“Bergoglio? È Papa grazie alla sua sete di potere”

Intervista esclusiva

Ad Maiorem
6 Aprile Apr 2013 0838 06 aprile 2013 6 Aprile 2013 - 08:38
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Miguel Ignacio Mom Debussy, 67 anni, ex gesuita, durante la sua permanenza nella Compagnia di Gesù a San Miguel, Buenos Aires, veniva definito dagli altri sacerdoti “il delfino” di Jorge Mario Bergoglio. Lasciò la Compagnia nel 1986 per divergenze con l’Ordine rispetto al progetto di legge sul divorzio che si stava presentando allora in Argentina. Ora racconta i suoi anni trascorsi al fianco di Bergoglio con il quale ebbe un rapporto di confidenza e stima reciproca, interrotto improvvisamente per «una profonda divergenza politica, tanto in senso pastorale, quanto liturgico ed ideologico». Ne viene fuori un ritratto a tutto tondo di colui che, grazie a una rapida carriera nella Compagnia di Gesù, arrivò ad essere arcivescovo di Buenos Aires e ora è Papa. Un ritratto a tratti amaro, dove non mancano zone d’ombra, che delinea una personalità complessa e sfuggevole, un vero e proprio “quadro politico” della Chiesa.

Miguel Ignacio, il quotidiano argentino Página 12 riporta che lei è entrato a far parte dei gesuiti nel 1973 e che è stato ordinato sacerdote da Jorge Bergoglio nel 1984. Due anni dopo, nel 1986, lasciò la Compagnia di Gesù. Qual è stato il motivo della sua rinuncia?
Prima di tutto devo chiarire che non fui ordinato sacerdote da Bergoglio, che all’epoca non era vescovo. Solo un vescovo può infatti ordinare come “presbitero” (o comunemente, sacerdote) o come vescovo, un’altra persona. Mi ordinò il vescovo della diocesi di San Miguel, credo che si chiamasse Lorenzo di cognome e Bergoglio fu il mio “padrino” di ordinazione sacerdotale, che è un aspetto più che altro formale. Uscii dalla Compagnia di Gesù nel 1986 perché allora in Argentina si stava presentando un progetto di legge sul divorzio con il quale io ero pienamente d’accordo. Non mi sembrava, né mi sembra giusto, che la Chiesa Cattolica voglia e possa imporre i suoi criteri dottrinari nella legislazione civile, di carattere laico, sul matrimonio o qualsiasi altro tema – come l’aborto non punibile o il matrimonio tra persone dello stesso sesso – a persone che non professano la fede cattolica, non la condividono o sono perfino contrarie alla posizione cattolica, ma che certamente hanno gli stessi diritti civili di uguaglianza di fronte alla legge. Questo fu il motivo principale della mia rinuncia non solo dalla Compagnia di Gesù, ma anche della mia separazione totale dal cattolicesimo. Ce ne furono altre ma questa fu decisiva. Ricordo molto bene un professore gesuita durante quegli anni di studio, un grande docente e una grande persona che ci disse: “Ragazzi, è molto difficile studiare Teologia e conservare la fede”.
Sono d’accordo con lui senza nessuna obiezione. Di fatto sono agnostico da molti anni e non pratico nessun tipo di rituale religioso pubblico o privato.

