Intervista

Io, prostituta, vi dico perché bisogna legalizzare la prostituzione

Pia Covre, fondatrice del Comitato per i diritti civili delle prostitute: «Criminalizzarle è sbagliato: relega sempre di più le lavoratrici del sesso nell’underground, mettendole in pericolo»

Prostituzione

(Getty Images/Andreas Rentz)

25 Ottobre Ott 2015 1230 25 ottobre 2015 25 Ottobre 2015 - 12:30

Pia Covre oggi ha 68 anni. Alle spalle ha una lunga carriera da prostituta. O meglio, da lavoratrice del sesso, come si definisce lei. Che insieme alla collega Carla Corso nel lontano 1982 ha fondato il Comitato per i diritti civili delle prostitute, una sorta di sindacato - l’unico in Italia - che da oltre 30 anni si batte per l’abolizione della legge Merlin, la legalizzazione della prostituzione e il riconoscimento del lavoro sessuale, con tanto di diritti e doveri.

Nello staff del Comitato ci sono avvocati, medici ed educatori, che si occupano dei problemi legali e sanitari delle prostitute, ma anche di togliere dalla strada chi la prostituta è costretta a farla. «Se sei una lavoratrice autodeterminata e scegli di fare questo lavoro senza violenze e costrizioni, non ci vedo niente di male», dice Pia. «Criminalizzare la prostituzione relega sempre di più le lavoratrici del sesso nell’underground e nel clandestino, mettendole in pericolo. Legalizzare significherebbe che chi fa la prostituta può iscriversi all’Inps, può pagare le tasse su quello che guadagna e un giorno magari avere anche una pensione. E se uno mi maltratta, lo denuncio perché so di poterlo fare senza incorrere in altri problemi».

Pia Covre (Flickr/Terzo congresso associazione radicale certi diritti)

Pia, cosa dice oggi la legge italiana in materia di prostituzione?
La legge Merlin, con la chiusura delle case chiuse, non ha abolito la prostituzione ma l’ha relegata nell’illegalità. La legge prevede il reato di sfruttamento della prostituzione, ma anche il reato di favoreggiamento della prostituzione. Quest’ultimo, di fatto, impedisce alle lavoratrici e ai lavoratori del sesso di lavorare al chiuso insieme, e anche di frequentare locali pubblici per cercare clienti, perché i gestori rischiano di perdere le licenze. Sono limiti che discriminano le persone che fanno questo lavoro.

Molte prostitute però oggi non sono libere.
Lo sappiamo benissimo. Siamo state noi le prime a occuparci delle vittime di sfruttamento, creando negli anni Novanta le unità di strada per aiutare le prostitute sfruttate e sensibilizzare i politici sul tema. Solo dopo arrivò il testo unico sull’immigrazione, nel 1998, con il famoso articolo 18, che prevede il rilascio del permesso di soggiorno per le vittime di violenza e sfruttamento. Legalizzare la prostituzione significherebbe proprio individuare i casi di tratta e sfruttamento e combatterli. Ma oggi si fa molta retorica e pochi fatti. Nel 2012 solo poco più di 500 ragazze hanno avuto il permesso di soggiorno come vittime di tratta. Sono poche quelle che aiutiamo davvero.

Legalizzare la prostituzione significherebbe proprio individuare i casi di tratta e sfruttamento e combatterli. Ma oggi si fa molta retorica e pochi fatti. Nel 2012 solo poco più di 500 ragazze hanno avuto il permesso di soggiorno come vittime di tratta. Sono poche quelle che aiutiamo davvero.

Cosa accade oggi alle prostitute in Italia? La prostituzione sembra tutt’altro che morta. Le stime parlano di 9 milioni di clienti nel nostro Paese.
Le prostitute oggi sono sottoposte a una continua repressione. Negli anni ci sono stati alti e bassi, momenti in cui si tollerava di più, momenti in cui si tollerava di meno. A volte si punta più alle retate per strada, altre volte a quelle in appartamento. Ma in questo modo si colpiscono le prostitute, non i criminali o i papponi che le sfruttano.
In più, la prostituzione viene spesso usata dai sindaci per fare propaganda, soprattutto nei periodi prima delle elezioni. Per diventare popolare basta parlare (male) di prostituzione.

