Claudio Scaccianoce
Ipse Dixit
25 Febbraio Feb 2019 1715 25 febbraio 2019

Camminavo ad un metro da terra.

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Da diversi anni leggo con costanza e con particolare piacere gli scritti di una brillante cronista del Corriere della Sera, trovandoli davvero molto interessanti e ben scritti.

Questa collega di se stessa dice: sarda di Nuoro, ho vissuto a Cagliari, Pescara e Roma prima di arrivare a Milano, nel 1999, per il Corriere della Sera, dove scrivo di cronaca e costume. Due libri: “L’Altra. Storia di un’amante” (Mondadori) e “Il vento non lo puoi fermare” (Rizzoli).

la legge del contrappasso

La misteriosa giornalista non solo scrive di cronaca e costume con garbo e competenza, ma ha anche sviluppato la non comune capacità di effettuare le interviste con uno stile che apprezzo particolarmente.

E’ un tantino inconsueto intervistare coloro che fanno il tuo stesso lavoro, ma questa volta della consuetudine ne faccio volentieri a meno. Sarà per la legge del contrappasso o per curiosità personale che accendo il registratore e scambio qualche parola con Elvira Serra.

Ok Elvira ho acceso il recorder… fammi una bella prova voce così vedo se i livelli audio vanno bene; ripeti a voce alta “Forza Milan”…

Col cavolo! Forza Cagliari!

Cominciamo bene…

Una breve presentazione, fatta a modo mio.

Definizioni:

  • il campionato di calcio di serie A è quella competizione sportiva dove tutte le squadre migliori giocano alla ricerca del primato; poi arriva la Juve e vince lo scudetto.
  • nel giornalismo l’intervista è quella pratica professionale nella quale si individua un soggetto molto interessante con cui parlare, lo si contatta, ci si propone ed il giorno seguente lo si trova sul Corriere della Sera già intervistato da Elvira Serra.

Grazie, è una definizione molto divertente. Per me invece non è un problema parlare con un personaggio già intervistato da altri; in fondo un personaggio può assumere più di una connotazione, diversa a seconda della persona che lo intervista. Un’intervista fatta per Italiani *, oppure una relativa ad un fatto di cronaca non è la stessa che farei dopo avere assistito ad uno spettacolo; inoltre a seconda della disponibilità di spazio che hai sul giornale si propongono certe domande e non altre.

*Italiani è la rubrica del Corriere della Sera che ospita le storie e le emozioni di scrittori, cantanti, attori e delle migliori personalità d’Italia. (ndr)

Partiamo dal metodo. Come vengono scelti i soggetti da intervistare e quali sono le regole di ingaggio che ti imponi quando conduci un’intervista?

L’intervista nasce molto prima di incontrare il personaggio prescelto. Io mi documento ed ascolto, se ve ne sono, le interviste rilasciate in precedenza, appuntandomi i diversi aspetti che attirano la mia attenzione e che poi approfondirò con la persona che intervisterò.

L’intervista è un momento molto speciale, un momento nel quale io divento un mezzo, il punto di unione tra l’intervistato ed il lettore comune; è il momento in cui io faccio le domande che farebbe il mio vicino di casa, un fan oppure una persona curiosa che vorrebbe avvicinarsi il più possibile alla persona famosa che non ha mai conosciuto.Nessuna intervista è uguale ad un’altra. Riguardo l’individuazione del soggetto ho una regola: io scelgo chi mi piace. Ovviamente ci sono circostanze nelle quali è il mio caporedattore che mi invita a cercare una determinata persona.

Per Italiani sino ad oggi ho intervistato solo persone che mi piacevano o che mi incuriosivano e che pensavo potessero farmi crescere e sono state rarissime le volte in cui sono rimasta delusa.

camminavo ad un metro da terra, i suoi germogli di bellezza dentro di me hanno continuato a fiorire per mesi.

