“Cara sinistra, meglio gli ogm, il biologico è di destra”

Antonio Pascale, agronomo e scrittore, spiega come l’azione dell’uomo sulle colture abbia incrementato la produzione e migliorato le specie. Parla dell’inefficacia dell’agricoltura biologica, fra falsi miti e nostalgie, e delle potenzialità degli ogm. E di come la sinistra, in questo, pratica una...

Ogm
6 Maggio Mag 2012 1010 06 maggio 2012 6 Maggio 2012 - 10:10

Antonio Pascale, agronomo, lavora presso il Ministero delle Politiche Agricole. Fa il giornalista e lo scrittore. Collabora con il Post, Lo Straniero, il Corriere Della Sera. Ha pubblicato  «Scienza e sentimento» (Einaudi 2008), «Questo è il paese che non amo. Trent’anni nell’Italia senza stile» (Minimum Fax 2010), «Democrazia: cosa può fare uno scrittore?» (con Luca Rastello, Codice 2011).

Pascale, vorremmo parlare con te di agricoltura biologica e ogm, dal punto di vista delle rese, dei rischi e delle opportunità.
Cominciamo dal principio, con l’esempio pratico di un ettaro di terreno coltivato a grano. Se consideriamo le prime comunità agricole, che cominciarono a svilupparsi in Mesopotamia e che a quel tempo coltivavano il farro, si è stimato che la produzione fosse di cinquecento chilogrammi ad ettaro. Quasi niente. In età romana, la produzione era di una tonnellata, un dato che si ricava dai documenti di inventario. Nel 476 dopo Cristo, cioè alla caduta dell’Impero Romano, la resa dei cereali è rimasta quella. Andando avanti fino a Carlo Magno, cioè 800 anni d.c., con l’unificazione sotto il regno dei Franchi, la produzione è sempre una tonnellata per ettaro. Così nel 1500 e durante l’epoca dei Lumi e per tutto l’Ottocento. La resa dei cereali comincia lentamente a salire attorno al 1920-25, ci sono dei grafici che lo dimostrano ed è una delle prime cose che ti fanno vedere all’università. La resa di grano tenero e duro adesso è tra le cinque e le sette tonnellate. Parliamo di un incremento di quattro volte a ettaro. Come si spiega? Semplice: prima tutto era biologico. È stato l’arrivo dei concimi di sintesi a far aumentare la resa per ettaro: il fosforo, il potassio, l’azoto danno qualità e tono alla pianta, gli agrofarmaci abbattono la carica degli insetti e dei patogeni, i diserbanti, le malerbe. Ora, se andate in un supermercato bio, sarete di sicuro colpiti dalle immagini della natura: sole e sconfinate distese, colline, fin quante ne vuoi. Vi rassicurate e pensate che un pomodoro comprato sotto quelle immagini è sano e più buono. Ma se prendete quelle foto e fate uno zoom, sempre più stretto, fino a individuare i campi, vedrete la quantità di insetti o acari e patogeni che ci sono nei campi. Gli insetti e i funghi se ne fregano del nostro senso estetico, ignorano il nostro gusto per la bella natura, vogliono solo mangiare le piante.
Dunque non è possibile lasciare i campi senza cura, infatti anche nelle pratiche biologiche si usano agrofarmaci. Sono vecchie formulazioni che solo la nostra propensione al passato può farci considerare più sani e meno invasivi. Il rame (molto usato contro le crittogame) è un metallo pesante e causa, in alte dosi, seri danni alla microfauna. Gli olii bianchi  – si usano contro le cocciniglie – un nome che ci ricorda le beauty farm, sono derivati dal petrolio, e tra l’altro si usano anche nella lotta convenzionale. Insomma, mio nonno, che era contadino, coltivava biologico, e non per un’idea etica della natura, ma perché le prime innovazioni non erano così diffuse e soprattutto costavano. Ecco, quali erano le sue lamentazioni? La fame, gli insetti che si mangiavano tutto, la schiena spezzata perché doveva togliere le erbacce manualmente.