Ma che problemi ha chi oggi vuole fare la prostituta volontariamente?
Anzitutto si hanno problemi legali di ogni tipo. Basta che un vicino di casa si lamenta e ti sfrattano, ti multano o ti danno un foglio di via. Le straniere vengono anche mandate nei Cie ed espulse. La repressione per strada ha portato le prostitute a spostarsi sempre più nei posti marginali delle città, dove sono molto più esposte ai malintenzionati. O anche a nascondersi nelle case: oggi oltre il 60% della prostituzione è al chiuso. Ma il reato di favoreggiamento non ti consente di lavorare in due o tre persone. In più il proprietario che ti ha affittato la casa può anche essere accusato di favoreggiamento. Quindi non è semplice trovare un appartamento.
Non solo: molte prostitute straniere spesso non sono in regola con il permesso di soggiorno perché, pur lavorando, ufficialmente non sono occupate. Criminalizzare la prostituzione ha relegato le prostitute nell’underground, nel clandestino, rendendole vulnerabili. E in tante, proprio per scansare i problemi legali, sono costrette ad affidarsi a intermediari.

Molte prostitute straniere spesso non sono in regola con il permesso di soggiorno perché, pur lavorando, ufficialmente non sono occupate. Criminalizzare la prostituzione ha relegato le prostitute nell’underground, nel clandestino, rendendole vulnerabili. E in tante, proprio per scansare i problemi legali, sono costrette ad affidarsi a intermediari

(Flickr/Spring Tripp-Reilly)

Cosa significa?
Che se non sei una lavoratrice o un lavoratore riconosciuto devi sottostare a una serie di di supporti e di aiuti, che spesso ti portano a essere controllati da altri. Ad esempio, se sono straniera o non ho una busta paga per garantire il pagamento di un affitto, fatico a trovare un appartamento. Quindi lo cerco in subaffitto: un passaggio che fa sì che ci siano intermediari che magari poi pretendono di guadagnarci, perché prendendo in affitto l’appartamento loro rischiano. Alcuni arrivano anche a limitare la libertà di movimento delle ragazze, con il ricatto “se no non ti rinnovo il contratto”. Più intermediari ci sono più c’è vulnerabilità, e più ci sono ricatti.

Si parla molto di prostituzione anche in relazione all’emersione del sommerso in termini economici. Secondo la commissione Affari sociali della Camera, le 70mila prostitute italiane muoverebbero un giro d’affari di 5 miliardi di euro.
E infatti in questi anni c’è stata una ricerca sfrenata di fare cassa da parte della Agenzia delle entrate. Alle prostitute, pur non riconoscendo il lavoro che fanno, viene chiesto sempre più spesso di pagare le tasse su quello che guadagnano. Ma la legge Merlin dice che lo Stato non può trarne profitto! È anche vero che c’è un decreto (Visco-Bersani, ndr) in cui si dice che si possono tassare anche i redditi derivanti da attività criminali, e la Cassazione lo ha confermato. Alcuni si oppongono, altri pagano.
Ma la novità è che dal 2013 stanno cominciando a chiedere anche il pagamento dell’Iva. Dicono: “Non hai aperto la partita Iva”, e ti danno la partita Iva d’ufficio. Così, abbiamo provato più di una volta ad andare all’Agenzia delle entrate chiedendo di aprire la partita Iva volontariamente come prostitute. Ma ci dicono di no, che non è previsto. In pratica, l’Agenzia delle entrate ti impone la partita Iva, ma se chiedi tu volontariamente di aprirla non te la apre perché ti dice che non è un lavoro.

In questi anni c’è stata una ricerca sfrenata di fare cassa da parte della Agenzia delle entrate. Alle prostitute, pur non riconoscendo il lavoro che fanno, viene chiesto sempre più spesso di pagare le tasse su quello che guadagnano. Ma la novità è che dal 2013 stanno cominciando a chiedere anche il pagamento dell’Iva. Dicono: “Non hai aperto la partita Iva”, e ti danno la partita Iva d’ufficio

Oggi però i siti di annunci aiutano a trovare clienti più di prima restando in casa.
In questi anni la prostituzione è molto cambiata. Sono arrivati i siti e gli annunci online. Ma anche qui c’è bisogno di una regolamentazione. È importante fare siti web più decenti, con un controllo su chi li gestisce. Oggi hanno tutti i server all’estero, e anche se la polizia li chiude riaprono dopo poco. Molte donne sono cascate in truffe. Spesso sono stati diffusi i dati personali delle lavoratrici. In altri casi ci sono state ragazze che hanno smesso di lavorare e quando è stato chiesto di togliere la pubblicità, i gestori non lo hanno fatto.