La meraviglia del mio lavoro è anche questa, crescere nello scambio. Mi ricordo come mi sono sentita dopo avere intervistato Renzo Piano a casa sua a Parigi, subito dopo che era stato operato al ginocchio; camminavo ad un metro da terra, i suoi germogli di bellezza dentro di me hanno continuato a fiorire per mesi.

Oltre alla scelta del personaggio c’è poi tutta la fase di studio e di preparazione, che cerco di fare in modo molto approfondito. Lo scorso anno prima di intervistare Sofia Loren non mi sono accontentata di leggere le sue precedenti interviste degli ultimi tre anni, ma sono andata a ritroso a trovarmi anche quelle rilasciate a partire dal 1952. Poi mi leggo le biografie e trovo sempre, magari nascosti tra le righe, una serie di spunti che meritano di essere approfonditi.

Sono sempre leale e se qualcuno mi dice “questa cosa te la dico ma non scriverla” io non la scrivo.

Regole d’ingaggio, i tuoi limiti etici e professionali.

Sono sempre leale e se qualcuno mi dice “questa cosa te la dico ma non scriverla” io non la scrivo. Cerco di portare l’intervistato sui temi che per me sono più pertinenti e più interessanti per i lettori, ma non forzo mai chi mi siede di fronte e non cerco ad ogni costo di estorcere una risposta che non sarebbe scaturita volontariamente.

I mie interlocutori prima di essere personaggi sono persone. Capita qualche volta di confrontarsi con persone che definisco “fragili” ed in queste circostanze mi consiglio subito con i miei responsabili ed evito di intervistarle. Il “titolo” non si ottiene approfittando della fragilità del tuo interlocutore. Questi sono i miei paletti di confine, le mie regole d’ingaggio.

Lo stereotipo avvicina gli Stati Uniti alla forza, la Germania all’efficenza ed alla produttività, la Svizzera alla puntualità e l’Italia alla bellezza. Esiste ancora la bellezza in un’Italia sempre più impoverita, rancorosa e poco solidale?

Vedo tantissima bellezza nelle persone, sono queste persone che fanno l’Italia. Qualche giorno fa ho intervistato Amalia Ercoli Finzi (l’intervista non è ancora stata pubblicata), una splendida donna di ottantuno anni, prima donna laureata in ingegneria in Italia, a lungo direttrice del Dipartimento di Ingegneria Aerospaziale al Politecnico di Milano, la Signora delle Comete, una donna meravigliosa che mentre lavorava ha cresciuto cinque figli; sono le persone favolose come lei che costituiscono la vera Italia.

Io vedo tante persone che si impegnano, che si danno da fare, che sono gentili nonostante il fatto che ci siano purtroppo anche persone diverse, come il maestro matto che voleva fare con un bambino di colore un esperimento sociale o il razzista che ha tracciato delle scritte ingiuriose sotto la casa di un ragazzo anch’egli di colore.

In Italia c'è tanta gentilezza e tanta disponibilità; basta pensare a tutto il mondo del volontariato e del terzo settore dove operano persone che non hanno alcun interesse economico di ritorno ma che con il proprio contributo migliorano la società nella quale vivono.

Ti ho vista indossare sia delle comode ballerine sia delle argentee scarpe tacco 12. Cosa è per Elvira la femminilità e quanto appeal esercita su di te la moda?

I tacchi mi piacciono, ma sono una cronista, una che va di corsa. Non posso permettermeli sempre. Le ballerine sono molto più comode, come le scarpe da tennis. Quando fai un servizio di cronaca devi camminare, scarpinare, andare veloce.

La moda mi piace, la femminilità va ovviamente oltre la moda; la femminilità è ascolto, apertura, dolcezza, accoglienza.

Nel 2017 CareerCast, uno dei più importanti siti nordamericani di job searching profetizzò la scomparsa di una decina di attività lavorative entro il 2022. Tra le professioni in estinzione al quarto posto figurava quella del giornalista. Cosa ne pensi?

