Mari e MurgiaTutto quello che c’è da sapere sull’inutile pettegolezzo dello Strega

Dei libri, si sa, non frega niente a nessuno, ma la cosa grave è che gli intellettuali non sembrano nemmeno in grado di gestire e di raccontare che cosa è successo davvero nel pulmino del Premio letterario. Di certo, non c’è furia pari a quella di un’ex moglie

Michela Murgia, la scrittrice nata a Cabras (Or) è scomparsa nel 2023 all’età di 51 anni / LaPresse

Onde non affaticare l’attenzione del lettore disabituato ai libri e abituato alle card Instagram con la polemica del momento, mi limiterò oggi a un breve elenco di cose che abbiamo appreso in questi splendidi tre giorni di agitazione attorno a un furgone carico di scrittori.

Che il giornalismo culturale è messo assai peggio dell’editoria, e che quando un dettaglio della storia del momento lo sanno tutti, lo riferiscono tutti, ne spettegolano tutti, quei tutti in pubblico continuano senza senso del ridicolo a scrivere che quel dettaglio è impossibile saperlo, perché se lo svelano poi gli crolla la costruzione drammaturgica cui sono assai più interessati di quanto importi loro di dare delle informazioni ai lettori. Il video avrà pure ucciso le star della radio, ma anche lo storytelling ai giornali non ha fatto benissimo.

Che gli scrittori anche raffinati non hanno, nell’esposizione orale, una dialettica sofisticatissima, per cui – se devono parlare di una delle intellettuali più stolide e più feticizzate (e quindi più interessanti) del nostro tempo – non trovano di meglio da notare che la di lei scarsa avvenenza. D’altra parte questa inadeguatezza dialettica non è una novità: era dieci anni fa quando Michela Murgia, dovendo stroncare Fabio Volo, non trovava di meglio da fare che dispiacersi per i poveri alberi sacrificati per stamparlo.

Che per le intellettuali contemporanee la sdraiabilità è un obiettivo più importante del Nobel per la Letteratura, e quindi tutte coloro che sono intervenute nel dibattito si sono affannate a dirci che Michela Murgia era bellissima, all’uopo fornendo al pubblico ciò che tutte ma proprio tutte abbiamo: due foto in cui siamo venute bene.

Che proprio come a Michele Mari – il cui capo d’accusa è aver detto che Michela Murgia ce l’aveva col mondo perché, essendo brutta, non rimorchiava – anche alle intellettuali eredi di Murgia sfugge la totale assenza di nesso tra l’accoppiarsi e l’essere fotogeniche: pensano tutti, le amiche di Murgia e il suo nuovo nemico, che siamo diventati otto miliardi grazie al fatto che un uomo ti fa dono del suo bigolo solo se hai l’aspetto di Angelina Jolie. E questi sono gli intellettuali: pensa cosa possono capire del mondo quelli che non sono pagati per capirlo.

Che forse però non hanno tutti i torti, queste scrittrici che si sbattono assai più per essere fotogeniche che per scrivere mezza pagina interessante: in fondo se questa polemica ha attecchito è anche perché i giornali hanno pubblicato le foto di Teresa Ciabatti e Michela Murgia con sorrisi da spot del dentifricio, e di Mari le foto che avevano, in ognuna delle quali egli è ingrugnito come uno che non si sia mai posto il problema che poi un giorno gli sarebbe capitata una polemica dalla quale sarebbe stato difficile uscire, considerato che ha l’espressione di chi ce l’ha col mondo assai più della Murgia.

Che i difensori di Mari, dialetticamente persino più scarsi delle amiche della Murgia, sono riusciti a sbagliare l’arringa più facile, quella sulla dichiarazione non pubblica. L’hanno buttata sulla privacy violata di Mari, che ha detto quelle cose sul furgoncino con cinque passeggeri, dando la stura a risposte ancora più deliranti sul fatto che un mezzo di trasporto d’un premio non è privato (era un furgone organizzato dal premio, per trasportare i candidati da una tappa all’altra d’un itinerario promozionale allo sprofondo della provincia italiana: nel tragitto incriminato stavano andando a Bisceglie, che posso immaginare per uno come Mari sia già un trauma d’impatto alainelkanniano).