Lei ha avuto in passato parole molto dure verso l’attuale papa Francesco I. Come mai un giudizio così severo? Che tipo di persona era Bergoglio quando era Superiore Provinciale della Compagnia di Gesù in Argentina?
Sono stato quasi 14 anni nella Compagnia di Gesù, dal 1973 fino al 1986. Durante 11 di questi 14 anni Bergoglio fu il mio superiore diretto, prima come maestro dei novizi, poi come Provinciale dei gesuiti in Argentina e successivamente come rettore del Colegio Máximo di San Miguel dove noi “scolari” studiavamo Teologia e Filosofia. In un certo momento, dopo aver avuto con Jorge una relazione molto profonda, di confidenza reciproca per cinque anni – per molti aspetti ero quasi un confidente, gli raccontavo tutte le mie cose personali e lui mi raccontava alcune cose personali sue e altre del suo ruolo come Provinciale – arrivammo ad avere una profonda divergenza politica, tanto in senso pastorale, quanto liturgico ed ideologico. Bergoglio era un uomo molto manipolatore, manipolava le persone, sia seducendole, che minacciandole o punendole, in forma sottile o molto direttamente; per questo dissi in un’occasione “che aveva tratti psicopatici”. Voleva controllare le persone secondo la sua convenienza o per cercare di cooptarle sulla sua linea di pensiero e di azione pastorale e aveva una evidente sete di potere. Per me queste terribili attitudini e la sua “regressione conservatrice” verso posizioni tridentine, il suo allontanamento dallo spirito della “nuova Chiesa” portato avanti dal Concilio Vaticano II erano cose molto gravi, che determinarono la rottura totale della relazione con lui. Da quel momento in poi, non rispose nemmeno più al saluto quotidiano e mi obbligò a rendergli settimanalmente “il rendiconto della coscienza”, nome che i gesuiti danno all’apertura interiore totale al proprio superiore, rispetto al “buono, al cattivo, al bello e al brutto” di se stessi, cioè tutte le cose che io sentivo o pensavo, i miei difetti i miei “peccati”, i miei desideri, le mie delusioni. Tutto.
Rispetto alla nostra attività nei quartieri operai o nelle villas de emergencia nella zona di San Miguel o altre vicine, ci aveva proibito qualsiasi attività che potesse essere intesa come politica. Dovevamo occuparci esclusivamente di un’azione evangelica e catechizzatrice. Io non gli obbedii anche se mi muovevo con moltissima cautela e prudenza e solo con alcune persone nelle quali avevo piena fiducia e che si fidavano di me. Ci proibì di toccare temi politici con i gesuiti maggiori, sia da un punto di vista ideologico come in quello dell’attualità politica di allora. Specialmente con i nostri compagni gesuiti che erano cappellani militari. Adesso, con il passare del tempo e con la possibilità di un’altra prospettiva, credo che molto probabilmente quell’ordine di Bergoglio fu dato per proteggerci dall’azione terrorista di Stato che esercitavano le forze armate argentine durante la dittatura civico-militare.

Anche ai sacerdoti Orlando Yorio e Francisco Jálics proibì di realizzare qualsiasi attività fino a quando poi non se ne andarono o furono espulsi dalla Compañia...
La sua opinione era che la Chiesa non doveva fare politica – anche se lo faceva costantemente, tanto all’interno della Compagnia, quanto verso l’esterno, con i vescovi e le autorità de facto – e questa era anche l’opinione di Giovanni Paolo II. Quando il Generale dell’Ordine, il padre Pedro Arrupe, che era un uomo progressista, rimase invalido a causa di una emorragia celebrale, non ricordo esattamente in che anno, (nel 1981, ndr) e dovette delegare il governo della Compagnia ai suoi assistenti generali fino all’elezione di un nuovo Padre Generale, Giovanni Paolo II nominò due gesuiti ultraconservatori ai vertici della Compagnia, uno dei quali venne in Argentina e si riunì con tutti per garantire che i gesuiti argentini seguissero la linea pastorale decisa dal Papa.
Rispetto a padre Yorio e a padre Jálics, seppi solo direttamente e personalmente che Bergoglio li discreditava pubblicamente e continuamente tra di noi (ma lo faceva anche con altri gesuiti che si rifiutavano di seguire la sua linea pastorale o la mettevano in discussione). Quello che so in maniera diretta e personale è che quando i militari della Marina, che avevano sequestrato e torturato Orlando (e anche Francisco Jálics) lo liberarono, Orlando molto impaurito chiamò Bergoglio e lui, almeno in quel momento, lo abbandonò. Io ero nell’ufficio provinciale di Bergoglio e stavo parlando con lui quando ricevette la telefonata e ascoltai le risposte taglienti e in tono irritato che dava al suo interlocutore – io in quel momento ignoravo chi fosse – in una conversazione che non durò nemmeno un minuto. Quando terminò, mi disse infastidito: «[Era] Yorio, lo hanno rilasciato dall’Esma». Io, meravigliato, perché non sapevo nulla di quanto era accaduto, gli domandai: “In che senso ‘lo hanno rilasciato’? Lo avevano sequestrato? Jorge, non ne avevo la più pallida idea!”. Rispose: “Perché io avevo proibito di parlare di questa cosa a quelli che lo sapevano” (suppongo si riferisse a qualche cappellano militare gesuita). “È fatta”, aggiunse, “che non mi dia più fastidio, che si arrangi”. E continuò, molto tranquillamente: “Di cosa stavamo parlando?”.
Il resto delle cose che so sul sequestro e le torture subite da Orlando Yorio e Francisco Jálics è quello che da tempo ormai è stato diffuso pubblicamente. Di questo sì, ne sono convinto, che quello che ha detto e testimoniato Orlando Yorio fino alla sua morte, è la verità.

