Tutte le cose che “Mi ricordo”

Un libro del 1970 per cui vale la pena usare la parola capolavoro, finalmente tradotto in Italia

Mi Ricordo Joe Brainard
15 Luglio Lug 2014 1515 15 luglio 2014 15 Luglio 2014 - 15:15

Raramente capita di avere l’occasione di recensire un capolavoro. Il motivo è semplice: ai capolavori occorre il filtro del tempo per svelare il proprio effettivo valore. Molte opere, giudicate come fondamentali alla pubblicazione hanno poi retto assai male il passare degli anni, sino a essere trascurate o dimenticate del tutto; altre, sottovalutate al loro apparire, si sono rivelate di eccezionale importanza. Ma appunto, in entrambi i casi, è stato il tempo a sancirne il valore. Si fa presto a dire “capolavoro”, si impiegano decenni per provarlo.

In questo caso l’etichetta è giustificata perché il libro di cui stiamo parlando risale al 1970, anche se viene tradotto e pubblicato in Italia solo oggi per la prima volta. È sbalorditivo pensare che siano stati necessari quarant’anni d’attesa. A volte i percorsi editoriali sono imperscrutabili e quindi tributiamo un plauso alla casa editrice Lindau per avere colmato questa grave lacuna letteraria.

Mi ricordo di Joe Brainard è un autentico gioiello, poiché è al contempo un’autobiografia, un’invenzione stilistica, un modello letterario, un’epifania collettiva. Brainard non ha semplicemente scritto un libro, ha rivoluzionato il modo di scrivere. Ed è curioso che a un risultato tanto eclatante sia giunto lui, artista non ancora trentenne, con un’avviata carriera come pittore, illustratore e scenografo, e che difficilmente qualcuno dei suoi contemporanei avrebbe identificato come “scrittore”.

Iniziò a scrivere questo progetto quasi per caso, o addirittura per vincere la noia, durante una visita a casa di un amico in campagna. E tuttavia si rese conto immediatamente di avere fra le mani qualcosa di straordinario. Aveva cominciato tentando di mettere sulla pagina alcuni ricordi d’infanzia, ma la formulazione che aveva utilizzato (o si può dire: che aveva scoperto) si rivelò come uno strumento potentissimo e innovativo. Una delle prime persone a cui ne parlò fu la poetessa Anne Walden e glielo descrisse in questi termini: «Penso che parli di tutti quanti, oltre che di me».

Quello che Brainard stava sperimentando era una forma di autobiografia ridotta ai minimi termini: una sequenza di brevi frasi, ognuna riguardante un frammento di vita, espresso nel modo più semplice possibile:

«Mi ricordo quanto balbettavo»

«Mi ricordo il giorno in cui spararono a John Kennedy»

«Mi ricordo quando non c’era niente di peggio della polio»

«Mi ricordo i vestiti belli per Pasqua».

L’estrema sintesi di queste memorie, la loro forma diretta e quasi lapidaria, le collocano in un territorio diverso da quello dell’autobiografia classica: sono i ricordi dell’autore e allo stesso tempo sembrano i ricordi di chiunque abbia vissuto quell’epoca.

Brainard ne scrisse più di mille. Non seguì alcun criterio sistematico, al contrario si lasciò trasportare dalla memoria lungo concatenazioni spontanee, arrivando gioiosamente a coprire ogni campo della propria esperienza (scene d’infanzia, memorie scolastiche, avvenimenti di rilevanza sociale, marche di bibite e alimentari, titoli di film e canzoni, primi approcci sentimentali e sessuali, insegnamenti religiosi, feste e celebrazioni...). Si abbandonò al libero flusso dei pensieri, ma mantenne una rigorosa semplicità nella trascrizione su carta: niente di troppo elaborato, frasi di una riga o due. In rarissimi casi, per ricordi più complessi, arrivò a scrivere brevi paragrafi, ma sono eccezioni e non superano mai le venti righe.

Il merito dell’autore è quello di non avere censurato nulla: le imbarazzanti ingenuità dei ragionamenti infantili, le stupide credenze, le brutte figure giocano il loro ruolo accanto alle memorie profonde, artistiche e intellettuali. Tutto ha la medesima dignità. Coraggioso anche il riferimento esplicito alle proprie esperienze omosessuali in un periodo (la fine degli anni ’60) nel quale non era così scontato farlo.