Dicevi che la resa inizia ad aumentare dai primi anni 20…
All’epoca si cominciano a usare concimi e agrofarmaci, ma soprattutto arriva il miglioramento genetico: viene abbassata l’altezza della pianta. Una pianta alta ha bisogno di molta energia e al frutto ne resta poca. Viceversa, se la si abbassa, tutta l’energia va al frutto. Sono gli anni della "rivoluzione verde”: in pochi decenni la costruzione (attraverso incroci) di piante basse e resistenti ad alcune malattie funginee (grano e riso) fa crescere la popolazione mondiale, che passa dai due ai quattro miliardi negli anni 70.
Questo significa che si è mangiato con molta più facilità e si sono tolte dai campi un sacco di persone. Noi siamo figli di quella rivoluzione lì. Se al supermercato, ma anche dal piccolo ortolano, oggi possiamo trovare una grande quantità di prodotti, è perché c’è stata la rivoluzione verde. Naturalmente non ci sono stati solo benefici, ma anche problemi molto grossi: innanzitutto una sorta di monocoltura intensiva. Oggi le specie coltivate sono in minor numero, per il semplice motivo che conviene metterne a produzione solo alcune.
L’altro problema è un uso spropositato degli agrofarmaci e il diserbo. I chimici e gli agronomi, comunque, quando se ne sono accorti, hanno cercato di porvi rimedio. In che modo? Beh, prima di tutto con la ricerca sugli agrofarmaci. I primi, ad esempio, erano a base di arsenico, adesso invece abbiamo sostanze biodegradabili, che quasi non lasciano residui; sono molto meno tossiche, perché agiscono direttamente solo su alcune parti organiche dell’insetto.
Detto tutto questo, per me il punto è che non possiamo pensare di tornare alle pratiche che usava mio nonno. Il benessere è aumentato: molti indicatori sono positivi, testimoniano una conquista civile del mondo, la mortalità sta scendendo. Il mondo nel suo complesso si sta muovendo bene. Però le risorse stanno finendo. Non possiamo dire: «Non è vero, continuiamo così»: sappiamo che il petrolio si va esaurendo e probabilmente fra trent’anni avremo dei problemi di approvvigionamento d’acqua.
Ci sono dei bacini idrici millenari negli Stati Uniti che oramai sono esauriti. La grande scommessa del futuro è cercare di produrre piante che vadano bene anche in climi siccitosi. Nel frattempo, cosa si fa? Riguardo l’agricoltura, si può lavorare in tre direzioni. Una è quella di aumentare la lunghezza delle radici: una pianta che va più in fondo al terreno, prende più acqua. Oppure aumentiamo la quantità di peli: ogni radice ha dei piccoli peli che prelevano acqua, se creiamo un "barbone”, prendono più acqua. Oppure, interveniamo in modo che la pianta chiuda gli stomi, che sono dei pori da cui esce l’acqua; chiudendoli, la pianta non perde acqua. O ancora facciamo in modo che la coltura sia più breve, perché la coltura consuma molto. Ecco, queste cose si possono fare, a patto però di usare l’ingegneria genetica. Più conoscenze avremo, più strumenti avremo, prima arriveremo alla soluzione del problema.

L’agricoltura biologica viene considerata una pratica che richiede un intervento minimo dell’uomo sulla pianta.
Chi pensa al biologico, pensa a una pratica che non richieda nulla o quasi, per cui tu lasci crescere la pianta e quella ti dà buoni frutti senza essere attaccata dai parassiti. In realtà non è così: se la pianta non è aiutata dall’uomo, non dà buoni frutti. Gli insetti cercano il pomodoro per la loro sopravvivenza. E, d’altra parte, la pianta non cresce per noi, ma per se stessa.
Andrebbe poi chiarito qualche equivoco. Il rame è un prodotto ammesso al disciplinare del biologico per combattere alcuni patogeni, come i funghi. I sostenitori del biologico dicono di usare il rame perché è una sostanza naturale. In realtà quella del rame è un’industria chimica di altissimo livello e spesso le stesse industrie chimiche che fanno i prodotti per l’agricoltura convenzionale, fanno anche il rame per l’agricoltura biologica. Il rame sulla tavola degli elementi è un metallo pesante e, in dosi normali, fa dei danni al terreno.
Un discorso analogo vale per i concimi. Nel biologico non vengono usati i concimi di sintesi, ma il letame. Ora, il letame è un buon concime, contiene gli elementi necessari per stabilizzare il terreno e tuttavia, se dovessero usarlo tutti gli agricoltori italiani, dovremmo allora chiederci di quanti animali avremmo bisogno per produrne a sufficienza, e poi dovremmo chiederci dove tenere tutti questi animali, come operare con lo smaltimento. Per questo usiamo il concime di sintesi. A volte mi sembra che il ragionamento sia un po’ egoistico, cioè, io prendo il letame, lo uso nel mio piccolo campo e faccio la mia bella produzione biologica. Senza tenere conto di cosa comporterebbe questa scelta se estesa a tutta la produzione agricola.