In un’occasione ha denunciato la cattiva amministrazione che faceva Jorge Bergoglio dei fondi della Compagnia. Può chiarirci questa vicenda?
Questo me lo disse il Provinciale che mi fece firmare le dimissioni dalla Compagnia di Gesù nell’anno 1990, quattro anni dopo aver lasciato l’Ordine. Fu il padre Víctor Zorzín, un’eccellente persona, che mi contattò, molto cordiale e comprensivo (Bergoglio invece parlava con profondo disprezzo, accusandoli di essere dei “traditori”, di quelli che lasciavano la Compagnia). Quando mi incontrai con Zorzín per la firma, una delle cose che vennero fuori da quella conversazione fu il fatto che io avevo consegnato del denaro in contanti a Jorge Bergoglio quando lui era Provinciale, denaro che io avevo ricevuto come eredità dopo la morte di mia madre. Io non potevo disporre dei miei beni per il voto perenne di povertà e Bergoglio mi permise di consegnare la metà dell’eredità alle mie sorelle e l’altra metà mi disse che era per la Compagnia. Io gli consegnai il denaro in contanti e senza chiedere nessuna ricevuta, e nemmeno lui me la consegnò. Semplicemente mi fidavo di lui, era il momento in cui avevamo una buona relazione. Seppi quindi, in quell’occasione, nel 1990, dal Provinciale Zorzín che sui libri non c’era nessuna traccia di quel denaro e nemmeno di quello relativo ad alcuni diritti di vendita di un appartamento di mia madre, diritti che non esercitai per ignoranza del tema e che Bergoglio non mi spiegò, anche se avrebbe dovuto farlo. Zorzín e padre Hipólito Salvo, che era dottore in Diritto Canonico e che sarebbe dovuto essere mio avvocato in un giudizio canonico al quale, alla fine rinunciai, mi dissero che Bergoglio avrebbe dovuto depositare il denaro in un conto a mio nome e la Compagnia avrebbe dovuto aiutare mia madre nelle spese mediche, ovviamente registrando tutto nei libri contabili. Il denaro sarebbe dovuto rimanere sul mio conto fino a quando io non avessi fatto professione solenne (se fossi stato ammesso) alla fine della mia formazione, e in quel momento io avrei dovuto disporre un testamento dove specificavo a chi, come e quando andavano quei soldi, se alla Compagnia di Gesù, ai miei familiari o per esempio ai pompieri volontari. Era questa la procedura corretta e nel caso che io me ne fossi andato, come poi è effettivamente successo, quel denaro, mi sarebbe dovuto essere restituito. Ciò nonostante me ne andai senza un soldo, anzi solo con un biglietto da 5 australes, la moneta argentina di allora, che non valeva assolutamente nulla, nemmeno ci pagavi un taxi. Quel biglietto ancora lo conservo. Ambedue i sacerdoti mi informarono che dopo una riunione interna, successiva al provincialato di Bergoglio, era stata accertata la mancanza di circa 6 milioni di dollari che dovevano essere registrati sui libri contabili e invece non ve ne era nessuna traccia. Non ho nessun motivo per dubitare della parola di entrambi.