Nessuno sa più fare nessun mestiere, i chirurghi sbagliano gli interventi, i baristi sbagliano i cappuccini, figuriamoci se si può pensare che gli scrittori sappiano usare le parole, ma se dovesse ricapitarvi vi regalo il suggerimento sull’obiezione giusta da fare. Il punto non è quante persone ci fossero sul furgone o chi pagasse la benzina: il punto è che le società funzionano e non finiscono in cannibalismo e roghi assortiti perché esiste l’ipocrisia, quel concetto adulto che fa sì che le cose che io dico su un palcoscenico o a una telecamera, le cose che dichiaro pubblicamente, io le pesi diversamente da quelle che dico in conversazioni che non sono concepite per essere pubblicate.

Su, lo sapete come funziona, non è difficile: è lo stesso principio per cui nelle chat private vi scrivete che c’è solo una ex moglie di uno e amica di un’altra che può aver raccontato il fattaccio a Repubblica, e negli articoli lo omettete.

Torniamo all’elenco, giacché ci sono altre cose che abbiamo imparato, da questo niente che sta da tre giorni sulle prime pagine dei giornali come se fosse la prima volta che un uomo dà a una donna del cesso, la prima volta che un signore apparentemente raffinato fa una cafonata, la prima volta che una vicenda editoriale attira l’attenzione per tutto tranne che per i libri (dei quali non frega niente a nessuno, ma questo non ci voleva lo scandalo del furgone per capirlo).

Che avere un editore che conosca il mestiere serve, e infatti nel panico generalizzato dei primi due giorni, in cui i finalisti sono perlopiù terrorizzati di dire la cosa sbagliata, o che si pensi di loro che hanno fatto la spia, o di inimicarsi la Fondazione o la Einaudi o vassape’, l’unica a esprimersi, con un articolo sul Corriere, è Bianca Pitzorno, edita da Bompiani. Bisogna avere dietro Antonio Franchini, e non gente che ha paura della propria ombra, per sapere quando parlare.

Che la Pitzorno, che sta per compiere ottantaquattro anni ed è al di sopra d’ogni sospetto non essendo stata sul furgone dello scandalo, è la sostituta ideale di Mari come vincitrice potenziale: sarda come la Murgia, e donna. Dettaglio che non dovrebbe fare differenza, senonché viviamo in un tempo sbandato in cui le librerie Feltrinelli fanno una campagna – di presunta difesa della letteratura femminile – in cui sostengono che la Morante (quella dai cui libri fanno gli sceneggiati di Rai1) non è considerata canone letterario perché non è mai stata traccia agli esami di maturità. Il canone degli italiani, implicano questi geni della comunicazione, sarebbe invece Zadie Smith, di cui la più parte degli italiani non ha mai letto una riga ma che era traccia del tema d’inglese alla maturità linguistica.

Che la difesa delle donne, in questo secolo in cui gli intellettuali hanno le idee confusissime, passa sempre per il trattare le donne come delle povere disgraziate, i cui successi non contano niente se non diventano compito in classe, le cui idee non contano niente se non prendono i like, e che erano più emancipate quando non avevano diritto di voto né lavastoviglie.

Che c’è una ragione per la quale fino alla settimana scorsa nessuno di noi aveva mai accostato il nome di Mari e quello di Murgia, ed è che non potrebbero essere due autori più diversi. Lei capace di aggredire il povero Raffaele Morelli fino a farlo sbottare tentando di zittirla, quindi farci un libro in cui avere l’ardire di dipingere lui come il maschio prepotente e lei come la donzella zittita, e infine venderne centonovantamila copie a un pubblico per cui il pensiero femminista deve poter stare in tre comode card. Lui che detesta il proprio unico libro di successo commerciale, “Cento poesie d’amore a Ladyhawke”, settantamila copie.