I movimenti a favore del biologico sottolineano che va operata una sorta di rivoluzione negli stili di vita: scegliere prodotti a chilometro zero, uno stile di vita sobrio, consumare "meno e meglio"…
Consumare di meno è una parte della soluzione. In realtà insoddisfacente. Perché mi devi dire: «Quanto meno»? Tutto questo poi ha un riflesso sul lavoro perché consumi più bassi significano anche minor reddito, meno lavoro, è un’equazione keynesiana (Pil = consumi + investimenti + spesa pubblica + la differenza tra esportazioni e importazioni, ndr) alla quale non si può sfuggire. Allora, secondo me, i fautori della decrescita la fanno un po’ troppo facile con le loro formule: decrescita felice, abbondanza frugale.
La resa del biologico è anche del 30% in meno. Per questo spunti un prezzo di base più alto. Non solo, in Italia hai i contributi (che paghiamo noi) per coltivare biologico, quindi sei protetto due volte.
Allora io, che mi considero di sinistra, comincio un po’ a infastidirmi quando persone che dicono di essere di sinistra avanzano argomentazioni di destra. Per me è di sinistra una buona alimentazione garantita a tutti e siccome fra un po’ passeremo a nove miliardi, non vedo come l’obiettivo possa essere quello di produrre di meno. Chi ci pensa alle persone che devono ancora nascere?
Per me il punto è produrre meglio e quindi capire quali strumenti utilizzare. Quando si capirono i danni portati dalla rivoluzione verde, molti genetisti iniziarono a studiare come togliere quel sovrappiù di chimica, come dotare la pianta di difese proprie (anche perché gli agrofarmaci costano molto e consumano molta energia).
Oggi c’è il problema della riduzione delle superfici arabili, dell’anidride carbonica che viene liberata, dell’effetto serra, del consumo eccessivo di acqua, ecc. Ma proprio la genetica, che è un territorio molto avversato, potrà dotare la pianta di protezione verso gli insetti e di resistenze alla siccità, ai climi, ai terreni salini. Così da riuscire a produrre anche in condizioni climatiche avverse, senza troppi elementi chimici, senza una meccanizzazione spinta, con delle piante che consumano meno acqua. Beh, a me questo sembra un grande vantaggio per tutti. Ma per ottenere questi risultati occorre lavorare sulla pianta, cioè con l’ingegneria genetica.
Dopodiché, nel biologico ci sono delle pratiche, come la rotazione, la protezione delle colture grazie a delle oasi rifugio, che sono ottime e che possono senz’altro essere trasferite nell’agricoltura convenzionale.