Quale fu in generale la posizione della Compagnia di Gesù verso la dittatura e nel caso specifico quella di Bergoglio? Che ricordi conserva di quell’epoca?
C’erano posizioni molto diverse. C’erano quelli che, soprattutto i cappellani militari, erano molto a favore e collaboravano attivamente, altri eravamo contrari, assolutamente contrari e c’erano anche quelli che non si pronunciavano in merito. Non c’era quindi una posizione monolitica della Compagnia di Gesù verso la dittatura civico-militare. Nel caso specifico di Bergoglio, e lui poi lo ha detto pubblicamente, ebbe dei contatti diretti con almeno due dei membri della Giunta Militare che governava il Paese (l’ex generale Videla e l’ex ammiraglio Massera, ormai deceduto). Io lo seppi direttamente da lui: me lo raccontò di ritorno dagli incontri. Io guidavo la sua auto nei viaggi che faceva da San Miguel a Buenos Aires e ritorno. Ora lui dice che ebbe questi incontri perché stava cercando di tirare fuori dalla Scuola di Meccanica dell’Armata Orlando Yorio e Francisco Jálics che erano stati sequestrati dalla Marina. Io pensavo invece che andasse da Massera perché voleva vendere alla Marina l’Osservatorio Nazionale di Fisica Cosmica, una struttura che si dedicava alla ricerca scientifica, proprietà dei gesuiti argentini, confinante con il Colegio Máximo e che alla fine comprò la Forza Aerea. A pochi giorni dal colpo di Stato del 24 marzo del 1976, l’Osservatorio fu invaso e praticamente distrutto dalla Marina, soprattutto nei padiglioni dove si stavano realizzando ricerche molti importanti e avanzate nel campo delle fibre ottiche (come mi aveva raccontato uno scienziato gesuita direttore del Dipartimento di Fisica Solare e vice direttore dell’Osservatorio, l‘Argentina stava competendo direttamente e a pari livello con gli Stati Uniti e il Giappone con ricerche molto avanzate sulle fibre ottiche , che poco dopo hanno avuto l’importanza che tutti noi conosciamo). Vennero distrutte anche le installazioni dove si faceva ricerca di missilistica. È certo che la Marina e il governo de facto in generale seguirono le istruzioni o gli ordini dell’ambasciata degli Stati Uniti. Anche oggi ci sono politici dell’opposizione che continuano ad andare all’ambasciata americana a parlare direttamente con l’ambasciatrice (e prima lo hanno fatto con i suoi predecessori) per fornirgli dati o per ricevere istruzioni. Ci sono i cable di Wikileaks che lo provano. Qui in Argentina l’ambasciata statunitense è definita ironicamente “l’ambasciata” e basta, come se non ce ne fossero altre.

Che posizione aveva allora Bergoglio verso la Teologia della Liberazione?
Totalmente contraria. Di fatto come studenti di Teologia mai abbiamo letto o nemmeno studiato un solo libro per esempio di Gustavo Gutierréz, uno dei fondatori della Teologia della Liberazione o di Boff, o di Paulo Freire, con i suoi studi su una educazione che non sia “dipendenza” culturale. In Filosofia abbiamo letto poco, molto poco di Heidegger e di Kierkegaard, un solo capitolo di Così parlò Zaratustra... Nemmeno a parlarne di Marx, Engels, Sartre, Focault, i postmoderni, eccetera. Niente che potesse contraddire la dottrina o i dogmi cattolici. Tutto questo dietro esplicita disposizione di Jorge Bergoglio.

L’attuale Papa raccoglie molto consenso per la sua vicinanza ai poveri, per le sue frequentazioni delle favelas di Buenos Aires e per la sua semplicità. Ci sono differenze, che lei ricordi, tra il Bergoglio di oggi e quello di allora?
Sono 26 anni che ho lasciato la Compagnia di Gesù e non ho mai più incontrato Bergoglio. L’ho visto solamente sui giornali o qualche volta in televisione. Io per principio, e per esperienza personale, sono portato a credere che le persone possono cambiare e che possono avere cambiamenti profondi, diventare brave persone, avere una vita migliore, vivere più in pace con se stesse e in maniera costruttiva per sé e per gli altri. Vedo in televisione testimonianze di persone che dicono che Bergoglio va nelle villas, porta gli stivali di gomma nei giorni di pioggia, appoggia i sacerdoti che lavorano nei quartieri poveri. A me personalmente non risulta ma molte persone lo affermano e non vedo perché non dovrei credergli o perché non dovrei pensare che Bergoglio non possa essere cambiato. “Per i suoi frutti lo conoscerete” dice il Vangelo. Appetteremo questi frutti, quindi.