La professione del giornalista, a mio avviso, non si estinguerà mai. Il cronista ha il compito molto speciale di fare il mediatore tra il fatto che accade ed il lettore che non è presente mentre succede. Ad esempio, io cronista osservo questa piazza e vedo con i miei occhi cose che tu in questo momento non puoi vedere, immaginiamo che tu sia altrove. Il mio impegno è dirti correttamente ciò che vedo. Quindi non ti racconterò che c’è un elefante, ma ti descriverò le piante, il dehor, il piccolo parco giochi dei bambini e magari ti descriverò anche quell’uomo lontano che avanza lentamente con una busta della spesa in mano. Bisogna saper raccontare i fatti ed interpretarli in modo corretto.

Io so cucinare, male che vada nella peggiore delle ipotesi potrei aprire una mini trattoria domestica.

Se il vaticino dovesse invece rivelarsi azzeccato, cosa vorresti fare nella tua seconda vita lavorativa per giungere alla venerandissima età della pensione?

Ne parliamo spesso in redazione. Io so cucinare, male che vada nella peggiore delle ipotesi potrei aprire una mini trattoria domestica. Se mai un giorno il mondo dell’informazione diventasse terra di conquista per reporter improvvisati o per robot che lavorano al posto nostro… io so cucinare! Realizzerò a casa mia dei buoni pranzetti per i turisti, poi li porterò a spasso per la città e gliela racconterò a modo mio.

Bene, mi prenoto. Il piatto del giorno?

I miei amici mi chiedono sempre le lasagne con le polpettine fritte, oppure il brasato con il vino veneto; ma sono forte anche con i primi, arricchiti con crostacei di tutti i tipi. Poi insalate special e tiramisù.

Tutti possono esprimere liberamente il proprio pensiero e tutti possono liberamente scrivere. Però un giornalista ha obblighi deontologici importanti che lo differenziano in modo sostanziale da chi scrive tanto per scrivere, curando meno o per nulla la veridicità di quanto riporta in cronaca, magari su un blog improvvisato.

Certo, infatti lo ribadisco, a mio avviso la professione del giornalista non sparirà mai. Ci sarà sempre bisogno di qualcuno che racconti quanto accade in modo attendibile, affidabile e possibilmente disinteressato. Non si può fare a meno della mediazione di un professionista dell’informazione che può non essere infallibile, ma che si impegna in buona fede a fare al meglio il proprio lavoro.

Riesci a descrivermi il brivido che ti scende lungo la schiena quando varchi la soglia del Corsera in via Solferino e dentro di te una vocina ti dice “ Elvira ma lo sai che lavori davvero qui…”

Il vero grande brivido lo provai venti anni fa quando entrai al Corriere per la prima volta per presentare il mio curriculum al capo cronista Gian Giacomo Schiavi. Ero tentata di non entrare ma per fortuna con me c’era un mio amico sardo, Giovanni Dessì che mi disse “dai, dai, entra, entra!”

Adesso non è che non senta più il brivido, però lo do per scontato. Come in famiglia si da per scontata la presenza di un padre, di una madre, di un fratello ed una sorella con cui magari discuti in continuazione.

Il Corriere è per me una famiglia, dove io sbraito tutti i giorni ed i miei colleghi mi lasciano borbottare come una vecchia caffettiera. Voglio loro molto bene, a Milano la famiglia sono loro, il Corriere. Non è il brivido che mi lega a questa testata, sono loro, sono la mia forza. Per me è difficile dire “vado al lavoro”, il mio Corriere è qualcosa di più, qualcosa che mi appartiene totalmente come mi appartiene un braccio, una mano. A Milano non mi sento mai sola; sono sempre con me stessa (cosa che mai mi sfugge di mente) e poi c’è il Corriere, casa mia. Nella mia vita c’è la mia famiglia in Sardegna ed il Corriere a Milano.

Dammi una mano e chiudi gli occhi. Vuota la mente. Ora puoi riaprire gli occhi, siamo arrivati; siamo in Sardegna. Dimmi cosa vedi.

La Sardegna è casa. (E’ ora necessario trarre un profondo respiro e concedersi un secondo di pausa, perché gli occhi di Elvira diventano lucidi e la voce trema un pochino).

