4Chan, il sito più influente in rete (che non guadagna)

Un forum di perditempo?

Anonymous 3
20 Luglio Lug 2013 1255 20 luglio 2013 20 Luglio 2013 - 12:55
Tendenze Online

La cosa ha dell’incredibile, ma il ventiseienne Christopher Poole non è un uomo ricco in modo immenso. Eppure, anche se forse il suo nome non è molto noto, ha fondato uno dei siti più frequentati al mondo: 4Chan. È il 154esimo più grande negli Stati Uniti e il 360esimo di tutta la rete. Appena più piccolo del New York Times, è – secondo un sondaggio di Times del 2008 – uno dei più influenti. Per farsene un’idea basta pensare che è su 4Chan che sono nati (o hanno trovato il massimo sviluppo) immensi fenomeni di Internet, come i meme o il gruppo Anonymous. E allora, perché non figura tra i “grandi” del web, insieme a personaggi come Zuckerberg?

Si potrebbe pensare che non abbia massimizzato i profitti della sua invenzione, creata quando aveva sedici anni e nemmeno un soldo (le spese necessarie gliele ha pagate la famiglia). All’epoca voleva ricreare un forum imageboard in lingua inglese per discutere di manga e anime, permettendo agli utenti di inserire immagini. Lo stile del sito, del resto, riprende gli omologhi giapponesi. Era giovane (è stato lanciato il 1 ottobre 2003, dieci anni fa) e, come dice in un’intervista a Business Insider, «intendeva la cosa come un hobby, e non come un lavoro».

La natura del sito, che è la ragione del suo successo, è anche il motivo per cui è difficile trarne guadagno. Su 4Chan gli utenti possono postare immagini e aprire discussioni su qualsiasi tema (ci sono baheche che classificano gli argomenti, da tecnologia a sport) senza necessità di registrarsi o loggarsi. Non è nemmeno necessario indicare un nome o un nickname: si può scrivere tutto quello che si vuole e il commento verrà registrato sotto “Anonymous” (e da qui sarebbe nato il gruppo di attivisti della rete). Lo si può fare assumendo ogni volta un’identità diversa senza nessun bisogno di coerenza tra identità reale e identità sul web, e questo è un punto ideologico di Poole, che lo differenzia in modo totale da Facebook. Lui stesso è rimasto sconosciuto per diversi anni: si firmava con il nickname “moot” (con la M minuscola).

Insomma, con 4Chan ha messo in piedi un invito alla massima libertà, un covo di nerd e teenager che perdono tempo con infinite catene di meme, battute e riferimenti che diventano autoreferenziali, oppure escono per colonizzare il web.

È il caso dei Lolcats, cioè una catena di immagini di gatti in posizioni buffe accompagnate da scritte con errori grammaticali voluti (che riprodurrebbero la pronuncia del “gattese”), che diventano veri e propri fenomeni virali. Oppure – e questo dimostra la natura irriverente del sito – i Pedobear, l’orso pedofilo che genera situazioni demenziali e del tutto non ortodosse. Sono i successi di una sottocultura del web che si viralizza ed è in grado di convolgere tutto il mondo. In particolare, la bacheca a tema libero. È conosciuta come “/b”, o “slash b”, e secondo la ormai celebre definizione del sito Gawker «leggerla potrebbe scioglierti il cervello». E tutto il sito, secondo il Guardian, è «pazzo, giovanilistico...splendido ridicolo e inquietante».

Insomma, sembra chiaro come un sito libero, dove la maggior parte degli utenti si dedica a perdere tempo inventandosi tendenze e giochi, dove il limite dell’offesa e della pornografia salta quasi del tutto, non è molto invitante per gli inserzionisti. Lo stesso Poole lo sa bene. I suoi tentativi di inserire inserzionisti non sono mai andati a buon fine. Le donazioni non sono sufficienti e l’unica idea possibile è il “4Chan pass”. Un permesso speciale pagato dagli utenti che non vogliono dover inserire ogni volta che postano il codice Captcha. Per ora funziona: riesce a mantenere la struttura del sito, ma deve essere aiutato da una ventina di volontari, per la manutenzione e per il controllo di quello che succede su 4Chan.

Del resto troppa libertà può anche essere un pericolo: nel tempo sono apparsi post con minacce, immagini di bombe e armi. Nel 2007, in occasione dell’11 settembre, un studente aveva postato una sua immagine con in mano una falsa bomba, destinata «a far saltare in aria la scuola e combinare una strage». L’allarme ha provocato l’intervento della polizia, che ha scoperto la bravata. La stessa cosa è successa l’anno dopo, quando si è diffusa la voce che ci sarebbero stati attacchi con bombe sporche negli stadi in occasione della fine del Ramadan. Anche questa si è rivelata una bufala, forse non di ottimo gusto.

 

 

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