Spesso, davanti agli ogm, s’invoca il principio di precauzione, si paventa il rischio del ‘salto della specie’. C’è inoltre una radicata diffidenza verso le multinazionali…
Quando io mi sono iscritto ad Agraria, nell’84, ero molto affascinato da un professore, Luigi Frusciante, di sinistra, che, con i pochi fondi, aveva iniziato a sviluppare alcuni progetti per ottenere prodotti migliori: un pomodoro che si difende da solo contro gli insetti, una melanzana senza semi, che quindi consumi meno energia, ecc.
Era un modo per rifiutare l’industria chimica, loro detestavano la chimica, ma volevano costruire un’alternativa seria. Poi cos’è successo? È successo che anche la Monsanto ha cominciato a produrre biotecnologie, si è comprata tutti i brevetti dell’università pubblica e ha annunciato che avrebbe lavorato nel settore dell’ingegneria genetica. Della Monsanto si può dire un sacco di roba, tranne che non investa soldi in ricerca e non faccia collaborare i giovani ricercatori. Negli anni 80, sotto la direzione di Shapiro, un manager americano, questa multinazionale decise di fare questa scommessa. Contemporaneamente grandi gruppi ecologisti come Greenpeace ingaggiarono una dura battaglia contro la nascente ingegneria genetica. L’opinione pubblica si spaventò e i politici, di conseguenza, imposero nuovi e più severi controlli su questi prodotti. Con il risultato che oggi introdurre un Ogm costa cinquanta milioni di dollari. Un prodotto Ogm deve superare una serie di esami equipollenti a quelli dei farmaci.
Ma la conseguenza più paradossale è che gli unici soggetti che possono permettersi di sostenere costi simili sono le multinazionali! Insomma, la critica ambientalista ha agevolato le multinazionali. Con l’ulteriore aggravante che, dati i costi astronomici, poi non puoi sperare che la multinazionale crei una pianta resistente alla siccità per i contadini africani. Infatti la Monsanto fa il mais, che è la coltura più utilizzata nel mondo.
Insomma, abbiamo precluso le grandi potenzialità dell’ingegneria genetica, riducendo il campo delle possibilità a due interventi: uno è coi bacillus thuringiensis; un altro, quello italiano è esclusivamente una resistenza ad un erbicida.

Tu ricordi che le piante in realtà sono sempre state trasformate dall’uomo…
Dovremmo fare tutti quanti un salto culturale. L’agricoltura non si è diffusa d’emblée, ma con un processo lungo. C’è stato un periodo intermedio in cui i maschi continuavano a cacciare, alle donne spettavano altri compiti; probabilmente è stata una donna a piantare il primo seme.
Ad ogni modo, da quando è stato piantato il primo seme ed è nata la prima pianta, c’è stata una trasformazione da parte dell’uomo. L’uomo ha iniziato a modificare il paesaggio e ha modificato anche le piante. Le prime cariossidi nel grano disperdevano il seme e non davano vita al rachide (l’asse della spiga, ndr). Gli uomini hanno allora selezionato le piante che non disperdevano il seme. Quindi noi selezioniamo queste piante da tempo, ne abbiamo cambiato l’altezza, la spiga, l’habitat. È una storia che dura da diecimila anni ed è la storia di un continuo cambiamento.
Ora, con il dna ricombinante, i famosi ogm, tu non cambi tutto il genoma, cambi soltanto il carattere che ti è utile. Col tempo abbiamo decodificato il codice genetico, sappiamo cosa fanno i geni, che proteine producono, che caratteri vengono fuori con quel gene. È come conoscere l’alfabeto: sappiamo quali lettere usare per formare una parola. In passato si procedeva a caso: se la parola usciva giusta, la prendevi e selezionavi quel prodotto. Adesso invece noi sappiamo prima che parola dobbiamo usare e andiamo a scegliere le lettere giuste.
Purtroppo la gente non è consapevole di tutto questo, pensa che solo oggi lavoriamo sul dna, quando invece -come dicevo- ci abbiamo sempre lavorato. In maniera anche molto imprecisa.
Hai citato il "salto di specie”: dobbiamo renderci conto che non esiste, noi deriviamo da un’unica specie, da un’unica cellula. Per dire, esiste una corrispondenza tra il mio dna e quello del lievito visto che per la codificazione di alcune proteine agiscono geni identici. Portare un gene da una parte all’altra, non significa portare tutta l’essenza, ma solo il gene che produce una proteina specifica.
Si tratta di aggiungere o togliere qualcosa. Aggiungere qualcosa che ci può essere utile e togliere qualcosa che non ci è utile. Tutto qua.
Oggi la sfida è quella di riuscire ad avere piante che fanno a meno di alcuni input esterni, perché quello che potevamo ottenere con la produzione l’abbiamo ottenuto, non si possono pompare oltremodo i frutti della pianta, non si possono pretendere degli ortaggi giganti come ne "il dormiglione” di Woody Allen. Ora l’obiettivo è limitare le perdite in campo, perché circa il 20%, a volte anche il 30%, viene perduto a causa di insetti, batteri o agenti atmosferici.