Alcuni, come hanno fatto di recente i Radicali a Milano, chiedono la zonizzazione della prostituzione, cioè racchiudere le prostitute in una parte della città. Le sembra una buona idea?
I comuni più intelligenti anziché fare retate hanno già creato delle zone della città specifiche. Se noi racchiudiamo l’attività sessuale, ci sarà anche maggior controllo con servizi e operatori sociali, e la possibilità di identificare i responsabili della tratta. È la gestione migliore anche in relazione alla città. Ma la zonizzazione riguarda un pezzettino del lavoro sessuale di strada. Oggi gran parte del lavoro si fa al chiuso. In strada sono rimaste soprattutto quelle nelle mani dei peggiori sfruttatori.

È importante fare siti web più decenti, con un controllo su chi li gestisce. Oggi hanno tutti i server all’estero, e anche se la polizia li chiude riaprono dopo poco. Molte donne sono cascate in truffe. Spesso sono stati diffusi i dati personali delle lavoratrici

In Parlamento, nel giro di due anni sono state depositate 16 proposte di legge che chiedono la legalizzazione della prostituzione. Cosa significa legalizzare?
Legalizzare significherebbe che chi fa la prostituta può iscriversi all’Inps, può pagare le tasse su quello che guadagna e un giorno magari avere anche una pensione. E se uno mi maltratta, io lo denuncio perché so di poterlo fare. Oggi invece c’è paura di denunciare. Se andiamo alla polizia dicendo che ci hanno derubate, ci dicono “signora lei non deve star lì a lavorare, così non viene rapinata”. Se andiamo a denunciare, magari ci becchiamo multe o espulsioni. Quando le straniere arrivano qui, le mettono in guardia di non andare dalla polizia. Se le cose stanno così, nessuna denuncia. Legalizziamo questo lavoro, creiamo una sorta di albo, così possiamo combattere la tratta e i criminali. Se una non è autodeterminata, non andrà a legalizzarsi da sola.

Molti sostengono però che la prostituzione offende la dignità della donna e afferma un modello maschilista. Perché si sceglie di fare la prostituta?
Io, non avendo un grande titolo di studio, non avevo molte occasioni di lavoro. Ho fatto la cameriera, la parrucchiera. Tutti lavori che mi piacevano molto. Ma rispetto all’impegno che richiedevano, il guadagno era molto modesto. Per il lavoro sessuale, il corrispettivo in denaro invece non aveva paragoni. L’unico effetto collaterale era che perdevo la reputazione e attiravo il giudizio negativo dei benpensanti, ma siccome del giudizio gli altri non me ne è mai fregato niente, ho scelto di fare questo lavoro. Un lavoro che mi ha lasciato anche tempo libero per studiare, viaggiare e divertirmi.
Il problema vero è invece che oggi le ragazze con buoni titoli di studio vanno a letto con gli uomini per fare carriera e occupare ruoli politici: è questo il problema di cui bisognerebbe occuparsi. Di posti di lavoro oggi ce ne sono pochi, precari e malpagati. Una donna intelligente che non vuole vivere mendicando se sceglie il lavoro sessuale volontariamente, senza traumi e con la giusta consapevolezza, che ben venga.
Se ci pensiamo, d’altro canto, le donne si fidanzano e si sposano, ed è scontato che devono dare una serie di servizi sessuali ai mariti, a volte anche controvoglia. Noi siamo le vere femministe. Come fanno ad accusarci di perpetrare un modello patriarcale e maschilista? Siamo le uniche che non la danno gratis!

Legalizzare significherebbe che chi fa la prostituta può iscriversi all’Inps, può pagare le tasse su quello che guadagna e un giorno magari avere anche una pensione. E se uno mi maltratta, io lo denuncio perché so di poterlo fare. Oggi invece c’è paura di denunciare. Se andiamo alla polizia dicendo che ci hanno derubate, ci dicono “signora lei non deve star lì a lavorare, così non viene rapinata”. Se andiamo a denunciare, magari ci becchiamo multe o espulsioni

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