assoluti, spesso il loro bilanciamento pende dalla parte di chi sbatte più forte i pugni sul tavolo. A noi giovani ci hanno forse tagliato le mani?

Leonardo Stiz

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