Le multinazionali vengono accusate di produrre sementi ogm progettate per dar vita a piante sterili, costringendo così i contadini a ricomprare i semi ogni anno…
Molte persone maturano alcune convinzioni in totale buona fede, perché credono a figure che ritengono autorevoli. Ma la verità è che nessun contadino scambia i semi perché, oltre a essere costoso, è laborioso, nel senso che devi togliere una parte dalla produzione, poi devi mettere questi semi in cantina, non farli germinare e l’anno dopo seminarli.
In aziende zootecniche molto piccole, dove ci sono delle galline, qualche scrofa, si possono vedere piccoli appezzamenti di mais (usati per il mangime) con piante di tutte le forme: alte, basse, una bella forte, un’altra meno. Perché il seme, lasciato a se stesso, cioè non selezionato, produce varietà diverse. Per questo motivo, dopo le scoperte della genetica, sono nate le industrie che producono semi. In Italia nel dopoguerra è nato l’Ente Nazionale Sementi Elette che, tra le altre cose, certifica la conformità, effettua controlli sulla qualità, la varietà dei semi, brevetta le novità vegetali, seleziona le sementi. Negli Stati Uniti è dal 1920 che esistono enti di questo tipo.
Le piante vengono selezionate, ad esempio, per migliorare il contenuto di amido. Il seme selezionato dà una pianta buona che è uguale in tutta Italia. Così un contadino del Sud può produrre allo stesso regime di un contadino del Nord, appunto perché possiede lo stesso seme. La pianta che nasce, a quel punto, è tutta uguale: non c’è più una pianta che produce cento e un’altra trenta. Questo significa avere meno spese e una produzione migliore. Per i contadini non è conveniente farlo da sé, quindi preferiscono acquistarli.
Ovviamente se ho un piccolo orto non vado a comprare il seme, ma se devo produrre 1500 quintali di pomodori, il discorso cambia.

Puoi spiegare la faccenda degli ibridi?
Alcune colture di base, alcuni ortaggi, come i pomodori, sono ibridi. Si chiamano ibridi di prima generazione. Sono cioè frutto di una scoperta casuale: unendo due genitori con due caratteri omogenei, la pianta che nasce è più alta dei genitori. Si chiama F1. Piantando questa generazione, otterrò tutti figli belli, forti e produttivi. Bene, ripiantandola otterrò invece delle piante malate.
È una legge di Mendel. Si chiama "vigore eterotico”, un fenomeno associato all’eterosi (l’incrocio che deriva da individui non imparentati, ndr), che dà la possibilità di avere una prima generazione resistente e molto più produttiva e invece una seconda malata, perché i caratteri prima nascosti e magari nocivi, vengono alla luce.
Questo è il motivo per cui i semi vengono acquistati ogni anno. Costano un po’ di più, ma vieni ripagato da una linea di produzione più efficiente e di qualità migliore.
Senza considerare gli ogm, va detto che la gran parte dei semi di ortaggi acquistati al supermercato, non crescono una volta piantati a casa. Se tu compri un peperone, di qualsiasi qualità, e pianti i semi, i semi non crescono. Perché sono stati ottenuti con tecniche come la poliplodia (raddoppiamento dei cromosomi) o altre, che riescono a migliorare i prodotti ma nel contempo li rendono sterili. Ma d’altra parte a nessun contadino interessa prendere quel seme e ripiantarlo.

