Quei detenuti-pasticceri che fanno risparmiare lo Stato

Il lavoro in carcere abbatte la recidiva e riduce i costi pubblici. Il caso del panettone di Padova

Carcereeee
1 Settembre Set 2014 2045 01 settembre 2014 1 Settembre 2014 - 20:45

«Lei immagini un ospedale da cui il 70-90% dei malati esce morto. Oggi le carceri italiane producono una quota di recidiva che arriva a punte del 90%, mentre tra i detenuti che affrontano un percorso lavorativo nei penitenziari la recidiva si attesta all’1 o 2%». Nicola Boscoletto è il presidente della Cooperativa Giotto, opera sociale che fa lavorare 130 detenuti del "Due Palazzi”, carcere di massima sicurezza di Padova. Gente che sconta pene lunghe, se non ergastoli. Si fa giardinaggio, manutenzione, call center per ospedali e grandi aziende, costruzione di biciclette per firme blasonate. Ma il fiore all’occhiello è la pasticceria. «I dolci di Giotto» sforna panettoni artigianali, colombe, biscotti, grissini, cesti regalo. Distribuisce in 165 negozi in Italia, vende pure online e all’estero. Ha vinto i premi del Gambero Rosso e nel 2009 i suoi dolci sono arrivati sul tavolo del G8 de L’Aquila, mangiati dai vari Sarkozy, Obama e Merkel. Ma i clienti affezionati risiedono anche in Vaticano: ogni Natale Joseph Ratzinger ordinava 232 panettoni, Papa Francesco ha confermato lo stesso quantitativo.

L’eccellenza della pasticceria non è un caso nè un colpo di fortuna, ma un obiettivo. Spiega a Linkiesta Nicola Boscoletto: «Se prima chi operava nel sociale dava priorità alla valenza del far lavorare, ad esempio, i disabili, per noi questione centrale dev’essere la professionalità. È un problema nostro se utilizziamo lavoratori di fasce svantaggiate, ma il prodotto e il lavoro devono essere qualitativamente al top. Se un’impresa normale dà 100, noi dobbiamo dare 101 perché bisogna fornire stabilità a situazioni di svantaggio». Grazie ad altre quindici cooperative, con cui è nata una sorta di federazione, sono fiorite esperienze simili in giro per l’Italia: al carcere Vallette di Torino e a Rebibbia di Roma c’è un servizio di catering di eccellenza, mentre a Trani i carcerati sfornano taralli e a Siracusa fanno dolci tipici siciliani. «Sono prodotti di qualità che devono confrontarsi col mercato. Si tratta aziende vere e proprie, altrimenti sarebbe assistenzialismo».

Eppure la favola bella del lavoro in carcere è eccezione, non regola. Un miracolo che si fa nelle storie di sinergia tra società civile e direttori illuminati, educatori e agenti di polizia penitenziaria. La normalità è tutt’altro che dolce in un paese dove la situazione delle carceri è argomento di cronaca tra suicidi, condizioni disumane, recidiva e disagio. Un primo dato lo fornisce Boscoletto: su circa 54mila detenuti sono solo 800 quelli che oggi lavorano all’interno delle carceri, praticamente un’inezia. «Spinto dall’urgenza dei numeri e del richiamo europeo il ministero non poteva rimanere fermo. Prima la Severino e poi la Cancellieri hanno tentato di dare una spinta portando la società civile nel Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Ma da quando non c’è più la Cancellieri questo processo si è arrestato. Ciò non implica un giudizio negativo su Orlando, però da sei mesi siamo senza il capo del Dap. La società civile sta spingendo, ci sono decine di imprese sociali e cooperative che stanno aspettando risposta per incontri perché non muoiano progetti che per anni sono stati sperimentati con risultati positivi». 

In un paio d’anni il sovraffollamento delle carceri italiane è stato sgonfiato: dai 70mila ai poco più di 50mila di oggi. Eppure l’emergenza non rientra. «Rischiamo di concentrarci sull’aspetto formale dei numeri e non sul contenuto, serve il ripristino della funzione del carcere, cioè quella di restituire una persona meglio di come è entrata. Se il 70-90% dei malati che entrano in ospedale escono morti, oppure se il 70-90% degli studenti che vanno a scuola vengono bocciati, allora c’è qualche problema. Oggi le carceri italiane producono una recidiva che arriva a punte del 90%, vuol dire che il sistema ha fallito». È un cane che si morde la coda, nonostante appelli degli addetti ai lavori e situazioni note che si perpetuano negli anni. Prosegue Boscoletto: «Se noi pensiamo di aver risolto il problema del sovraffollamento grazie al fatto che tutti vivono in spazi superiori ai 3 metri quadri, io dico che non ne bastano nemmeno 100 di metri se non si abbina l’aspetto sanitario, lavorativo, educativo». La chiosa ha il sapore della disillusione: «Einstein diceva che non bisogna affidare la soluzione di un problema a chi il problema lo ha procurato, ma bisogna darlo a un altro. Qui ci si ostina a risolvere i problemi nello stesso modo e con le stesse persone che li hanno provocati».