Della Sardegna posso parlare solo bene, la Sardegna è nel mio cuore ed il mio cuore si gonfia solo a nominarla. La Sardegna è il luogo dove ho piantato le mie radici, è il luogo da cui ho tratto la linfa che mi è servita per andare lontano.

La Sardegna è mio padre che aveva la quinta elementare e che lavorava da quando aveva dodici anni, senza rinunciare poi a prendere la licenza media quando siamo nati noi figli. La Sardegna è mia madre ostetrica, mia sorella e mio fratello che abitano lì, è quell’ambiente semplice che mi ha nutrita e che mi ha permesso di fare il grande salto. Un salto che dall’isola mi ha portata prima a Roma alla scuola di giornalismo e poi a Milano, sapendo che i miei genitori avevano fatto un grandissimo sforzo per farmi studiare e che io quel loro impegno dovevo onorarlo. Prima mi chiedevi del brivido del Corriere; la Sardegna mi da un brivido molto più forte, potente ed importante.

Ci sono molte “Sardegna” e molte lingue che noi continentali battezziamo tutte superficialmente come “sardo”. Qual è la forza comune che unisce tutti voi?

Ci unisce la sarditudine. A volte noi sardi siamo molto campanilisti e se vogliamo siamo capaci di esser anche un po’ antipatici tra di noi. I casteddai (i cagliaritani) sono “africani”, quelli di Sassari se la tirano un sacco perché loro "hanno avuto i Presidenti della Repubblica", noi nuoresi ci consideriamo "i veri sardi", i barbaricini. E’ come in famiglia; io posso dire qualsiasi cosa dei miei fratelli ma guai se dovesse farlo qualche estraneo…allora sono guai!

Solo tra di noi sardi si possono dire queste cose, se lo fa un continentale ce lo mangiamo vivo! La rivalità e il campanilismo ci possono stare, ma è giusto anche dire che la coesione ed il senso di appartenenza che abbiamo noi in Sardegna non li ho mai trovati in nessuna altra regione italiana. Ovunque io sia, da Milano a New York oppure a Sydney, se sento qualcuno che parla con la nostra inflessione e la nostra cadenza io mi fermo ed inizio a parlarci.

Recentemente sono stata a Trento, in occasione della tragica vicenda del giovane collega Megalizzi. Una sera prima di rientrare in albergo, molto stanca e prostrata nello spirito, mi sono fermata a mangiare qualcosa in un posto che non conoscevo. Al tavolo vicino al mio sedevano delle persone che parlavano con accento sardo, ti dirò di più, con accento della Barbagia. Nonostante la stanchezza non ho resistito ed ho attaccato bottone, scoprendo che erano veramente sardi e per di più di Nuoro come me. E’ stato molto bello; pensa che quando sono andata alla cassa a pagare ho trovato il conto già saldato da loro. La nostra sarditudine!

Nuoro, Barbagia.

Anno domini 2014 esce nelle librerie “l’Altra”, 156 pagine, la storia di una donna che sceglie liberamente di amare un uomo già sposato, in sordina, nascosta dall’ombra della legittima consorte. Il libro lo firma tale Elvira Serra. Si mormora che ci sia molto del vissuto dell’autrice in questo testo. Un momento di coraggio letterario e personale oppure l’opportunità di consumare una sottile vendetta?

Non facciamo mormorare nessuno! Diciamolo ufficialmente, c’è in questo libro il mio vissuto. E’ una cosa che ho già dichiarato in altre occasioni, che non mi rende orgogliosa ma di cui non mi vergogno. E’ la storia di una donna che si innamora di un uomo che non è libero, quindi è principalmente una storia d’amore. Prima di vivere un’esperienza di questo genere ero una di quelle che giudicavano “le altre” come iene e le mogli come “povere vittime”; innamorandomi ho capito che è sempre meglio non giudicare.

