Alberto Cazzani
Liberalizzazioni immaginarie
29 Dicembre Dic 2017 1600 29 dicembre 2017

Trasporto pubblico locale: quando lo Stato è arbitro e pure giocatore

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Immagine con licenza Pixabay.com

Hobbes o Locke? Giorni fa uno scritto di Ernesto Galli della Loggia mi ha fatto riflettere come per noi liberisti-liberali la scelta non è proprio dicotomica. Premessa: non sono un teorico delle dottrine politiche, bensì un libero imprenditore che con la politica ha, suo malgrado, a che fare. E che quindi la filosofia gli appare come un efficace strumento per migliorare le cose. Le idee se applicate correttamente dovrebbero servire a questo. Ora, agli occhi dei liberisti puri e duri, lo Stato è una specie di mostro biblico, il Leviatano di Hobbes appunto, da sradicare come se fosse un tumore sociale, da cui è impossibile trarre alcun beneficio. Non è propriamente così.

La teoria dice che lo Stato è quel soggetto super partes che detta legge. Con le sue regole chiare e semplici, ma anche incontrovertibili, indica alla collettività la sua giusta direzione. Fin qui nessun liberale, non dico classico, ma pragmatico avrebbe da obiettare. Serve a tutti noi, soprattutto al buon funzionamento delle imprese e del mercato, un arbitro che segna i punti, fischia quando è fallo e contribuisce alla correttezza del gioco.

Quando però lo Stato si trasforma in un mostro? Quando dobbiamo spolverare il ruvido realismo di Hobbes? Quando il Leviatano si traveste da attore economico, finge di agire secondo le regole del mercato, perde la partita, poi però pretende che la vittoria gli venga assegnata a tavolino.

Così è successo nella gara del trasporto pubblico a Pavia. Dove Ferrovie dello Stato con la barba finta di Busitalia, a sua volta camuffata da Autoguidovie, ha gareggiato contro un consorzio di aziende del territorio. Queste ultime, proprio perché del territorio, si son portare a casa il risultato. Poi però arriva il mostro. Lo Stato non ci sta a farsi soffiare un boccone prelibato come un appalto di 200 milioni di euro e di 13 milioni di chilometri. Quindi, nonostante la professionalità dei vincitori, smette i panni del giocatore e si trasforma in arbitro. “Gol annullato e partita vinta a tavolino da Autoguidovie (lo Stato)!” dice. Fuor di metafora, sebbene la cronaca sia nota a tutti: la Provincia di Pavia (lo Stato) entra a gamba tesa, sostenendo che l’avversario dovesse essere un consorzio permanente. La beffa sembra finita. Ingiustizia è stata fatta. In barba alla teoria per cui se uno è giocatore non può trasformarsi in arbitro. E viceversa. Tuttavia, la Procura di Pavia mangia la foglia. Ovvero si rende conto che forse la partita non si è giocata all’insegna del fair play. Quindi avvia un’indagine, ancora in corso e di cui si attendono evoluzioni.

Noi ci crediamo ancora nella possibilità che l’Italia giunga finalmente ad avere uno Stato che faccia da arbitro. Siamo alla fine di una legislatura durante la quale alcune riforme sono state accennate. Altre si è provato a farle, ma senza risultato. È però il segno che la volontà di cambiare sta maturando

Povero Locke quindi! E poveri noi tutti, che speriamo sempre in uno Stato giusto e chiaro. Ma anche semplice e coerente con se stesso. Questo Leviatano, con cui le aziende pavesi si sono dovute confrontare, si è presentato in duplice veste. Fa da competitor alla gara, difficile da smascherare, ma fino a certo punto. Se si fosse attenuto al gioco, uno avrebbe pure abbozzato. Poi diventa arbitro in campo dando contro a chi ha vinto, sventolando una regola interpretata a interesse dello sconfitto. Hobbes o Locke quindi? Purtroppo la realtà ci indica il primo. Ma non perché ci piaccia. Tutt’altro. Chiunque vorrebbe muoversi liberamente in un mondo fatto di regole che agevolano lo spirito d’impresa, la libera iniziativa e la crescita. Un mondo in cui l’innovazione venga incentivata dalla concorrenza. A tutti noi piacerebbe vivere in un mondo migliore. Purtroppo il rischio di Locke è di sognare a tal punto da passare come quel Candido di Voltaire che, nel mezzo di una Lisbona devastata dal terremoto, insisteva col dire che comunque viviamo nel migliore dei mondi possibili.

D’altra parte è anche vero che siamo degli ostinati. Per fare impresa, soprattutto in Italia, bisogna essere degli inguaribili ottimisti. Per cui, sì, noi ci crediamo ancora nella possibilità che l’Italia giunga finalmente ad avere uno Stato che faccia da arbitro. Siamo alla fine di una legislatura durante la quale alcune riforme sono state accennate. Altre si è provato a farle, ma senza risultato. È però il segno che la volontà di cambiare sta maturando. Non è più possibile infatti andar avanti in questo modo. Dall’Europa – anch’essa un Leviatano claudicante alle volte – ma soprattutto dal mercato e dal mondo reale ci giungono segnali per cui la rotta va cambiata. Non è più accettabile che una squadra di Serie B, com’è Fs, manipoli l’intero campionato per uno scudetto che non merita. Non si può più fare. Il giochino si è ingrippato. L’anno prossimo si vota. E, nel porgere i miei migliori auguri a tutti coloro che parteciperanno a questa campagna elettorale dalle tinte nebbiose, ricordo che su questi temi ci giochiamo la faccia. E i conti.

Come dice il Ministero dello Sviluppo Economico infatti, introdurre dinamiche di mercato nei servizi pubblici porterebbe a un aumento del 3,3% del Pil, in cinque anni. Secondo la Banca d’Italia si avrebbe una crescita dell’occupazione pari all’8%. Altrettanti vantaggi si avrebbero sull’attrattività dei territori e sulla riduzione della corruzione. Insomma, non ci vuole un filosofo della politica per cogliere l’opportunità di un vero processo di liberalizzazioni. E basterebbe anche un bambino per capire che un arbitro corretto fa bene a tutti. Auguri signori!

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