Il testo venne dapprima pubblicato da una piccola casa editrice, ottenendo da subito un grande riscontro, al punto da essere poi ristampato da editori sempre maggiori e da subire numerosi ampliamenti e integrazioni. Suscitò molta ammirazione soprattutto presso l’ambiente letterario e artistico. Varie riviste chiesero a Brainard nuovi ricordi da pubblicare, il MoMA di New York gli commissionò una stesura speciale per i propri abbonati: per l’occasione l’autore scrisse una serie di ricordi a tema natalizio, che venne pubblicata come I remember Christmas. Oggi tutte queste ulteriori variazioni sono incluse nel libro Mi ricordo, che infatti consta di oltre millecinquecento memorie.

Del suo straordinario valore si accorse un altro autore geniale, quel maestro della parola che era Georges Perec. Alcuni anni dopo la pubblicazione negli USA ne scrisse un’equivalente francese, intitolato Je me souviens (1978), divenuto in seguito tanto popolare in Europa che molti, ancora oggi, attribuiscono erroneamente a Perec l’invenzione della formula “Mi ricordo”.

A proposito del testo Perec diceva: «Tutti possono scrivere un libro come Mi ricordo, ma nessuno sarà uguale all’altro». È una verità: chi ha mai avuto a che fare con l’insegnamento della scrittura sa quanto possa essere difficoltoso portare gli alunni a confrontarsi con le dimensioni del racconto, della poesia, persino del tema in classe. La formula del “Mi ricordo” invece è talmente immediata e innocua che invita chiunque a cimentarsi senza reticenze: bambini in età elementare, anziani, persino persone che non hanno mai scritto una riga, posti di fronte a questo esercizio si lasciano andare. Non a caso il volume è divenuto uno dei testi base di numerosi corsi di scrittura creativa nel mondo. Tutti si cimentano e ognuno produce le proprie singolarissime varianti, legate all’età, al contesto sociale, al carattere. A questo proposito Perec diceva anche: «Ogni nazione e ogni generazione dovrebbe avere il suo Mi ricordo», perché ovviamente i riferimenti culturali e le possibilità di identificazione da parte del lettore mutano costantemente.

Per ovviare in parte alla distanza temporale che separa i lettori italiani odierni dal Mi ricordo di Brainard le casa editrice Lindau, con una scelta originale e atipica, ha evitato di appesantire il volume da una serie continue di note e ha creato un Tumblr nel quale sono raccolti video, immagini e reperti che rendono espliciti i nomi e le marche citate dall’autore.

L’edizione italiana è anche preceduta da una splendida e ammirata prefazione di Paul Auster che sottolinea, oltre all’innovazione del testo, la sua armonica musicalità, quel suo andare avanti e indietro nel tempo, quel suo passare da un argomento all’altro, dunque quel suo agire come una sinfonia, accennando e riprendendo temi. Auster dice: «Mi ricordo è un concerto per molteplici strumenti».

Ma oltre al suo valore incontestabile letterario, Mi ricordo ha anche un pregio che pochi altri libri possono vantare: una componente ludica e creativa che coinvolge e delizia il lettore in un’esperienza che la terminologia odierna identificherebbe come interattiva e che all’epoca della sua stesura era ancora semplicemente attribuibile alla magia intrinseca della lettura: perché è impossibile non venire travolti dalla potenza di questo meccanismo. Qualunque lettore, leggendo queste righe, non potrà fare a meno di identificarsi, di riconoscere ricordi comuni, di evocare esperienze simili, sino a dare vita a una serie di personalissime concatenazioni mentali, tirando fuori dai meandri della propria memoria ricordi irrimediabilmente perduti.

In un saggio sulla letteratura la scrittrice americana Dorothy Allison afferma di chiedere a un libro sempre la stessa cosa: «Puoi portarmi in un luogo dove non non sono mai stata?». Questo libro fa l’esatto contrario, ma in un certo senso fa molto, molto di più: ci porta in posti del nostro passato dove non sapevamo neppure di non avere più accesso.

Mi ricordo è in grado di rinnovare la propria magia ogni volta che lo si riapre. E questo è un altro dei suoi grandi meriti: quello di non esaurirsi in una lettura, ma di tornare a sorprenderci ogni volta.

È folle pensare che le nostre biblioteche abbiano dovuto farne a meno per oltre quarant’anni. Ora, finalmente, possiamo colmare questo vuoto.

Matteo B. Bianchi è autore di una versione italiana di Mi ricordo, pubblicata dalla casa editrice Fernandel.
Una lettura pubblica del testo avverrà a Reggio Emilia venerdì 18 luglio alle ore 22 nel Festival sonoro della letteratura “Questa è l’acqua” .

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