Quando due persone si innamorano ed una delle due non è libera, gli unici a potere giudicare sono solo ed esclusivamente i protagonisti diretti della storia. Quando ho scritto questo libro avevo un gran voglia di mettermi alla prova, utilizzando la mia scrittura in maniera più ampia rispetto a quanto stessi già facendo per il Corriere ed anche per La forza delle donne, la mia rubrica sul settimanale F.

Dato che non sono Elena Ferrante e sono una cronista, ho scelto di scrivere di qualcosa che conoscevo bene. Dopo la pubblicazione del libro ho ricevuto moltissime mail di amanti che si sono sentite comprese, non giudicate e raccontate nel modo giusto e questo mi ha fatto molto piacere. Donne che vengono sempre ribattezzate come ruba mariti o sfascia famiglie: a parte che solo gli oggetti si rubano e non certo le persone, e poi, riguardo le famiglie, spesso si sfasciano a causa di equilibri svaniti che solo chi vive in quel nucleo familiare può conoscere.

Una vendetta? No, se avessi voluto vendicarmi avrei reso identificabile il mio mister Darcy ed invece non dico dove abiti e che lavoro faccia. Anzi, diciamo che nel dipingerlo sono stata oltremodo generosa. E’ stata una grande storia d’amore che mi ha dato tanto e che mi ha lasciato il mio primo figlio… letterario s’intende!

Sei veramente convinta che il vento non si possa fermare?

Si, le cose vanno come devono andare, nonostante il nostro tentativo di modificarle.

Il mio libro (Il vento non lo puoi fermare -ndr) prende spunto da un fatto realmente accaduto. Mentre frequentavo l’università, una sera dopo la fine delle prove del coro, chiesi un passaggio in macchina ad un amico, anche se tutto sommato non ero nemmeno così lontana da dove abitavo. Salimmo in tre in macchina e dopo avermi lasciata a casa il mio amico investì una donna: lei morì. Questo avvenimento non l’ho mai dimenticato e quando ho scritto il mio libro ho preso spunto da questo fatto tragico, cercando di spostare lo sguardo dalla vittima a colui che è stato suo malgrado la causa del dramma. Questo mio amico che non aveva bevuto, che è sempre stato ed è una persona carina ed a modo, ha comunque avuto la vita stravolta. Ha lasciato la Sardegna, ha cambiato lavoro, la sua vita è stata sconvolta. Il vento lo ha travolto ed il vento non si può fermare.

Se il vento non si può fermare, che senso hanno nella tua vita il fato ed il libero arbitrio?

Ho la responsabilità di impegnarmi affinché la vita somigli il più possibile a quella che vorrei che fosse. Se mi lamentassi senza fare nulla per cambiare le cose che non vanno, sarei solamente una povera vittima, ed in questo ruolo proprio non mi riconosco. Ma non tutto si può cambiare e ciò che non si può cambiare va accettato.

Elvira ti senti una persona felice e realizzata?

Mi sento fortunata perché faccio il lavoro che amo e lo faccio nel posto più bello che c’è in Italia, il Corriere della Sera. Ho la libertà di scegliere chi intervistare e quindi di fare incontri stimolanti che mi arricchiscono. E non parlo solo di persone famose. Penso ad esempio a quella mamma, Daniela Manzitti, che ha fatto arrestare il figlio ritenendo che per lui andare in carcere significasse smettere di rovinarsi la vita.

E poi tra i più conosciuti Renzo Piano, Paolo Nespoli, Gina Lollobrigida. Gina, una vera forza della natura, una generalessa che da ordini a tutti e sa benissimo ciò che vuole, nonostante il figlio pensi che tutti la vogliano imbrogliare.

O Sandra Milo, una donna dolcissima che mi ha fatto grande tenerezza, una donna che nonostante l’età ancora lavora perché ne ha bisogno. Entro nelle vite degli altri e poi le racconto, spero in punta di penna. Si, sono felice.

Anche se sai che il Cagliari lo scudetto non lo vincerà più?

Non è detto…non è detto…

Grazie Elvira, buon lavoro e buona vita.

photo credit Maki Galimberti
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