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A detta di chi nel carcere ci lavora, le priorità per l’agenda governativa sono tre. La prima, spiega il presidente della Cooperativa Giotto, è «un reale principio di accoglienza, ragion per cui non può esserci solo un bancomat che ti dà il numero di cella, i vestiti, il vassoio e il numero di matricola. Devono esserci persone che accolgono altre persone secondo lo scopo del vigilare e redimere». La seconda urgenza è di carattere sanitario: «Il carcere è pluriperiferia in cui ci sono extracomunitari provenienti da decine di paesi, invalidi, persone con problemi psichiatrici, tossicodipendenti, disagiati sociali. L’aspetto sanitario non può ridursi a distribuzione di psicofarmaci». Il terzo punto risiede nel lavoro dei detenuti. E qui scatta l’obiezione popolare: perché in tempi di crisi, quando padri e figli sono disoccupati, bisogna dare lavoro ai delinquenti? Risponde Boscoletto: «Innanzitutto c’è un vantaggio economico. Per ogni milione di euro investito nella rieducazione se ne risparmiano nove. Con gli 800 detenuti che lavorano la recidiva passa dal 70-90% all’1 o 2%. Senza contare che tra costi diretti e indiretti lo Stato sborsa 250 euro al giorno per ciascun detenuto, parliamo di miliardi di euro che si ripetono come spesa ordinaria ogni anno. Un dato su tutti: per ogni detenuto recuperato si risparmierebbero 100mila euro annui».

La rieducazione del condannato, sancita dall’articolo 27 della Costituzione, coniuga recupero della persona, sicurezza sociale ed economicità. Altrimenti l’esempio di scuola è quello del detenuto che esce di galera e torna a scippare la vecchietta, che a sua volta cade e si rompe il femore. Intervengono le spese sanitarie per l’ospedale, le spese della sicurezza per la polizia che arresta il delinquente oltre a quelle giudiziarie una volta compiuto il passaggio in tribunale, infine al conto si aggiunge il costo del carcere. La filiera sembra banale, ma comporta l’esborso fior di quattrini per le tasche pubbliche, ragion per cui il lavoro in carcere conviene all’uomo e allo Stato. Produce ricchezza anche fuori dalle mura del penitenziario. A Padova, ad esempio, per i 130 detenuti che lavorano, ce ne sono almeno altri 30 che hanno trovato occupazione fornendo know-how, macchinari, supporto amministrativo. Un vero e proprio indotto che Boscoletto quantifica così: «Il rapporto tra lavoratori liberi e detenuti è circa di 1 a 5. Se le 800 persone detenute oggi smettessero di lavorare, altre 200 o giù di lì perderebbero il lavoro».

Alla fine della fiera i reclusi che hanno intrapreso un percorso lavorativo sono troppo pochi. Una minoranza privilegiata, che può contare su una seconda possibilità. Gli insider lamentano mancanza di fondi, assenza di progettualità di medio-lungo periodo, troppa burocrazia che scoraggia le aziende. Attacca Boscoletto: «Ci metti un anno a entrare in carcere e poi quando sei dentro ti dicono che non sanno se puoi restare perché non si sa se ci sono i finanziamenti. Che poi non sono semplici finanziamenti, ma investimenti. Perché ci si guadagna». Il presidente della Cooperativa Giotto cita l’esempio del febbraio 2013, quando il ministro Severino dispose un finanziamento straordinario di 16 milioni di euro per incentivare il lavoro penitenziario. «Oggi - attacca Boscoletto - di quel decreto la burocrazia ha fatto di tutto perché il finanziamento si possa usare il meno possibile e il più tardi possibile. Nessuno ha voluto recepire ciò che arrivava nella forma di suggerimento da società civile, imprese sociali e da chi opera nel carcere da decine di anni». 

Di governo in governo. Il ministro Cancellieri ha incrementato il budget della legge Smuraglia, quella che favorisce il lavoro dei detenuti. Circa 5,5 milioni in più. «Però a questo non corrisponde una spinta istituzionale centrale per fare in modo che gli 800 detenuti sui 54mila che oggi lavorano all’interno delle carceri diventino di più, anzi rischiamo seriamente che diminuiscano». Da Padova all’Italia, da una parte i panettoni dei pasticceri carcerati, dall’altra l’ozio h24 al chiuso delle celle. I due mondi corrono paralleli, non s’incontrano nemmeno per sbaglio. L’esperienza di Giotto, come quella delle cooperative che operano nei penitenziari d’Italia, ha dimostrato che la ricetta funziona. E basta poco. «Non ha vinto il carcere, ma la professionalità». Nicola Boscoletto evoca un cambio di passo culturale «che renda obbligatorio per lo Stato utilizzare il lavoro come trattamento di rieducazione». I risultati fanno la differenza. Soprattutto perché «la cosa più bella è vedere un altro uomo cambiare e noi di questi spettacoli in carcere ne abbiamo visti parecchi». 

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