Quando il mondo passerà alle rinnovabili, finiranno le guerre per l’energia

Iraq, Ucraina e Siria sembrano conflitti indipendenti ma sono in realtà «guerre del XXI secolo per l’energia». Le rinnovabili cambieranno le cose

Guerre Per Energia Petrolio
11 Giugno Giu 2015 1300 11 giugno 2015 11 Giugno 2015 - 13:00

Sia per l’Italia che per l’Europa, oggi, uno dei temi più drammatici è quello dei veri e propri “viaggi della speranza” dalle coste settentrionali dell’Africa verso la Sicilia con un costo in termini di vite umane sempre più alto. Nel cercare di comprendere le diverse cause che hanno portato a questa situazione, non possiamo trascurare quello legato agli aspetti energetici. Per esempio la Libia, stato di modeste dimensioni ma ricchissimo di petrolio e gas ha visto l’intervento militare del 2011, inaugurato dalla Francia con un attacco aereo diretto contro le forze terrestri di Gheddafi attorno a Bengasi e seguito qualche ora più tardi dal lancio di missili crociera da navi militari statunitensi e britanniche su obiettivi strategici. Come mai un intervento così subitaneo e massiccio? Ma anche Iraq, Kuwait, Siria, Nigeria, Sud Sudan, Ucraina non sono altro che Paesi in lotta per risolvere questioni energetiche. Tutte situazioni che l’intervento militare ha tutt’altro che risolto, lasciando i Paesi nel caos più completo e le loro popolazioni nel terrore della guerra civile.

Iraq, Kuwait, Siria, Nigeria, Sud Sudan, Ucraina non sono altro che Paesi in lotta per risolvere questioni energetiche

In prima analisi i conflitti sembrano regionali e indipendenti l’uno dall’altro, ma come ha osservato lo studioso di geopolitica Michael Klare, si tratta semplicemente di «guerre del XXI secolo per l’energia». Dal momento che i governi di Iraq, Nigeria, Russia, Sud Sudan e Siria derivano la gran parte dei loro ricavi dalle vendite di petrolio, possiamo affermare che le zone di produzione di gas e petrolio rappresentino una ripartizione di ricavi cruciali. Il controllo delle risorse fossili si traduce così in peso geopolitico per alcuni paesi e in vulnerabilità economica per altri. Per Klare sono da annoverare a questa principale causa, ovvero la lotta per le risorse energetiche, i diversi conflitti recenti, tra cui la guerra Iran-Iraq del 1980-1988, la Guerra del Golfo del 1990-1991 e la guerra civile sudanese del 1983-2005. Ad una prima analisi il fattore legato ai combustibili fossili nei più recenti focolai di tensione e di guerra può sembrare meno evidente, ma se si guarda più da vicino si vede che ognuno di questi conflitti è generato, in effetti, da una guerra per l’energia.

Un conflitto di così ampia portata, che riguarda nientemeno che la transizione da un sistema fossile e nucleare, fondato su concentrazione di capitale, finanza e infrastrutture proprietarie, a un sistema di fonti naturali non proprietarie, diffuse e territorialmente governabili, non sfugge certo agli interessi dei Governi e delle Corporation che tengono le redini dell’economia e del commercio nel sistema finanziario globale. Ed è qui che entra in campo l’iniziativa che Stati Uniti ed Europa in particolare, stanno assumendo sul fronte dei trattati commerciali che riguardano anche l’energia.

Nel mondo, nonostante il calo del prezzo del petrolio, è in atto un boom delle energie rinnovabili

Le tecnologie rinnovabili come sole, vento e biomasse, pur limitate da una relativa discontinuità, sono sfruttabili direttamente in pressoché ogni angolo del mondo e stanno raggiungendo la “grid parity” a ritmi fino a un decennio fa impensabili. Nel mondo, nonostante il calo del prezzo del petrolio, è in atto un boom delle energie rinnovabili. Forse spinto dalla produzione di pannelli solari cinesi a buon mercato, il fotovoltaico nel 2014 ha segnato il suo anno record, mentre l’energia eolica ha ormai raggiunto in molte aree la “grid parity” con i combustibili fossili, stracciando il nucleare.

La diversità del modello rinnovabile che potremmo definire in una sola parola “democratico”, pone al centro il rispetto per l’ambiente con ricadute occupazionali sul territorio favorendo e stimolando la crescita di una coscienza diffusa che desidera cooperazione politica, riorganizzazione sociale e convergenza di “stili di vita verdi”. Probabilmente se l’Italia si proponesse come “renewable energy hub” invece di “gas hub” potrebbe recuperare quel ruolo di leadership e di Paese portatore di pace anche in Medio Oriente.

Secondo Michael Klare la guerra per l’energia continuerà in tutto il mondo

Secondo Klare, la guerra per l’energia continuerà in tutto il mondo, infatti mentre le divisioni etniche e religiose possono fornire il carburante politico e ideologico di queste battaglie, decisivo è il movente economico. In un mondo ancora legato a doppio filo ai combustibili fossili, il controllo delle riserve di petrolio e gas è una componente essenziale del potere. Auspicare concretamente la fine della guerra per l’energia perciò, significa ottenere un contributo concreto verso la pace e la condivisione tra i popoli. Forse si potrà scongiurare questo conflitto solo il giorno in cui, finalmente, il mondo passerà davvero alle energie rinnovabili. Energie democratiche, strettamente legate al territorio ed in grado sul lungo termine di assicurare una autonomia energetica, mettendo gradualmente fine alla dipendenza dal petrolio.

Non può che fare riflettere una recente dichiarazione rilasciata da un ministro del Governo Marocchino legata al loro consistente programma di crescita di rinnovabili, che nel 2020 copriranno circa il 42% della capacità installata: “Per fortuna il nostro Paese non ha ne petrolio né gas”. Chiaro che dopo la “primavera araba” per il Marocco la stabilità e la crescita siano priorità assolute.

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