Ci sono quelli che definiscono Papa Francesco I un progressista per l’apertura verso i settori più emarginati della società e ci sono quelli che lo definiscono un conservatore e un “politico” per la sua vicinanza ai settori d’opposione al governo dei Kirchner in Argentina. Qual è la sua opinione al riguardo?
Bergoglio politicamente è molto abile ed è una persona molto intelligente. È molto capace di muoversi tra due acque e far sentire tutti vicino a sé. Come dice un giornalista argentino che conosco personalmente e con il quale concordo, Bergoglio “è il quadro politico più importante, per lo meno negli ultimi 20 o 30 anni, nella storia della Chiesa in Argentina”. Ma non credo che sia progressista. Nemmeno lontanamente. Può essere che sia “il meno conservatore” tra tutti i cardinali che hanno partecipato al recente Conclave. Può essere che abbia una autentica preoccupazione per i poveri, i “condannati della Terra” e che dal suo incarico di pontefice cattolico, cercherà di lottare contro le cause strutturali sistemiche della povertà e dell’ indigenza. Ma la Chiesa Cattolica è un’istituzione molto conservatrice, alleata del potere in generale e storicamente, è quindi molto difficile da cambiare. Forse Bergoglio potrà ottenere alcuni cambiamenti, ma saranno minimi. Spero di sbagliarmi del tutto, non solo per il bene dei cattolici e dello stesso Bergoglio, ma per i milioni e milioni di persone che soffrono la povertà e l’emarginazione sempre più feroci che ha impiantato il neoliberalismo imperante, contro il quale molti stiamo lottando in vari paesi dell’America Latina e dei Caraibi.

Quali saranno le sfide e i compiti che dovrà affrontare adesso papa Francesco I e perché crede che sia stato eletto proprio lui al soglio Pontificio nonostante quelle ombre così pesanti sul suo passato? Ci sono speranze che la Chiesa Cattolica si possa finalmente rinnovare?
Io credo che la gerarchia della Chiesa, almeno dalla conversione al cattolicesimo dell’imperatore Costantino, circa 1.700 anni fa (era l’epoca in cui la religione del principe era la religione del popolo) sia stata sempre relazionata al potere. Quindi la Chiesa Cattolica e tutte le Chiese istituzionali sono sicuramente ultra conservatrici nel senso di conservazione del potere. Rispetto a temi dottrinari e abitudini disciplinarie non credo che Bergoglio possa cambiare nulla, ma in altri aspetti come per esempio una maggiore conversione della Chiesa verso i poveri, una possibile depurazione della cupola vaticana associata agli scandali finanziari, una politica più dura e più chiara verso i sacerdoti o i vescovi pedofili, una maggiore apertura verso i divorziati ed altre questioni di indole familiare e morale sessuale. È più possibile che probabile. Non credo tuttavia che possa riuscire a convertire un’istituzione ultraconservatrice in un’istituzione progressista, neanche se lo volesse.

E rispetto ai governi progressiti dell’America latina, che posizione immagina che avrà Papa Francesco I?
Lui nell’incontro con la nostra presidente ha detto che vede con molta simpatia i governi progressisti che stanno cercando la conformazione di un sub continente più giusto e unito nella Patria Grande che sognarono Simón Bolívar, Francisco de Miranda, Sucre, San Martín, José Martí e altri eroi dell’indipendenza latinoamericana e caraibica. Può essere che favorisca in qualche modo questo processo o che, per lo meno, non gli metta i bastoni fra le ruote; sicuramente non interverrà in maniera pubblica, apertamente. Se sarà coerente con quello che ha detto a Cristina intercederà favorevolmente, appoggerà questi processi sempre con discrezione e da un secondo piano. A me non interessa la religione in sé, salvo come materia di studio, perché mi interessano le religioni comparate. Io voglio un Papa, di qualsiasi nazionalità sia, che non si intrometta nella politica argentina e latinoamericana, che interceda decisamente solo per i poveri. So che è inevitabile che la Chiesa Cattolica e le altre chiese facciano politica. Ogni azione pubblica, infatti, anche se di singoli individui, è politica.

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