Storia di Joe Valachi, il primo pentito della storia

Biografie mafiose

Joe Valachi
12 Maggio Mag 2013 0855 12 maggio 2013 12 Maggio 2013 - 08:55

È stato il primo “pentito” nella storia della mafia siciliana, e colui che ha rivelato al mondo il nome di Cosa Nostra. Lo fece davanti a milioni di americani in diretta tv in uno dei giorni storici per il contrasto al crimine organizzato da parte dell’Fbi: all’inizio delle audizioni pubbliche del comitato guidato dal senatore McClellan che, nel 1963, ha dedicato una serie di sedute pubbliche proprio alle rivelazione di Joe “Cargo“ Valachi.

Un soldato semplice, Joseph Michael Valaci, nato nel 1904 a New York, quartiere Harlem. Non ci mette molto a inaugurare la sua carriera criminale quel ragazzo alto poco più di un metro e cinquanta: nei primi anni ’20 entra nella gang dei Minute Man, specializzata in furti, ma che quando c’è da sparare non fa un passo indietro. Inizia così a entrare e uscire dalle prigioni americane dove fa la conoscenza di Vincent Petrilli. Sarà proprio Petrilli a prospettare a Valachi l’ingresso nel cartello del crimine italo-americano.

Sa sparare Joe “Cargo” Valachi, e non fatica a entrare nelle grazie dei suoi ‘padrini’, primi tra tutti Joe Bonanno e l’ideaore della “commissione“ di Cosa Nostra Lucky Luciano, il quale dopo il rocambolesco omicidio di Salvatore Maranzano ha esteso il suo potere sulla criminalità organizzata italo-americana.

Non scala le gerarchie di Cosa Nostra Valachi, continua a essere un killer di rango medio basso nelle file della mafia italo-americana, cui ancora nessuno si è sognato di affibiare il nome di Cosa Nostra. Nel 1959 viene coinvolto in un processo per traffico di droga e finisce in carcere ad Atlanta, dove condivide la cella con un personaggio che invece è uno dei rappresentanti del gotha delle cosche italo-americane: Vito Genovese, prima vice a soli 34 anni, e poi erede di Lucky Luciano, all’interno della cosca Genovese.

Nei giorni della detenzione con Vito Genovese nel carcere di Atlanta, Valachi matura l’idea di essere sotto tiro degli uomini del capomafia. Lo stesso Genovese avrebbe dato a Valachi anche il cosiddetto bacio della morte. Fu nel 1962 che un Valachi inquieto e sempre più convinto di essere bersaglio degli uomini di Genovese in carcere, uccide un altro detenuto per farsi portare in isolamento e non avere più contatti con gli altri inquilini della prigione.

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Per l’omicidio in carcere Valachi rischia la condanna a morte, così in cambio della clemenza decide di svelare i segreti della mafia negli Stati Uniti, almeno quelli da lui conosciuti. Per la prima volta nella storia un criminale organico alle cosche italo-americane svela nomi, date, omicidi e strutture di Cosa Nostra. Un “secondo governo“, per definizione dello stesso Valachi, da 40 miliardi di dollari l’anno negli Stati Uniti.

A capo del Dipartimento di Giustizia a Washington c’è dal 1961 Robert Kennedy, che dal suo insediamento sta concentrando parte delle forze dell’FBI a svelare i meccanismi mafiosi. Nel frattempo le fonti interne al sistema carcerario statunitense apprendono che Vito Genovese ha fissato sulla testa di Joe Valachi una taglia da 100mila dollari per ucciderlo. I timori del pentito di non sfuggire al sanguinario boss sono fondati.

Così nel 1962 Joe Valachi viene trasferito prima nel carcere di Worchester, e successivamente, nel 1963, nella prigione di massima sicurezza di Forth Monmouth, nel New Jersey. É a Forth Monmouth che per tre mesi, tre ore al giorno per quattro volte a settimana l’investigatore dell’FBI James P.Flynn, raccoglie le testimonianze di Joe Valachi.

Inizialmente il pentito parla di riti, affiliazioni e usanze più o meno tradizionali, ma Flynn, intuendo che Valachi è una vera e propria “miniera d’oro”, vuole altro: gli organigrammi, nomi e cognomi dei boss che tengono l’America sotto scacco da Boston a San Francisco, e testimonianze su alcuni omicidi rimasti casi irrisolti.

Non sono solo minacce e intimidazioni per il controllo del territorio o per le estorsioni le azioni di Cosa Nostra, ma si estendono dal mercato della prostituzione, della droga, del gioco d’azzardo, fino ad arrivare alle infiltrazioni nell’economia legale, e questa sarà la grande intuizione di Bob Kennedy e dell’FBI. Mentre nella culla della mafia, cioè l’Italia, la percezione di parte della politica e dei cittadini è che «si ammazzano fra di loro», nella relazione che Kennedy legge in commissione prima delle audizioni pubbliche di Valachi, emerge una mafia imprenditrice che diventa un peso per la collettività e per l’economia nazionale.