Che, se non abbastanza votanti avevano già votato per Mari, se davvero qualcuno ora decide di spostare i voti sulla Pitzorno (che, con settantaduemila copie, è un successone di pubblico: ormai ci sono più premi letterari che lettori), allora Einaudi ha un problema. Avevi in catalogo l’autore che non vendeva niente ma faceva prestigio culturale, l’hai convinto che gli ci volesse lo Strega per rientrare una volta tanto degli anticipi, l’hai mandato sul furgone sapendolo insofferente e sociopatico, e se ora non prende il premio che moltiplica le copie diventa l’autore che non solo non vende niente ma si esprime pure come uno che sta bevendo un bianchino al bar del porto. Hai trasformato Michele Mari in Mauro Corona, se è un Mauro Corona che non vende c’è da piangere.

Che siamo come sempre dieci anni in ritardo: nove anni dopo il MeToo che aveva reso il tema oggetto di dibattito, Corrado Augias spiega ai lettori di Repubblica che il giudizio sull’opera va separato da quello sull’autore. A parte che sono già separati – le opere non se le fila nessuno, i pettegolezzi sugli autori tutti – il dibattito aveva un senso per Caravaggio o Bill Cosby. Gente che infrange il codice penale ma noi vogliamo continuare a godercene le opere. Qui l’editoriale da scrivere mi pare sia invece uno che spieghi agli intellettuali che essere cafoni è meno peggio che essere assassini.

Che nessuno si sa fare le domande giuste. Ho passato due giorni a sentirmi dire che sicuramente la Fondazione Bellonci avrebbe eliminato Mari, perché oltretutto aveva mentito negando di aver detto quel che invece era stato sentito da testimoni, da gente alla quale ho continuato invano a chiedere per quale violazione del codice etico dello Strega l’avrebbero potuto eliminare: reato di bugia diplomatica?

Mi sono persino incomodata a leggere il regolamento dello Strega, per vedere se una clausola etica ci fosse, e non c’era, ma c’era una clausola-Amadeus.

Mi pare sia stato quando Jovanotti andò a duettare a sorpresa con Morandi e poi lesse una poesia, e la sala stampa schienadrittista di Sanremo insorse perché il regolamento del festival non prevedeva che un ospite duettasse con un cantante in gara. Mi pare sia stato allora che fecero notare agli schienadrittisti che il regolamento di Sanremo dice che l’ultima parola su tutto spetta al direttore artistico, e quindi se andava bene ad Amadeus buona camicia a tutti.

Ecco, l’articolo 7 del regolamento dello Strega dice che «Per tutte le controversie sono valide le deliberazioni del Comitato di gestione, il cui verdetto è inappellabile». Domenica, lo Strega invia un comunicato in cui si dice che il libro di Mari resta in gara. Lo leggo e penso: Petrocchi è Amadeus.

Infine, abbiamo appreso che, se la letteratura è cagionevole, anche il cinema non sta benissimo. Solo così si spiega che nessuno stia ancora lavorando al soggetto in cui il Venerato Maestro, facendo lo splendido con la Giovane Promessa, spettegola della Morta Intoccabile, ma lì a sentire tutto c’è anche l’Autrice Concorrente, che era amica della Morta Intoccabile, e quindi s’indigna dei pettegolezzi con le amiche ancora vive, amiche tra cui c’è l’Ex Moglie Rancorosa, cui non pare vero potersi infine vendicare del Venerato Maestro che sta pure per prendere il premio che a lei è stato negato, e il tutto anche facendo la nobile figura di chi vendica la memoria della Morta Intoccabile. C’è anche già il titolo: “L’inferno non conosce furia pari a quella d’un’ex moglie stregata”.

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