Pensioni: forse la Corte Costituzionale preferiva la Troika

La decisione della Corte di dichiarare incostituzionale una parte della riforma Fornero costerebbe, secondo le stime, tra i 5 e i 10 miliardi di euro

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2 Maggio Mag 2015 1145 02 maggio 2015 2 Maggio 2015 - 11:45

Forse i giudici della Consulta che hanno dichiarato incostituzionale la riforma Fornero — per la parte relativa al blocco biennale delle rivalutazioni per le pensioni superiori a tre volte la minima — avrebbero preferito consegnare l’Italia alla Troika, lasciando ad essa le gravose decisioni per sistemare i nostri conti pubblici alla deriva.

Prima di decidere su un tema così importante i giudici della Corte avrebbero dovuto dare un’occhiata al grafico che vedete qui sotto, e che riporta la stima dell’andamento futuro della spesa pubblica per pensioni in funzione delle diverse riforme via via implementate. Grazie alla loro decisione la linea verde nel grafico — quella relativa alla situazione dei conti dopo l’entrata in vigore della riforma Monti/Fornero — farà un piccolo salto verso l’alto, che vale all’incirca 3 miliardi di euro all’anno, come spiego meglio qui sotto.

Pensioni Corte Costituzionale

Dal punto di vista tecnico, nel breve termine i risparmi di spesa della riforma Monti/Fornero sono dovuti al blocco degli scatti per inflazione per il biennio 2012-13: a detta dell’Avvocatura dello Stato tale blocco vale rispettivamente 1,8 e 3 miliardi. Nel medio lungo termine i risparmi provenienti dalla riforma dipendono invece dall’allungamento dell’età minima di pensionamento e dall’abolizione delle pensioni di anzianità.

Sui media le stime del costo di questa decisione della Corte hanno una certa variabilità, ma oscillano tra i 5 e i 10 miliardi

Sui media le stime del costo di questa decisione della Corte hanno una certa variabilità, ma oscillano tra i 5 e i 10 miliardi. A parte la restituzione dei mancati scatti, che –tenuto conto degli interessi legali- costa all’incirca 5 miliardi, l’aspetto cruciale da tenere in considerazione è che i 3 miliardi di spesa in più relativi al 2013 si aggiungono al totale delle pensioni per tutti gli anni successivi: dunque si tratta all’incirca di un costo annuo di 3 miliardi. È un calcolo fatto alla buona, che sconta due effetti che vanno in direzione opposte: è calcolo in eccesso, in quanto gradualmente le generazioni coinvolte passano a miglior vita, ma è calcolo in difetto, in quanto questi 3 miliardi sono a loro volta soggetti a rivalutazione a motivo dell’inflazione futura.

La Corte ha ritenuto che il blocco biennale delle pensioni sia in contrasto con il secondo comma dell’articolo 38 della Costituzione sull’adeguatezza dei trattamenti pensionistici

Quali sono le ragioni alla base di questa decisione da parte della Corte? Come efficacemente raccontato da Dario Stevanato qui , la Corte ha ritenuto che il blocco biennale delle pensioni sia in contrasto con il secondo comma dell’articolo 38 della Costituzione sull’adeguatezza dei trattamenti pensionistici, e con il primo comma dell’articolo 36 sul “giusto salario” (in quanto le pensioni sono considerate alla stregua di un salario differito): in particolare secondo la Corte sarebbe stato violato il principio di ragionevolezza — che sta alla base delle decisioni della Corte stessa — in quanto la norma sul blocco degli scatti avrebbe sacrificato in maniera eccessiva il bene costituzionalmente tutelato dato da “pensioni adeguate” per esigenze di finanza pubblica non adeguatamente documentate.

C’è da restare sgomenti: sembra quasi che i giudici della Corte –o perlomeno la minima maggioranza che ha votato l’incostituzionalità della norma in questione- siano rimasti beatamente in letargo durante quei mesi orribili per le finanze pubbliche italiane, iniziati nell’estate del 2011, e culminati nell’autunno con un costo del denaro per lo stato italiano superiore di quasi il 6% rispetto all’analogo costo per lo stato tedesco (il famoso spread). In quei giorni si diceva peraltro che, se lo spread avesse raggiunto il 7%, il rischio concreto sarebbe stato quello della bancarotta per le nostre pubbliche finanze. La Corte trova oggi irragionevole la compressione biennale delle pensioni (che erano e sono la principale voce di spesa pubblica), mentre a me pare banalmente irragionevole che la Corte non abbia presente i fatti di finanza pubblica dell’epoca.

Non solo: nella sentenza la Corte rimarca l’assenza della “documentazione tecnica” a proposito delle maggiori entrate relative al blocco biennale degli scatti. È possibile che la Corte non abbia mai visionato la relazione di accompagnamento al cosiddetto Decreto Salva Italia (che conteneva il blocco degli scatti in questione) quando in quei giorni si poteva persino trovare la relazione di accompagnamento alla bozza di decreto, come ad esempio sul sito di Repubblica? Tale bozza prevedeva un blocco delle rivalutazioni a partire da pensioni pari a due volte la minima (e ne quantificava gli effetti contabili, a pag. 44), mentre sul sito della Camera si possono leggere le stime per l’emendamento che ha salvato dal blocco le pensioni tra due e tre volte la minima (per l’esattezza: il subemendamento 0.13.112.93 alla lettera d, vedete qui). È possibile che in due ore un oscuro ricercatore di provincia come il sottoscritto riesca a ritrovare la documentazione tecnica rilevante mentre la pingue Corte Costituzionale non sembra esserci riuscita in parecchi anni di lavoro organizzato?

Mi correggo: i giudici che hanno votato contro questa sentenza probabilmente si sono resi ben conto di quale fosse la situazione della finanza pubblica in quei mesi, e dunque hanno applicato il principio di ragionevolezza in maniera opposta. Purtroppo l’ordinamento italiano –al contrario di altri ordinamenti, in primis quello statunitense e quello tedesco- non prevede che si conoscano i nomi dei giudici dissenzienti, e le argomentazioni da essi utilizzati.

Un articolo del Sole 24 Ore fa trapelare però la notizia che Giuliano Amato abbia votato contro questa decisione da parte della Corte: a lui va il mio plauso di cittadino pagatore di tasse.

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