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Joseph “Cargo” Valachi nell’ottobre del 1963 compare così per la prima volta in udienza pubblica davanti alla commissione presieduta dal senatore dell’Arkansas McLellan. Per la prima volta il mondo sente il nome “Cosa Nostra”: Valachi ha appena battezzato la criminalità organizzata siciliana. Prima di allora era genericamente conosciuta, anche dalle autorità investigative come “mafia”.

 

Divennero così familiari i nomi di spicco del ‘sindacato‘ del crimine statunitense e dei cinque capi delle cinque famiglie mafiose di New York: Lucky Luciano, Gaetano Gagliano, Joseph Profaci, Joseph Bonanno e Vincent Mangano, oltre ovviamente al luogotenente di questi, cioè quel Vito Genovese tanto temuto dallo stesso Valachi.

In seguito alle testimonianze del primo collaboratore di giustizia della storia il congresso fu poi in grado di vagliare norme più stringenti riguardanti la repressione del racket e del gioco d’azzardo illegale, inaugurando nuove tecniche d’investigazione tra cui le intercettazioni ambientali, telefoniche e l’introduzione dei primi agenti infiltrati all’interno delle famiglie mafiose, che portarono poi a importanti indagini nei decenni successivi tra Stati Uniti e Italia, come la famosa “Pizza Connection”, coordinata da un giovane Giovanni Falcone in collaborazione con l’FBI.

L’eco del nome di Valachi arriva anche in Italia: nel 1965 il giudice istruttore di Palermo Aldo Vigneri riesce a ottenere il visto per andare a interrogare il pentito e visionare i documenti riservati in possesso dell’FBI. Fa di più riuscendo a farsi trasmettere le sentenze dei tribunali americani e le relazioni di polizia che provano il coinvolgimento della mafia siciliana nel traffico di stupefacenti con i boss dall’altra parte dell’oceano. A Palermo però l’intuizione e il viaggio di Vigneri, che prova a mettere nero su bianco come i fili del narcotraffico vengano tirati in realtà in Sicilia, vengono bollate come una “americanata“: si ritiene insomma che in virtù del fantomatico “codice d’onore“ dei boss Cosa Nostra non si sporchi le mani con la droga. Lo stop più pesante per Vigneri arriva dalla stessa procura di Palermo, che respingerà la richiesta di rinvio a giudizio per il capomafia Genco Russo. Rinvio a giudizio che avrebbe dato peso a quella riunione all’Hotel delle Palme di Palermo in cui i quadri di Cosa Nostra, siciliana e americana, si trovarono nel 1957 per organizzare al meglio il traffico di droga. Su quell’incontro però le relazioni di polizia sono fumose e non ne sono mai esistite di ufficiali, così come mai sono state disposte indagini suppletive. Come ha dichiarato più volte lo storico Alfio Caruso «in quel momento sono stati regalati alla mafia trent’anni di vantaggio».

Dei giorni delle audizioni di Valachi, oltre al libro del giornalista Peter Maas La mela marcia (la cui uscita negli Stati Uniti fu osteggiata da alcuni esponenti delle comunità italiane e dal periodico italo-americano “Il Progresso, perché avrebbe dato stereotipi “razzisti“ sugli italiani), rimane la lucida relazione del 25 settembre del 1963 stilata da Robert Kennedy, in cui evidenzia i rischi derivanti dall’ingresso della mafia nella corruzione dei pubblici ufficiali e nel circuito del lavoro e dell’economia legale, oltre agli immancabili mercati della droga, prostituzione, racket, e gioco d’azzardo illegale.

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«L’attenzione dell’opinione pubblica – dirà Kennedy davanti alla commissione McLellan prima delle audizioni di Valachi – non è sufficiente. Diventa sempre più un urgenza nazionale». Un’urgenza che si ripercuote sull’economia legale anche grazie alle frodi bancarie, e sul mondo del lavoro, notava Kennedy, che sulle dichiarazioni di Valachi era convinto: «le rivelazioni di Joseph Valachi ci hanno aiutato, come mai in precedenza, a capire come funzionano le operazioni» della mafia, senza escludere quelle riguardanti la «corruzione politica».

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«È chiaro – spiegava nelle battute conclusive Robert Kennedy – che la criminalità organizzata sia un problema nazionale. In breve il crimine organizzato tocca tutti. L’unica preoccupazione non può essere solo trovare soluzioni legislative. Deve essere una urgenza che interessi attivamente ogni cittadino».

Joe Valachi dopo le audizioni viene trasferito nel supercarcere di La Tuna, in una cella di massima sicurezza che verrà soprannominata “The Valachi Suite“. Nel 1971 il primo pentito della storia della mafia “colui che ruppe il muro dell’omertà“, lo ricordano negli Stati Uniti, muore d’infarto in cella. Due anni dopo la dipartita di quel Vito Genovese che su Valachi aveva fissato la taglia da 100mila euro. Mai incassata.

Joseph “Cargo“ Valaci nello stesso anno della sua morte è sbarcato anche al cinema nel film Joe Valachi... I segreti di Cosa Nostra, diretto da Terence Young e interpretato da Charles Bronson. Dal suo personaggio prendono spunto anche i personaggi di Frankie Pentangeli e Willy Cicci nei film de Il Padrino.

Schermata 2013 05 09 Alle 16

Twitter: @lucarinaldi

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