Vandana Shiva alcuni anni fa ha denunciato un elevato numero di suicidi tra i contadini in India a causa dei semi di cotone ogm introdotti da Cargill e Monsanto…
Devo fare una premessa. Il cotone Bt è stato messo in commercio dal ’96 e in India viene prodotto dal 2002. Cosa ha di speciale questo cotone? L’introduzione di un gene che sviluppa una tossina letale per tre specie di insetti: i lepidotteri, cioè le farfalle, i coleotteri come la coccinella e i ditteri, cioè le mosche. Questa tossina viene prodotta da un batterio, il bacillus thuringiensis, che si trova nel terreno. È stata scoperta nel 1920 dai giapponesi, che l’hanno isolata, hanno fatto degli esperimenti e hanno capito che si attiva solamente in un ambiente a ph basico, cioè maggiore di 7 (il classico ph che troviamo nell’apparato digerente degli insetti). Noi invece abbiamo un ph acido e la tossina viene disinnescata. Questa potenzialità ha destato l’interesse di tutti gli ambientalisti perché in questo modo si poteva evitare l’uso dei concimi di sintesi e degli agrofarmaci.
Anche grazie a Rachel Carson, la biologa americana che scrisse Primavera Silenziosa, il bacillus thuringiensis è diventato uno degli agenti più usati nell’agricoltura biologica. Quando mangi una mela biologica, mangi una mela che contiene i batteri o le spore di quei batteri. E funziona benissimo per quel tipo d’insetti.
Il problema nasce quando devi spargere i bacilli per tutti i filari: è un costo. Allora si è detto: «E se noi prendessimo soltanto quel gene, cioè il pezzo di dna del batterio che produce la tossina, e lo mettessimo nel dna del mais?». L’insetto mangia la pannocchia che produce da sé l’insetticida. È una cosa buona, infatti da quando sono stati immessi sul mercato questi ogm si sono diffusi, perché sono vantaggiosi: non bisogna irrorare pesticidi, la pianta fa tutto da sola, i contadini non rischiano di ammalarsi e sui consumatori la tossina scivola via perché nel nostro intestino manca il recettore e non viene agganciata.
Questo discorso vale anche per il cotone, che viene infestato da un lepidottero, una larva, che fa un sacco di guai. I contadini indiani, all’inizio, invece di acquistare dalla Monsanto, che aveva una joint venture con la Mahyco, un’azienda sementiera indiana, si facevano arrivare i semi di contrabbando dal Pakistan e, naturalmente, per il discorso che abbiamo fatto sugli ibridi, alla seconda generazione non andavano più bene.
Quindi le rese non sembravano ottimali, ma perché non usavano tutte le accortezze del caso. Vandana Shiva non spiega cos’è successo, si limita a dire che non funzionava nulla. E inventa la leggenda che questi semi sono sterili e che i contadini si suicidavano per questo.
Oggi l’80% del cotone coltivato in India è ogm; è una cifra enorme e guarda caso sono soprattutto i piccoli coltivatori ad aver sfruttato queste potenzialità. Prima l’India era al 20° posto, ora è al terzo. Ha superato pure gli Stati Uniti. Quindi funziona ed è un vantaggio per tutti.
L’International Food Policy Research Institute (Ifpri), che da anni si occupa di fame nel mondo, ha calcolato quanti contadini si sono suicidati prima dell’introduzione del cotone Bt e quanti dopo. Bene, il numero non cambia, anzi, in qualche caso, scende. Per cui è stato dimostrato che non c’è correlazione.
I contadini si suicidano soprattutto perché operano in un contesto molto precario: da noi l’agricoltore è assicurato, se perde il raccolto riceve degli indennizzi. Insomma, è un discorso molto complesso, articolato, che va esaminato nel contesto. Invece, Vandana Shiva si limita a dire che i semi sono sterili e i contadini muoiono. E la persona in buona fede che vuole migliorare il mondo ci crede. Tra l’altro si crea un immaginario che diventa difficile contestare. Cosa fai? Vai lì a spiegare, fai il professorino, contesti un idolo come Vandana Shiva? Finisce che tu sei l’antipatico e invece gli altri sono quelli che lottano per un buona causa.

I temi della decrescita trovano un interesse diffuso, s’insiste molto sul rischio della omologazione delle culture, ecc. A volte a sinistra c’è il rischio di un certo fondamentalismo.
Io ho trascorso l’adolescenza a Caserta, una città borbonica, dove quelli di destra amavano il mito, la tradizione, tutte dimensioni che non potevi contestare, dovevi accettare e basta. E noi ragazzi di sinistra ascoltavamo il rock e seguivamo tutte le cose che venivano da fuori. Per noi essere di sinistra voleva dire essere più aperti, più curiosi, più flessibili, più inquieti anche. Oggi mi sembra che in qualche modo si siano come invertiti i campi. Mi dispiace dirlo, ma la sinistra talvolta pratica una cultura di destra: si appella alla tradizione, al prodotto locale, all’idea di natura come buona, sana, giusta, ecosostenibile. Invece credo che la scommessa vada proprio nel senso opposto. L’ho già detto: per me una buona alimentazione garantita a tutti è di sinistra, un’alimentazione elitaria è di destra.

Molti iscrivono Pasolini tra i padri nobili di questi movimenti…
Alla fine Pasolini si mette in una tradizione di antimodernità. Io faccio sempre questo esempio su Napoli. Pasolini scrisse un saggio, Gennariello, che iniziava dicendo appunto che i napoletani sono gente simpatica perché appartengono a un’antica tribù e ogni cosa che si praticava a Napoli era frutto di uno scambio di antichissimo sapere. E poi disse che anche se ti rubano il portafoglio è anche quello "uno scambio di antico sapere”. In fin dei conti è una bella favola. Però se ti fermi a pensarci... Voglio dire, se mi rubano il portafoglio a Roma, io quanto meno mi innervosisco, mi sento oggetto di violenza. Perché se mi succede a Napoli dovrei essere contento? Quest’idea viene dal fatto che Pasolini credeva in un passato mitologico incontaminato, incorrotto, migliore del presente. Credeva nel sapere nostalgico, che è ben diverso dalla nostalgia. Chi è che non si ricorda una bella vacanza? O quella canzone degli anni 80 che mi commuove perché mi riporta ai miei sedici anni? Il sapere nostalgico però è un’altra cosa.
Provo a spiegarmi: nel presente io vedo anche cose molto buone, di valore. Pasolini, invece, non riconosceva alcun valore al presente, mentre il passato era uno scrigno di cose meravigliose e di quei fantastici valori che poi abbiamo perso. Ripeto, per me questa è una concezione di destra; la tradizione e il mito come elementi immodificabili e incontestabili sono teorie di destra.
Pasolini ha tentato di rilanciare queste idee, dando loro una connotazione ideologica: il capitalismo è il progresso che ha contaminato tutto. Di fronte a una formulazione di questo tipo cosa puoi dire? Vuoi metterti a ricordare quante persone morivano prima e quante ne muoiono adesso? Non lo so.
Certo, la figura del tuareg che possiede dei valori evoca un immaginario molto più forte. E così il sapere nostalgico domina ogni campo di discussione. E in Italia è fortissimo. Se dici: faccio un ogm che migliora la qualità del prodotto, la risposta è: «Ma le colture di una volta, quelle sì. Adesso non hanno più sapore, vengono da fuori, sono chimiche, non sono naturali».
Chi prova a percorrere questo territorio rischia l’impopolarità. Rischia di passare come uno al servizio delle multinazionali. È anche difficile proporre un metodo di lavoro condiviso. Io direi: lavoriamo seguendo un metodo, se questo metodo dà dei frutti, bene, se non li dà, lo togliamo di mezzo. Cioè, ragioniamo caso per caso. Però impegniamoci in questa ricerca. In fondo il nostro cervello è fatto per risolvere problemi. Proviamo e verifichiamo ogni volta.
È una sorta di piano con delle buche, io non lo so dove andiamo, ma voglio portare avanti la mia conoscenza, otterrò delle conquiste, farò degli errori. Ogni tipo di progresso porta con sé un disagio… Come diceva Freud, il disagio della civiltà, il disagio della cultura. La rivoluzione verde ha portato tanti vantaggi ma ha anche causato dei guai. Ma come si fa a dire di no? Dobbiamo andare avanti, cercare di migliorare le cose, allargare le possibilità... Se una cosa funziona, va bene. Certo, non ci sarà la perfezione. Bisogna fare delle prove e vedere che cosa succede.
 

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